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Bellenger: «Capodimonte, gioiello verde con poche risorse». Sulla città: «I napoletani mi hanno sorpreso, ma servono educazione e responsabilità individuale. E tanti cestini in più»

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Un giardino affacciato sul Golfo. Quello che circonda la Reggia, a Capodimonte, è il più grande parco urbano del Belpaese. E anche uno dei più suggestivi: non a caso, nel 2014 si è guadagnato il premio come parco più bello d'Italia. Tre volte più esteso della Città del Vaticano, più grande anche del Parco di Caserta, il Bosco di Capodimonte, 134 ettari che dalla collina gentile sovrastano la città, ospita ben 400 diverse specie vegetali e da tre anni è sotto la cura di Sylvain Bellenger. Per il suo impegno nella «creazione, tutela e valorizzazione delle aree verdi», il direttore francese si è guadagnato nel 2017 il Premio Green Care.

Direttore, si parla molto del Museo, un sito culturale di prima grandezza, ma poco della ricchezza del parco. Lei ha rimesso al centro anche questo aspetto.

«Dal momento che il Bosco è diventato parte del sito culturale, abbiamo iniziato a curarlo come se fosse una collezione di alberi. Mi auguro che il lavoro che stiamo facendo sarà sempre più simile alla cura delle opere d'arte: avremo un database con fotografie e informazioni come età e provenienza per ogni albero, proprio come per le pitture. In quest'ottica, avere nel Bosco una scuola di giardinieri sarebbe per noi un grande sostegno».

Quanti giardinieri avete a disposizione attualmente?

«Come giardinieri statali zero. Della cura del verde si occupa una società esterna. D'altra parte, l'Italia ha abbandonato la formazione del giardiniere storico, una figura che ormai non c'è più. I risultati si vedono per esempio a Roma, dove i giardini sono sempre meno curati. Una cosa molto grave per un Paese come l'Italia, che ha inventato il giardino all'italiana».

Lei aveva lanciato alla Regione l'idea di una scuola di giardinieri proprio dentro il Bosco. A che punto siete?

«Purtroppo il dialogo con la Regione si è arenato. Diciamo che è evaporato della confusione. Ma a gennaio avremo delle novità importanti sul futuro del Museo e del Bosco».

Intanto, dopo il nubifragio del 29 ottobre scorso il Bosco ha riportato danni ingenti.

«Sì, sono caduti 107 alberi e altri sono pericolanti. Tra questi ce ne sono molti che erano secchi da molto tempo e vanno messi in sicurezza. Attualmente il Bosco, dalla Porta di mezzo in poi, è accessibile solo ai lavoratori del parco, agli insegnanti e agli studenti dell'istituto Caselli e agli operatori della forestale».

Oltre a quelli caduti, quanti ne perderemo?

«È difficile fare una stima, per fare queste verifiche ci vuole tempo. In generale, comunque, dobbiamo capire che perdere un albero, per quanto sia una cosa triste, fa parte dell'ordine naturale delle cose. Quando il parco di Versailles dieci anni fa è stato devastato da una tempesta tremenda, sono caduti più di 300 alberi. I giardinieri hanno approfittato di quella catastrofe per ritornare al disegno originale del giardino. Noi purtroppo non siamo a questo livello. Ma nel nostro progetto vorremmo proteggere e curare sempre di più il giardino storico, reintroducendo anche delle cose che nel tempo si sono perse: per esempio, un tipo di decorazione floreale intorno alla Reggia e l'attività agraria, magari con la creazione di una fattoria didattica. Così come non abbiamo abbandonato altre due idee. La prima riguarda le tante pietre ritrovate nel Bosco risalenti al terremoto dell'80: pezzi di facciate e di sculture cadute dalle case di Napoli con le quali vogliamo fare un giardino della memoria sul modello di Terrae Motus 2. L'altra idea è quella di realizzare un giardino contemporaneo simile a quello che si fa a Chambord, dove si tiene uno dei più importanti festival dei giardini d'Europa. Lì si organizza una competizione tra giardinieri, dando a ciascuno un piccolo pezzo di terra. Ogni anno il giardino che vince viene conservato, così che oggi hanno 15 esempi di giardino contemporaneo».

Quando riaprirete le aree chiuse?

