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De Chiara: «Immobili dismessi, idee chiare per evitare sprechi. Abusivismo? Legislazione tutta da rifare»

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«Mi scusi, ma ora mi aspettano in campo per un doppio». Neanche adesso che potrebbe, Aldo De Chiara, una vita intensa divisa tra il cursus honorum in magistratura e la passione per la musica (è pianista e compositore), ha intenzione di fermarsi. Giudice di lungo corso, è stato procuratore aggiunto e prima ancora direttore dell'ufficio speciale per la giustizia a Napoli, procuratore generale a Salerno, consulente della Commissione parlamentare antimafia e, infine, avvocato generale della Repubblica presso la Corte di Appello, ancora a Salerno. Ma De Chiara ha mostrato soprattutto una spiccata sensibilità per i temi ambientali. Non a caso, ha guidato il pool antiabusivismo della procura napoletana ed è membro di Italia Nostra, l'associazione impegnata nella salvaguardia dei beni culturali, artistici e naturali.

Dottor De Chiara, camminando per le nostre città ci si imbatte sempre più spesso in edifici dismessi. Perché? Che cosa si è sbagliato?

«Non ho una conoscenza approfondita di tutti gli immobili abbandonati, anche perché ci sono storie diverse. Pensi all'Albergo dei Poveri, che fu realizzato per finalità filantropiche in epoca lontana e poi è stato destinato agli usi più diversi, non esclusi quelli illegali: non conosco la situazione attuale, ma in un certo periodo c'era gente che ci abitava senza alcun titolo, c'erano addirittura delle attività commerciali. Per rispondere alla sua domanda, occorre capire il perché della dismissione e dove sono andati gli uffici e le attività che erano in quegli immobili. Bisogna capire se alla base di queste dismissioni ci sono stati problemi statici e c'è da interrogarsi su eventuali sprechi. C'è una volontà di riqualificare questi immobili e riusarli? Molto bene, ma esiste una programmazione seria su quale destinazione debba avere ciascun immobile? Non vorrei che si utilizzassero - per carità, legittimamente - fondi pubblici per ristrutturare immobili che poi restano vuoti e quando si concretizza un riuso ci si accorge che bisogna rimetterci mano per adeguarli, spendendo altre risorse pubbliche».

Ha messo il dito nella piaga: spesso i soldi si spendono due volte. Allora, come si dovrebbe procedere?

«Ci vuole un tavolo al quale siedono i vari proprietari e si domandano: "Che vogliamo fare?", analizzando le possibili destinazioni. Per esempio, pensiamo al mercato ittico: c'è chi può immaginare, con l'aumento dei flussi turistici, di trasformarlo in un albergo. Ma quest'idea è compatibile con gli strumenti urbanistici? Credo che prima di entrare nel dettaglio occorra prima di tutto porre questa domanda. Inoltre, sento di sottolineare che, ove si voglia andare avanti, bisogna cominciare a sgombrare quei "contenitori" dalle eventuali occupazioni abusive che in qualche caso esistono. Bisogna smettere di spendere, spendere, spendere senza un'idea chiara. Il cittadino per bene è stanco di vedere sprecati i soldi che versa con le tasse».

In qualche caso, l'alienazione potrebbe essere una soluzione?

«Non vi è dubbio. Mettere quegli edifici sul mercato, conservando la destinazione in base allo strumento urbanistico e secondo le procedure di legge, è forse la strada anche più agevole. Ma non si può fare con tutto. Ad esempio, mi chiedo: è possibile alienare l'Albergo dei Poveri?».

Lei ha speso una parte del suo impegno nel contrasto all'abusivismo. Quanto è diffuso oggi il problema a Napoli e in provincia?

«Molto, molto, molto. Questo è lo scheletro nell'armadio della Repubblica italiana. Ci sono milioni di giovani che protestano perché l'ambiente sia tutelato. Va di moda la tutela ambientale, intorno alla quale si sta creando un giro d'affari. Molte imprese vedono nella "green economy" una possibilità di riciclarsi legittimamente. Ma per l'uso scellerato del territorio, causa spesso di tragedie, nessuno protesta. Non so perché, ma questa tematica è da sempre discriminata rispetto alle altre. Eppure impatta fortemente sugli elementi che formano il nostro habitat. In Italia, forse sette o otto cittadini su dieci hanno commesso abusi, piccoli, medi o grossi. Per cui, non conviene porre il problema. Nella Terra dei fuochi abbiamo un abusivismo forte. Ma le fiaccolate - sacrosante, per carità - si fanno per i rifiuti bruciati: dell'abusivismo non si dice niente. Ci si nasconde dietro l'alibi che i Comuni non hanno i soldi che dovrebbero anticipare per gli abbattimenti».

