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Deandreis (Srm-Intesa Sanpaolo), anatomia di una crisi. «Perso in Italia il 9% di Pil, al Sud

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Le sue particelle hanno un diametro medio di 0.10 micron, eppure questa maledizione invisibile si è abbattuta come uno tsunami sulle economie e sulle vite del mondo intero. Ma se le conseguenze del virus sulla salute, nostro malgrado, le conosciamo bene, quelle sull'economia e sugli equilibri sociali sono ancora tutte da esplorare. Massimo Deandreis, direttore generale del Centro Studi Srm - Studi e Ricerche per il Mezzogiorno, collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo, nonché presidente di Gei, l'Associazione italiana degli economisti d'impresa, è uno scienziato dei processi economici. A lui, che ogni giorno maneggia i numeri e le dinamiche che descrivono la crescita e la decrescita, abbiamo chiesto di scandagliare gli effetti della pandemia passati, presenti e futuri.

Dottor Deandreis, siamo sotto la minaccia del Sars Cov-2 ormai da un anno. Quanto sono arretrate e quanto ancora arretreranno l'economia italiana e quella del Sud Italia in particolare con la pandemia?

«Il 2020 è stato un anno complesso, con un calo generalizzato delle economie internazionali, su livelli sperimentati solo nei periodi bellici. L'Italia si stima abbia perso circa il 9% del Pil nel corso dell'anno, sebbene abbia manifestato nel terzo trimestre un rimbalzo molto significativo dopo il crollo del pil del primo semestre a seguito del "lockdown" generalizzato. La seconda ondata della pandemia ha poi ovviamente frenato il recupero ed ha nuovamente provocato una lieve caduta dei dati economici. Il 2021 è previsto in recupero, con un tasso di crescita tra il 4 ed il 5%. In particolare si prevede un primo semestre ancora complesso; poi la seconda parte dell'anno dovrebbe evidenziare una significativa ripresa in concomitanza con la risoluzione delle principali problematiche sanitarie. Il Mezzogiorno ha evidenziato un 2020 difficile, anche se leggermente meno complesso in termini economici rispetto al Centro-Nord. Il calo è infatti previsto nell'ordine dell'8%. La minore esposizione del territorio meridionale alle dinamiche economiche internazionali ha in parte "protetto" l'economia territoriale, ma ovviamente sarà anche il motivo per cui il 2021 è previsto sì in crescita, ma con un ritmo minore rispetto al resto del Paese. Le stime sono intorno al +2/+3%».

In questa crisi globale della quale ancora non si intravede la fine, vale il vecchio ragionamento del "mal comune" o c'è qualche Paese che ci rimetterà di più?

«È un detto che vale sempre: essere in difficoltà in un contesto in cui tutti vanno bene sarebbe peggio. Invece oggi tutti i Paesi europei sono in difficoltà per il peso che la crisi Covid ha sull'economia. Questo significa che se ci riprenderemo in fretta potremo anche recuperare il gap. Ma molto dipende da noi».

Nell'estenuante dibattito sul Recovery Fund e sul Mes lei da che parte si colloca?

«Quella che avrebbe dovuto essere una scelta basata principalmente sulla convenienza economica ha assunto una connotazione forse eccessivamente politica. Chi, potendo scegliere di fare un prestito con chi ti offre tassi più bassi, andrebbe a scegliere di farlo con tassi maggiori?».

Secondo lei, il Mezzogiorno d'Italia dovrebbe fare il tifo affinché l'Italia acceda a questi strumenti?

«Non è una questione di Mezzogiorno, perché poi è l'Italia nel suo insieme che ha il più alto debito pubblico d''Europa».

Quali sono i settori che denunciano maggiore sofferenza?

«Le azioni di difesa sanitaria alla dilagante pandemia hanno ovviamente colpito fortemente quei settori e quelle filiere legate alle dinamiche relazionali oltre che alla produzione di beni e servizi considerati non essenziali, quali ad esempio la cultura, l'intrattenimento ed il turismo. Tali settori hanno praticamente ridotto a meno di un terzo la capacità produttiva rispetto al 2019. Altri settori fortemente condizionati sono stati poi ad esempio quelli del tessile e dell'automotive, che peraltro rappresentano settori molto importanti per il Mezzogiorno. Ci sono anche parti del tessuto produttivo che però hanno potuto trarre vantaggi dal mutato contesto: pensiamo al boom dei servizi di e-commerce e delle piattaforme di vendita globali, ma anche alla filiera farmaceutica e i prodotti per l'igiene. Un settore che si è "difeso" con un impatto solo lieve è quello dell'agroalimentare, sebbene abbia perso una significativa parte legata alla ristorazione ed all'economia dell'intrattenimento. Possiamo evidenziare come abbia retto all'urto anche il sistema logistico-portuale, che ha ben risposto alle esigenze di approvvigionamento di merci del Paese».