«Si tratta di un lavoro di ricognizione complesso. Mi auguro che prima della fine dell'anno avremo i viali di nuovo accessibili. Intanto, abbiamo riaperto il Belvedere e il Giardino dei principi. Ma bisogna controllare anche gli alberi lungo il muro di cinta, che possono cadere sulla strada e quindi sono più pericolosi».

Quanto c'è da spendere per mettere in sicurezza il bosco e riaprirlo?

«Abbiamo chiesto al Ministero una somma urgenza di 450mila euro».

C'è stato a Capodimonte un problema di manutenzione ordinaria del verde? Che situazione ha trovato?

«Direi che il Bosco di Capodimonte non è stato curato in modo perfetto ma non è mai neanche stato totalmente abbandonato. Si poteva fare di più, ma non c'erano i fondi. Già il fatto che nel dopoguerra il parco non sia stato cancellato dalla speculazione edilizia è una grande fortuna. Qui si sono rifugiate tante persone che dopo la guerra avevano perso la casa e avevano costruito abitazioni di legno. Oggi il Bosco di Capodimonte potrebbe essere come il Vomero. Una cosa, però, anche da turista, non l'ho mai capita: perché il Museo di Capodimonte, che è anche il più grande parco urbano d'Italia, non è stato integrato nella rete della metropolitana. Certo, ci sono tanti progetti. Ma basterebbe che funzionassero bene gli autobus. Ricreare un tram culturale che collega il Museo archeologico e Capodimonte, ad esempio, sarebbe una cosa semplice e efficace. Nel frattempo, abbiamo attivato un accordo con City Sightseeing per lo shuttle che dal San Carlo arriva all'interno del Bosco di Capodimonte».

Lei ha portato a Capodimonte una sensibilità nuova verso il verde, restituendo dignità a prati che ha trovato un po' spelacchiati e riservando aree ai ragazzini per il calcio e non solo.

«Quello che abbiamo fatto è stato a portare un regolamento. Una cosa che da altre parti non esiste o non è rispettata. Noi abbiamo chiesto al pubblico, e soprattutto agli abitanti del quartiere, di collaborare. Ho voluto riavvicinare i cittadini ad un luogo unico, grazie a campagne come "Adotta una panchina": una magnifica operazione con la quale abbiamo promosso l'adozione di panchine, alberi, fontanelle e beverini per i cani. Oggi siamo a 111 panchine e 44 alberi adottati, 18 dei quali secolari. Questa cosa ha cambiato il comportamento del pubblico, che ha avvertito il Bosco come una cosa propria, si è sentito responsabilizzato. La seconda trasformazione è arrivata con la creazione di due campi di calcio, un campo di rugby e uno di cricket. Abbiamo anche aperto aree picnic e un'area per i cani. Ora il Bosco è organizzato, c'è un posto per i bambini, un posto per chi vuole correre e uno per chi vuole godersi la tranquillità del Bosco. E il pubblico che prima si fermava ai prati intorno alla Reggia ha scoperto il mondo che c'è oltre la Porta di mezzo». 

Insomma, ha portato un po' d'ordine nell'entropia napoletana.

«Esatto. Ma la risposta di Napoli è stata straordinario, oltre ogni previsione. Dopo aver visto il Vesuvio in fiamme, ho deciso di proibire il fumo nel bosco: il sottobosco è molto fragile, basta poco per scatenare un incendio. Anche questa regola è abbastanza rispettata. Forse i meno disciplinati sono i nostri dipendenti».

Questi napoletani, dunque, non sono poi così refrattari alle regole.

«Credo di no, se con queste regole si identificano. Sono stato molto colpito dalla flessibilità del pubblico. Forse questa trasformazione non avrei potuto metterla in atto così facilmente a Parigi o in America, dove ho lavorato a lungo. Il pubblico napoletano invece ci ha seguito e ci ha abbracciato: oggi è veramente raro vedere nel Bosco qualcuno che butta una carta a terra. E se succede, io la prendo e vado a buttarla nel cestino. A proposito, vorrei fare un'osservazione».

Prego.

