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Dal "governo" locale alla "governance" della Città Metropolitana

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Pochi processi si presentano tanto ricchi di contraddizioni quanto la ricostruzione dell'identità di Napoli dopo le fallimentari politiche poste in essere nell'ultimo decennio dall'amministrazione comunale. Davanti alla città si apre una pluralità di percorsi, che possono portare ad un adeguato aggancio alle esperienze delle città più dinamiche dell'Europa o piuttosto ad un irreversibile declino economico e sociale. Ancora una volta Napoli si ripropone come "città ambigua" in bilico fra un protervo immobilismo ed una insensata esplosione di mutamenti legati ad una disperata voglia di sopravvivenza. Questa città, del resto, è stata spesso capace nella sua storia di stupire per le felici esibizioni creative e per i lividi mostri che ha generato soprattutto nei tempi di transizione.

Se la storia insegna è allora il momento di conferire uno spessore alle attese del cambiamento ponendo l'attenzione alle diverse componenti della complessità urbana che sono coinvolte nel discorso innovativo o che esprimono le diverse resistenze. E' questo un compito di fondamentale importanza che non può certo essere affidato solo agli amministratori pubblici di qualsiasi sia il loro colore politico. E' piuttosto un processo costituente che deve coinvolgere l'intera comunità, con adeguate pratiche partecipative, per rinnovare e qualificare la rappresentanza politica ed i processi decisionali.

Nel discorso comune, quando parliamo del governo della città intendiamo sia l'istituzione pubblica sia le attività poste in essere per implementare le decisioni dell'istituzione. Invece nel mondo anglosassone esistono due parole diverse, local governement (l'istituzione) e governance (l'attività che l'istituzione pone in essere). In sintesi, se assumiamo come riferimento la definizione di governance del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, essa comprende i complessi meccanismi attraverso i quali lo Stato, il settore privato e la società civile mediano i loro interessi per una costruzione negoziale del consenso a differenza delle politiche calate dall'alto sempre più incapaci di dare risposte alla domanda che nasce da vecchi e nuovi bisogni della comunità locale. 

Non a caso lo Statuto della Città Metropolitana di Napoli prevede, all'art. 6, la costituzione del Forum metropolitano quale "organismo di confronto con le categorie economiche e sociali"  per la realizzazione del Piano Strategico metropolitano. Purtroppo nella sua applicazione esso nasce con un "peccato originario", rappresentato dalla scelta di una procedura di tipo gerarchico da parte dell'amministrazione comunale, la quale si limita a consultare le parti sociali ed economiche solo a posteriori delle grandi scelte strategiche che dovrebbero rappresentare la "vision" del sistema territoriale metropolitano dei prossimi decenni. E' anche vero che qualsiasi forma partecipativa a Napoli si scontra con la pigrizia e la rassegnazione di vasti strati della popolazione, con la tradizionale presunzione delle cosiddette "élite" culturali e con la diffusa incompetenza dei governanti locali, ma forse la  "rivoluzione" che ci impone la terribile epidemia in corso rappresenta l'ultima occasione per costruire un modello di sviluppo di tipo policentrico in sintonia con le nuove emergenze ed opportunità che vanno definendosi a scala metropolitana.