L'economia sommersa e l'economia illegale stanno trovando nuovi spazi e nuove opportunità?

«Il rischio di una recrudescenza dell'economia illegale in un contesto di crisi così complesso è da tutti gli esperti ampiamente condiviso. In particolare grande attenzione si deve prestare alle dinamiche legate alle crisi aziendali, in particolare nel mondo del turismo, in quanto le associazioni criminali hanno liquidità e forza economica per acquisire molte di queste aziende, potendo poi avere mano libera per controllare il ricco mercato che si riattiverà a fine crisi. Per quanto riguarda l'economia sommersa non illegale, tendenzialmente le dinamiche rispecchiano gli andamenti di quella "emersa", pertanto non si prevede un incremento particolare del suo peso nel corso del 2020, anzi potrebbero seguire la sua stessa dinamica riflessiva».

L'impresa in Campania e al Sud era già in crisi prima del Covid?

«L'economia regionale e quella meridionale erano già in lieve sofferenza nel corso degli anni precedenti la crisi pandemica, seguendo peraltro le difficoltà evidenziate dall'intero Paese. Il tasso di crescita medio annuo del Pil in Campania nel periodo 2015 -2019 è stato intorno allo 0,5%, con un valore per il 2019 stimato al -0,1%. Dati analoghi per il Mezzogiorno, e che sono all'incirca la metà rispetto a quanto evidenziato nello stesso periodo nel Centro Nord (intorno al +1,2% in media annua)».

A proposito del Sud Italia: su tante cose siamo rimasti fermi, o addirittura siamo arretrati. Lei è torinese: da lassù, le sembra che la colpa sia più degli amministratori o dei cittadini?

«Non sono io il giudice che possa indicare colpevoli. Posso però dire che nel Mezzogiorno esiste una fetta rilevante e maggioritaria di persone perbene, con alto senso civico e sociale. Forse dovrebbero solo farsi sentire di più».

Secondo i dati in vostro possesso, quante imprese in Italia, al Sud e in Campania hanno chiuso i battenti e quante rischiano di scomparire?

«L'anno 2020 è certamente stato molto difficile per le imprese a seguito della crisi sanitaria che ha generato shock simmetrici cioè sia del versante della domanda (calo drastico dei consumi) che dell'offerta (chiusure forzate delle attività). Il sistema Paese ha provato a salvaguardare le potenzialità produttive del territorio fornendo una serie di aiuti (in valore a circa 140 miliardi di euro di incentivi e ristori) che potessero evitare la chiusura forzata delle attività di impresa. Il risultato è stato quello di rallentare le gravissime ripercussioni che si sarebbero certamente verificate ed in qualche modo di ritardare gli effetti sulle capacità potenziali del sistema produttivo. I primi dati ufficiali per il 2020 ci dicono infatti che il numero delle imprese attive in Italia è sostanzialmente rimasto stabile (+0,2%) con un dato addirittura migliore per il Mezzogiorno e la Campania (rispettivamente +1% e + 1,5%). Rispetto all'anno precedente, i primi dati nazionali segnalano però che le iscrizioni sono diminuite del 17,2% e parallelamente, le cessazioni hanno fatto segnare un calo del 16,4%. La forte contrazione dei flussi di iscrizioni e cancellazioni delle imprese suggerisce dunque cautela nella quantificazione delle conseguenze del forzato rallentamento delle attività in molti settori economici. A stabilire l'entità reale degli effetti prodotti nel 2020 dalla crisi pandemica sul tessuto imprenditoriale sarà pertanto utile attendere le risultanze del primo trimestre del 2021».

È d'accordo con quanti sostengono che questa bufera minaccia soprattutto le pmi?

«So per esperienza che la dimensione delle imprese c'entra molto con la loro capacità di reggere le crisi e le tensioni sui mercati, e piccolo non è sempre sinonimo di bello».

Ritiene che le misure adottate dal governo Conte a sostegno delle imprese siano soddisfacenti?

«Si può sempre fare meglio, ma per onestà intellettuale occorre anche riconoscere che il governo ha dovuto affrontare una crisi enorme, globale, inaspettata e di difficile gestione. Abbiamo visto chiaramente che anche all'estero nessuno era preparato ad affrontare una crisi così profonda e globale».