Come si combatte concretamente questa piaga?

«Non rimuovendola, tanto per cominciare. L'abusivismo, evidentemente, ha colpito anche i "contenitori" di cui parlavamo: basta entrare nell'Albergo dei Poveri per accorgersene. Il vero problema, però, è che manca la volontà politica di impegnarsi in questo senso. C'è un problema serio, che è il rapporto degli amministratori con l'elettorato, per cui questa attività di repressione dovrebbe essere affidata ad autorità terze, che non siano condizionate dal consenso elettorale. Inutile fare i teorici: in un piccolo Comune, dove ci si conosce tutti, non è facile fare abbattimenti. Il problema delle risorse finanziarie, invece, è un falso problema, un alibi. Per chi è debitore nei confronti delle pubbliche istituzioni, ci sono delle procedure esecutive. Se non pago l'abbattimento dei volumi abusivi che ho realizzato, il Comune può pignorarmi il negozio, il quinto dello stipendio. Nel 2014, tra l'altro, è entrata in vigore una legge che impone ai Comuni di erogare a chi non procede alle demolizioni pene pecuniarie fino a 20mila euro destinate a un fondo vincolato per le demolizioni. Ma evidentemente non è applicata con buoni risultati. Insomma, in questo settore è tutto da rifare. Non c'è un'azione organica e, quando questo accade, sembra un'azione di repressione che viene percepita ingiusta. Insomma, è un cane che si morde la coda. Per questo sostengo che bisogna rivedere tutto il sistema repressivo. E prima ancora bisogna farsi la domanda di fondo: vogliamo farlo o no? Perché se le cose restano così, tutti sono sicuri dell'impunità, con buona pace dell'ambiente».

Qual è la sua idea sull'uso dello strumento del condono edilizio nel nostro Paese?

«Questo è un altro grosso problema che non è stato affatto affrontato in modo adeguato: non a caso, la definizione di migliaia di pratiche di condono è ancora lontana. Bisogna dire che ci sono state varie incertezze operative da parte dei Comuni e delle Soprintendenze. Ad esempio, nel 2013 la sesta sezione del Consiglio di Stato ha definito il principio per cui al primo e al secondo condono si possa applicare la procedura dell'articolo 146 del codice dei beni culturali, secondo cui decorsi 60 giorni dalla richiesta di parere dei Comuni alla Soprintendenza, i primi possono decidere autonomamente il rilascio delle concessioni edilizie e delle sanatorie che estinguono il reato paesaggistico. Insomma, è una situazione molto complessa che rende tutto molto incerto, con situazioni di grande disagio da parte di chi ha diritto al condono, che vive una situazione di grande sospensione. D'altronde, è notorio che solo a Napoli ci sono decine di migliaia di procedure ancora pendenti».

Le normative in alcuni casi non sono troppo stringenti o contraddittorie?

«Vero, abbiamo troppe norme che sembrano contraddirsi e questo crea quella incertezza che non fa bene, mi perdoni il gioco di parole, alla certezza del diritto: in questo modo, si creano spazi per chi non vuole rispettare la legge».

Di alcune leggi è perfino difficile comprendere la ratio.

«Purtroppo sì, tanto che si parla di legislazioni "criminogenetiche", che possono cioè indurre a condotte poco trasparenti. Ripeto: occorrerebbe una revisione di tutta la normativa con limiti precisi e con criteri logici».

Il centro storico di Napoli è splendido e al tempo stesso decadente. Che cosa si può fare per arrestarne il disfacimento?

«Non vi è dubbio che sia ridotto male. Sento dire da sempre che occorrono risorse per la ristrutturazione degli immobili privati. Tutto condivisibile, ma se cominciassimo a far rispettare le norme avremmo fatto già un grande passo in avanti. Ad esempio, chi vende frutta e verdura non può occupare i marciapiedi e le strade con i propri banchetti. Se facessimo rispettare norme del genere, tutto comincerebbe ad essere più decente rispetto al quadro attuale».

Vuol dire che c'è una quota di decoro che si può recuperare a costo zero?

«Esatto: se è vero che mancano i soldi, è vero anche che ci sono i controlli con le relative sanzioni. Se non altro, si può arrestare il declino di un centro storico che costituisce una ricchezza per la città e non solo. E l'aumento dei turisti dovrebbe spingere le istituzioni ad interventi di questo tipo. Non ci si può nascondere sempre dietro la mancanza di danaro».