«Camminando per le strade di Napoli ho notato che ci sono pochissimi cestini, e quasi tutti piccolissimi. Mi sembra una cosa assurda: c'è una totale sottovalutazione della necessità, della quantità di carta e di spazzatura che si produce, soprattutto adesso che sono aumentati i turisti. I cestini sono grandi meno della metà di quelli di Londra. E sono molti meno che a Parigi, una città non particolarmente curata da questo punto di vista. Lì trovi un cestino ogni 50 o 100 metri. A Napoli ci sono strade intere senza un solo cestino. Non possiamo dire alla gente di non buttare le carte a terra se non ci sono contenitori per i rifiuti. Un'altra cosa che non capisco è come sia possibile che i vasi con le piante morte finiscano per essere utilizzati come pattumiere o posaceneri. Quelle piante muoiono perché non vengono innaffiate: questo richiede manutenzione. Un albero, invece, cresce e crea ombra. È una questione di scelte».

Pare che spesso il problema principale sia quello dei fondi. La cura di alberi e piante in Italia non è tra i servizi essenziali. In Francia come vanno le cose?

«C'è molta più attenzione, la scuola che fu creata da Luigi XIV ci ha lasciato una tradizione amministrativa che si occupa solo della cura del verde. In America, invece, il verde è curato dei cittadini. C'è una parte della popolazione molto allertata sull'inquinamento e sulla difesa dell'ambiente e un'altra che si interessa solo alla produttività e al profitto. Purtroppo l'elezione di Trump ha portato il potere nelle mani di chi pensa solo al profitto immediato. Questo ovviamente è un grande pericolo. Riguardo all'Italia, è un Paese benedetto da Dio. C'è tutto: il mare, le foreste, l'arte. Forse, però, siete un po' viziati. Ma un privilegio, se non è accompagnato dal senso del dovere, non dura. Io mi sono spesso chiesto: come è possibile che nessuno si occupa della Villa Comunale, che si trova alla Riviera di Chiaia, dove ci sono commercianti e abitanti appartenenti alla Napoli bene, persone che indossano le cravatte di Marinella? Se fossi Marinella e avessi di fronte al mio negozio un giardino così importante direi che la Villa è anche una mia responsabilità. Uno spazio del genere in America sarebbe stato immediatamente preso in carico e curato dei cittadini».

Quanto costa mantenere il verde a Capodimonte?

«Abbiamo un bilancio pubblico di 4 milioni l'anno per la gestione dell'intero sito. 500mila euro vanno via per l'elettricità, altri 500mila per le pulizie. Il verde va gestito con le risorse che rimangono. Sono insufficienti, ma ogni anno facciamo uno sforzo per risparmiare su altro e destinare più soldi al verde. In un parco storico di 134 ettari con alberature plurisecolari, più che di manutenzione, un concetto mutuato dal settore edile, si dovrebbe parlare di governo del verde. Uno scatto culturale che sarebbe necessario. Ad ogni modo, nel 2017 abbiamo speso di più per la Reggia, infatti abbiamo avuto una crescita di visitatori. Nel 2018 abbiamo ci siamo dedicati di più al Bosco, nel 2019 torneremo ad investire di più sulla Reggia. Quest'anno, a parte le somme urgenze, per il parco abbiamo speso circa 350mila euro. Ma per curare bene il Bosco di Capodimonte ci vorrebbe almeno 1 milione e mezzo l'anno».

A Napoli c'è chi sotto un albero ci ha rimesso la vita. Si può parlare di una gestione superficiale del verde pubblico?

«Per me prima di tutto c'è la responsabilità individuale. Ho fatto ritirare e ripiantare a mie spese un albero secco che consideravo rischioso. È troppo facile chiedere alle istituzioni, allo Stato e a San Gennaro le soluzioni. Il Comune ha le sue problematiche, ma quando c'è una tempesta cercare un colpevole è sbagliato. Dobbiamo capire che la natura ha le sue difficoltà: io stesso non posso assicurare che a Capodimonte un albero non cadrà sulla testa di qualcuno, o magari sulla mia. Se non siamo noi a cambiare il nostro comportamento, se non ci impegniamo in prima persona, mettiamo il futuro del pianeta in serio pericolo. Io credo che questa sia la più grande urgenza politica del nostro tempo. Puntare il dito non serve. Piuttosto, dobbiamo capire che l'educazione ambientale è la priorità assoluta, l'unica speranza per la sopravvivenza del genere umano. L'ignoranza è il pericolo più grande».