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Benucci (Unione Industriali): «Seimila imprese del Sud a rischio chiusura. Recovery Fund grande occasione per le riforme, ma al Mezzogiorno vadano le maggiori risorse»

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Poco più di sessanta giorni al timone, nel bel mezzo della burrasca. Il secondo anno funestato dalla pandemia consegna Francesco Benucci, giornalista professionista, alla guida dell'Unione Industriali di Napoli. Il nuovo direttore generale dell'Associazione che rappresenta le imprese della provincia di Napoli vanta un prestigioso cursus honorum: prima di approdare a piazza dei Martiri, Benucci è stato inviato e caporedattore centrale al Sole 24 Ore e, successivamente, direttore centrale della Comunicazione e delle Relazioni esterne del Gruppo 24 Ore. Due mesi dopo l'insediamento, un primo bilancio dei danni causati dal virus all'economia campana e meridionale restituisce un chiaroscuro fatto di timori e speranze, con l'incertezza ad incorniciare tutto. Ma il nuovo inquilino di Palazzo Partanna prova anche a gettare lo sguardo oltre l'orizzonte, abbozzando una exit strategy che, partendo dagli investimenti su digitale e green, possa restituire al Sud la centralità perduta.

Direttore, abbiamo appena "festeggiato" un anno di pandemia. Quanto sono arretrate e quanto ancora arretreranno l'economia italiana e quella del Sud Italia con la pandemia?

«Stando alle ultime stime Istat, il Pil italiano è calato nel 2020 di circa 8,9 punti percentuali. La perdita del Sud dovrebbe aggirarsi sugli 8,2 punti previsti qualche mese fa da Svimez, o qualche decimale in meno, visto che la previsione per l'Italia, in quel contesto, era di un crollo più marcato, intorno al 9,3%. Nel 2021, malgrado i mesi difficili di questa prima parte dell'anno, dovrebbe esserci un effetto rimbalzo, sulla cui entità incideranno molto i tempi di uscita dall'emergenza sanitaria e di avvio del piano di ripresa e resilienza. In ogni caso, ci vorrà molto più di un anno per recuperare i livelli di fine 2019».

Quali sono i settori economici che hanno riportato le ferite più profonde?

«Il turismo e ampia parte del terziario. L'andamento è stato ovviamente negativo per quasi tutti i comparti, ma il manifatturiero ha comunque mostrato una maggiore resilienza, pur a fronte del doppio effetto della caduta della domanda interna e del drastico ridimensionamento delle esportazioni. Va comunque tenuto presente che la crisi del 2020 non è stata originata da problematiche economico-finanziarie, come quella vissuta nella prima parte del millennio. L'impatto, quindi, è stato relativamente più contenuto: ma certamente grave».

Nel dibattito sul Recovery Fund, lei da che parte si colloca?

«Non si tratta di posizioni personali, ma di utilizzare per il meglio una grande occasione per dare vita a riforme fondamentali per il Paese, con la possibilità di disporre di ingenti somme aggiuntive da destinare a investimenti strutturali. È quindi fondamentale che questi soldi siano spesi nei tempi rigorosamente dettati dall'agenda europea e per interventi in grado di conseguire efficacemente gli obiettivi ben noti: transizione digitale ed ecologica, riduzione di divari e diseguaglianze».

Molti temono che con il nuovo governo a trazione nordista le istanze del Mezzogiorno siano meno garantite. Lei è tra questi?

«Preferisco giudicare dai fatti. A partire dal testo definitivo del Recovery Plan, su cui, come sistema Confindustria, abbiamo sollecitato la massima trasparenza, con indicazione di progetti, importi e risultati attesi. Naturalmente, non è possibile trascurare un dato elementare: l'appostamento di risorse molto rilevanti è stato effettuato sulla base di indicatori economici, ahimè negativi, rilevati per grandissima parte nella macro-area meridionale. Non si tratta di reclamare una ripartizione rigidamente proporzionale di tali fondi, ma è chiaro che ci aspettiamo che al Sud si indirizzi ben più del 34% spettante in base alla popolazione residente».

Una situazione di perdurante stabilità politica può aiutare una ripresa dell'economia?

«Sicuramente. Si tratta di una condizione necessaria, anche se da sola non sufficiente. La stabilità serve per fare le riforme, non per perpetuare l'immobilismo. Intervenendo su nodi cruciali: dai tempi della giustizia alla ripresa dell'intervento pubblico, dalla modernizzazione dell'education, con attenzione ai nuovi profili professionali, fino al superamento del gap, infrastrutturale e di servizi, che penalizza il Sud».

L'economia sommersa e l'economia illegale stanno trovando nuovi spazi e nuove opportunità?

«C'è una nota recentissima di Svimez allarmante al riguardo. Occorre vigilare contro il riciclaggio di denaro, che può trovare purtroppo terreno fertile nelle difficoltà insorte in tante piccole e micro imprese per effetto di restrizioni, lockdown e conseguenti diminuzioni dei ricavi. La sfida ancora più importante da vincere riguarda la fase di avvio della ripresa. Direi che la ricetta proposta da Svimez per evitare che i pericoli diventino realtà, con la partenza dei bandi del Pnrr, è più che condivisibile: trasparenza integrale delle procedure, di ogni spesa e acquisto pubblici».

Qual era lo stato di salute delle imprese in Campania e al Sud prima del Covid?

