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Dalla parte della nazione e contro il territorio

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Abbiamo, dopo molto tempo, un governo a larga composizione meridionale. Già nella sua precedente composizione, per la verità, era evidente come il vento dell’ideologia fosse ormai cambiato. Per più di due decenni il dibattito pubblico è stato dominato dalla categoria di territorio. Oggi non è più così. O almeno, la questione nazionale è tornata in gioco. Certo, non si sa bene ancora in quali termini e con quanta forza. 

Tuttavia, l’idea che i conflitti politici della tarda modernità si debbano rappresentare come aggregazione selettiva delle aree forti a svantaggio delle zone economicamente svantaggiate deve registrare una vasta opposizione da parte di larghi strati delle opinioni pubbliche e non solo meridionali. Dentro questo mutare di orizzonte, si sono aperti spazi di manovra che per più di vent’anni il Sud non ha avuto

La brillante opposizione condotta sul terreno del discorso pubblico contro la cosiddetta autonomia differenziata illustra bene questa ritrovata capacità operativa degli intellettuali meridionali. E tuttavia la minaccia alla Costituzione non sarebbe bastata a mobilitare attorno alla protesta del Sud un consenso così ampio se contemporaneamente non fosse tornato prepotentemente sulla scena un protagonista antico, il lavoro. L’Ilva di Taranto, prima, la Whirlpool a Napoli dopo restituiscono alla crisi italiana tutta la sua materialità. Non era possibile affrontare questi due nodi pur così differenti tra loro a partire da un quadro concettuale di tipo autonomistico territoriale. In gioco c’era e c’è una dimensione più ampia, alla cui definizione non è estraneo un tratto psicologico a mio avviso rilevante. L’orgoglio ferito di chi tocca con mano che cosa vuol dire perdere di prestigio internazionale. I modi beffardi della trattativa Whirpool dicono, tra le altre cose, anche questo.  La sorte degli operai napoletani diventa lo spettro di un intero paese ridotto al lumicino. E costringe a fare i conti con il suo declino. 

È dentro lo spazio di questi conflitti che si apre la possibilità di vedere la condizione materiale della società meridionale dopo vent’anni e più di vero e proprio abbandono. Porti, strade, reti ferroviarie, comunicazioni, sono solo alcuni dei fattori qualificanti il cui stato di arretratezza meglio di qualsiasi altra cosa è in grado di descrivere con precisione la condizione desolante di un paesaggio economico e sociale. Di questi contenuti e non di altro deve essere riempita l’azione politica che si spera possa riprendere al Sud. Ma per fare questo bisogna anche prendere atto che i vent’anni alle nostre spalle non sono passati invano anche nel Mezzogiorno d’Italia. Che il dominio della categoria di territorio ha ingenerato molti equivoci anche da queste parti. Che a furia di insistere sul sangue del Sud, sui lager dei Savoia, sulla leggenda nera di un Risorgimento antimeridionale sono stati iniettati nel corpo delle opinioni pubbliche meridionali virus culturali che valgono come altrettanti fattori antagonisti di qualsiasi tentativo di ripensare il Mezzogiorno come grande questione nazionale

Il gesto del presidente dell’associazione dei giovani industriali che a Capri ha inaugurato il convegno annuale di categoria intonando a piena voce l’inno nazionale non può essere una boutade retorica. È l’indicazione di una scelta di campo. Dalla parte della nazione e contro il territorio, dalla parte del centro e contro la periferia. O è così o è solo altro tempo perso.