Il Covid allargherà la forbice tra chi ha di più e chi ha di meno?

«Su questo il dibattito è aperto. C'è chi risponde senza esitazione di sì. Ma c'è anche chi fa notare che la crisi ha cambiato le gerarchie. Oggi ad esempio soffrono di più le città globali e cosmopolite (New York, Parigi, Londra, Roma) che vivevano di turismo internazionale e d'affari, rispetto alle città di piccole e medie dimensioni. L'inverso di quello che accadeva fino a un anno fa. Vale un po' la metafora dell'incidente in Formula 1. Se tutto fila liscio, è facile prevedere chi vince: il team più forte e con l'auto più performante. Ma se c'è l'incidente che blocca tutti e manda alcuni fuori gara, quando si riparte, anche l'ultimo ha di nuovo una chance di vincere».

Aumenterà la divaricazione tra Nord e Sud del Paese? Al Sud Italia, nel 2018, il Pil era aumentato appena dello 0,3%, mentre nel Nord-Est dell'1,4%. Il baratro tra le due Italie si stava già allargando?

«È la grande sfida che dovrebbe essere posta anche al centro di come spendere le risorse del Recovery Fund. La crisi ha portato anche effetti positivi e inaspettati. L'Europa ha reagito ed è ora più coesa di prima. E mette sul piatto ingenti risorse. È la grande occasione anche per recuperare il divario tra le aree più deboli e quelle più forti. La grande occasione da non sprecare soprattutto per dovere verso le future generazioni».

Il Covid ha dato all'Europa l'occasione per fare quello scatto in avanti verso una compiutezza tanto attesa? Ha funzionato, insomma, da propulsore per un processo che andava a rilento?

«Sì, lo vediamo anche in queste ore con il tema dei vaccini, perché anche solo la minaccia di introdurre restrizioni alle esportazioni e di attivarne il registro è una risposta unitaria ad un bisogno unitario. Pensiamo che cosa sarebbero i Paesi dell'Europa se ogni stato dovesse negoziare individualmente le proprie dosi con i grandi produttori. Scatterebbe una logica di protezionismo nazionale. Invece siamo dinanzi ad una sorta di protezionismo europeo che rappresenta una fase di rafforzamento dell'identità comune e della consapevolezza di una dimensione molto ampia per certi versi paragonabile ad uno Stato federale. Questo processo di integrazione sta certamente accelerando con la pandemia, anche se in un primo momento un rischio di disintegrazione c'è stato. Per fortuna, i vertici delle istituzioni europee stanno dimostrando la capacità politica di cavalcare questo momento storico che accelera l'integrazione. Anche perché tutto il mondo sta andando verso regionalizzazione della globalizzazione. Anni fa era palpabile un processo di globalizzazione con la "G" maiuscola, con catene produttive che coinvolgevano diversi Paesi. Non dico che questo tipo di mondo non tornerà, ma oggi viene sostituito da una regionalizzazione. Si ragiona per blocchi: America, Cina, Europa. Con la Gran Bretagna, abbiamo una prova generale di quello che può accadere a chi pensa di poter tenere la testa fuori e i piedi dentro».

Vuol dire che per la Gran Bretagna si annunciano tempi duri?

«Penso di sì. I conti sono stati sbagliati sin dall'inizio. Si tratta di un Paese che vive soprattutto sui servizi finanziari, che sono smaterializzati e per definizione, dunque, globali. La Gran Bretagna è un Paese che svolge tradizionalmente una funzione di ponte tra Unione Europea e Stati Uniti. Per chi svolge un simile ruolo di intermediazione non ha senso tagliare i ponti con una delle due parti. Già non aveva senso con la globalizzazione, adesso ancora di meno. Se prima oltremanica potevano contare sul Commonwealth, oggi quelle parti che lo compongono saranno risucchiate dalle dimensioni regionali di cui sopra».

Intanto, nelle aree più depresse, quindi al Sud, cresce la domanda di sostegno al reddito, in varie forme. Per il reddito di cittadinanza si registra una netta prevalenza di domande al di sotto del Garigliano, con la Campania in testa e Napoli prima tra le province italiane. Il sistema-Paese riuscirà a reggere questo fabbisogno? Ritiene che sia la strada giusta per ridurre le sperequazioni?