«Non brillante, ma non privo di elementi positivi, anche se vi sono situazioni diverse all'interno del Mezzogiorno. In Campania il Pil è cresciuto costantemente, anche se lentamente, nel decennio precedente la pandemia. Il 20% circa della struttura produttiva è manifatturiera. La Campania è la prima regione del Sud per investimenti in ricerca e sviluppo, sesta in assoluto in Italia. Ed è prima, negli ultimi 5 anni, per saldo positivo tra natalità e mortalità delle pmi. È, infine, prima nel Sud e quinta in Italia per numero di startup innovative. Nell'export, la Campania ha chiuso il 2019 con un incremento dell'8,4% rispetto al 2018. Anche il Sud in generale, con un +2,7%, è andato meglio del dato nazionale (+2,3%)».

Secondo i dati in vostro possesso, quante imprese hanno chiuso i battenti a Napoli e in Campania?

«Per ora si tratta di stime provvisorie e che inglobano tutti i settori. Secondo una recente rilevazione Istat di fine 2020 nell'intero Mezzogiorno le imprese a rischio di chiusura definitiva dei battenti erano circa seimila, ma il dato riguarda soprattutto il comparto commerciale. In Campania, in particolare, la quota delle imprese che faceva registrare un fatturato inferiore di oltre il 50% rispetto al 2019 era pari al 17,3%. Ma si tratta, anche qui, di dati comprensivi di tutti i settori e che per ora hanno una importanza relativa. La vera sfida sarà superare il passaggio da misure emergenziali al ripristino della normalità. Quando innovazione e propensione all'export avranno sicuramente un ruolo determinante per il futuro di tantissime imprese».

Quelle che rischiano di più, in questi casi, sono le pmi?

«Non quelle che investono in ricerca e innovazione, che cercano di stare al passo con le nuove tecnologie, che puntano alle aggregazioni per fare massa critica e potere così competere sui mercati globali».

Qual è il punto di equilibrio tra tutela della salute e tenuta socio-economica?

«Il diritto alla salute è fondamentale e non va messo in contrapposizione meccanica con le ragioni del profitto d'impresa. Vaccinarsi, ad esempio, significa porre le premesse per una ripresa rapida dell'economia. Più in generale, bisognerà abituarsi a coniugare sempre di più attività economica, sicurezza e salute, rispetto dell'ambiente, perseguendo i nuovi modelli di sviluppo sostenibile indicati anche nel Green New Deal e nel Next Generation Eu».

Ritiene soddisfacenti le misure adottate dal governo Conte a sostegno delle imprese?

«No, perché non si è mai usciti dall'ottica dell'emergenza per avviare progetti strutturali di ripresa basati su riforme e investimenti. Anche le prime bozze del Recovery Plan, in tal senso, sono risultate troppo generiche e prive di una adeguata vision del modello di sviluppo proposto per la nazione».

Secondo lei, il Covid indebolirà ulteriormente la struttura economica del Sud, aggravando la crisi occupazionale o, al contrario, aprirà spazi a nuove iniziative economiche e alle startup?

«Le prime previsioni Svimez hanno evidenziato come, in assenza di interventi, la struttura economica meridionale diverrebbe ancora più precaria, con un ulteriore distacco rispetto al resto del Paese. Ci aspettiamo che questo andamento possa essere scongiurato da una forte ripresa dell'investimento in conto capitale e dalla realizzazione di condizioni di attrazione di nuove iniziative imprenditoriali».

Intanto, al Sud cresce la domanda di sostegno al reddito, e Napoli è prima tra le province italiane per numero di domande di reddito di cittadinanza. Questo denuncia una fragilità del sistema economico? È la strada giusta per compensare le sperequazioni sociali?

«Il reddito di cittadinanza va rivisto. È una misura assistenziale presente in altri Paesi che semmai va inglobata in un sistema di welfare da ripensare e riformare completamente. L'assistenza non crea sviluppo, ma rimanda solo soluzioni a problemi che poi, prima o dopo, esplodono. Le diseguaglianze si combattono creando lavoro. Per farlo, bisogna rilanciare infrastrutture e politica industriale, promuovere politiche attive dell'occupazione, innovare nel digitale e nel green partendo dal Sud, e non marginalizzandolo come è stato fatto negli ultimi decenni».

Nella sola Campania è concentrato il 21 per cento dei nuclei familiari che percepiscono il reddito di cittadinanza. Si tratta di 266mila beneficiari: in che modo si potrebbe utilizzare questo esercito di persone senza impiego?

«Ribadisco: una misura assistenziale non deve essere perpetuata negli anni, ma collegata semmai a percorsi di formazione e ricollocazione professionale. Il rientro o l'ingresso nel mercato del lavoro, pubblico o privato, dipende da esperienze, saperi e competenze di ciascun soggetto».

La pandemia ha impresso un'accelerazione al processo di digitalizzazione del Paese. C'è il rischio che possa allargarsi il "digital divide" sia sul piano delle infrastrutture che su quello dei saperi?

«È proprio quello che bisogna evitare».

Ci avviciniamo alle elezioni amministrative: che cosa si aspettano gli industriali napoletani dalla prossima giunta comunale?

«Un soggetto in grado di garantire certezza del diritto, probità e trasparenza degli atti, visione e capacità di gestione di una macchina complessa come quella comunale, comprese le sue articolazioni come le società municipalizzate, in un'ottica di efficienza e risanamento finanziario. Un sindaco che sappia, accanto a questo, imprimere una svolta ai grandi programmi di rigenerazione e riconversione urbana, che possono rappresentare un volano per la crescita sociale e occupazionale».