«Indipendentemente dai nomi e dalle formule, una forma strutturale di sostegno al reddito è necessaria ed è presente in tutti i Paesi europei. Ma non è questa la strada per ridurre le sperequazioni, che si superano solo creando occupazione stabile. E questo avviene se aumenta il numero delle imprese, se cresce il tessuto imprenditoriale e se aumentano gli investimenti produttivi nel Mezzogiorno anche da parte di soggetti internazionali».

La digitalizzazione alla quale fatalmente la pandemia ha impresso un'accelerazione può aprire nuove opportunità all'Italia e al suo Mezzogiorno o rischia di allargare il "digital divide", il divario tra chi sa e chi non sa, tra chi ha e chi non ha?

«È questa la vera rivoluzione, e la digitalizzazione dell'economia, sia dal lato della produzione che dei servizi, è il perno di questa trasformazione. Il Mezzogiorno ha tutte le caratteristiche e le potenzialità per essere all'avanguardia. Anche dal lato della ricerca, come dimostra ad esempio il polo di San Giovanni a Teduccio».

Su questo fronte, l'armamentario culturale, i saperi, faranno – come sempre - la differenza. Ma anche la dotazione tecnologica ha un suo peso. Conta di più il software o l'hardware?

«Difficile dare una risposta. Credo che conti di più l'hardware: i cervelli e le competenze si spostano e le puoi attrarre, ma è anche vero che l'hardware è sempre più accessibile. Una volta si dovevano scavare chilometri per far passare tubi, cavi, oggi con le antenne e domani con i satelliti in orbita è tutto più semplice. Ma bisogna sviluppare delle politiche in questo senso, che del resto già ci sono. Nel Mezzogiorno esistono alcune realtà di eccellenza mondiale. Non sono conosciute dal grande pubblico, ma ci sono: oltre a San Giovanni a Teduccio, c'è alla Federico II, un'università di livello mondiale che vanta grandi luminari. Bisogna mantenere queste eccellenze e svilupparle con l'attrazione delle conoscenze. La vera globalizzazione che in questa fase si può continuare a mantenere è quella di attrarre competenze. Il Sud, che può garantire una qualità della vita potenzialmente molto alta, ha delle chance in più di richiamare bravi studiosi. Ma ce ne vorrebbero dieci di San Giovanni a Teduccio, per cambiare l'impatto sull'economia, attraendo professionalità di altro profilo e innescando un circolo virtuoso che produca sviluppo».

La globalizzazione per come l'abbiamo intesa fino ad oggi ha fatto più bene o male ai Sud del mondo?

«Io continuo a pensare che la globalizzazione, non come punto di arrivo ma come processo, sia molto positiva. Comporta una crescita dell'umanità nel suo insieme. Rendere facili gli spostamenti, il contatto e lo scambio tra opinioni, lingue, culture e pensieri diversi è una cosa molto positiva e tende a stemperare i conflitti. Come tutti i processi, però, quando è eccessivamente accelerato, crea degli scompensi. La globalizzazione è stata troppo accelerata e poco guidata: questi due fattori hanno generato gli scompensi che conosciamo. Ma la globalizzazione è anche un processo tecnologico: internet è globalizzazione. In questi ultimi anni sono nati nuovi attori come i giganti del web, che non sono facili da controllare. Ma io credo che tutto si assesterà, e ritengo che la regionalizzazione della globalizzazione di cui parlavo prima sia una fase di assestamento, non di arretramento».

Secondo lei, senza la globalizzazione avremmo avuto ugualmente la pandemia?

«Credo di sì. Forse sarebbe stata più lenta nel diffondersi, ma sarebbe stata senza dubbio più lenta anche la risposta sul fronte della ricerca. I tre produttori del vaccino sono il frutto del lavoro di diversi Paesi, di gruppi di ricerca multinazionali collegati tra di loro grazie alla rete. La globalizzazione è questo, non puoi scegliere di prenderne solo una parte: o tutto, o niente».

Per concludere: ritiene che sia necessario accettare un rischio sul piano sanitario per far ripartire l'economia?

«Faccio fatica a mettere in contrasto salute ed economia come se fossero due piatti della bilancia. Se c'è una cosa che ha dimostrato questa pandemia è proprio che lo sviluppo economico varia anche in funzione di quello sanitario e dei servizi connessi. L'investimento in efficienza del sistema sanitario oggi è chiaramente anche un investimento economico. Solo in questo modo si può trovare l'equilibrio giusto. Nel breve sarà comunque il vaccino la chiave per farci uscire da questo tunnel del quale ora, proprio grazie al vaccino, intravediamo l'uscita».