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Degrado urbano e autenticità: un laboratorio di restauro per il centro storico di Napoli

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Cos’è il degrado urbano? Cosa intendiamo precisamente quando utilizziamo questa espressione? Un anno e mezzo fa un grande sociologo americano, Harvey Molotch, professore emerito alla New York University, volle organizzare un seminario su questo tema proprio a Napoli, presso il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Durante la giornata di lavori, coordinata da Laura Lieto, alla quale partecipava anche chi scrive, il tema del degrado fu sviscerato da prospettive molto diverse: dalle grandi aree industriali dismesse americane (Detroit) ai secolari problemi di una città come Napoli. Ciò che maggiormente colpiva il nostro ospite americano, dal suo punto di vista sociologico, era il fatto che il degrado urbano a Napoli fosse una condizione quasi connaturata alla città, che non sembrava turbare più di tanto i suoi cittadini. Provai a inserirmi nella discussione osservando quanto segue.

È certamente vero che il caso di Napoli è del tutto unico nel panorama italiano ed europeo: gran parte del patrimonio immobiliare presenta condizioni di degrado consistenti, in taluni casi drammatiche, frutto di decenni, quando non di secoli, di incuria. Basterebbe citare gli edifici di via Marina rimasti in piedi dal mancato completamento del Piano di ricostruzione postbellico, che recano ancora i segni dei bombardamenti, o il tessuto urbano lungo via Lavinaio, o ancora quello della Duchesca. Ma sarebbe un elenco troppo lungo, perché in realtà la città è disseminata di edifici fatiscenti, persino nei suoi quartieri apparentemente più curati. Una passeggiata lungo le rampe Lamont Young, su fino a Monte Echia – luogo dal fascino millenario per la presenza palpabile delle più remote origini della mitica Parthenope – lo conferma: a pochi metri dai grandi alberghi e dalle residenze borghesi, si ritrova un tessuto edificato caratterizzato da condizioni di degrado che sarebbe impossibile riscontrare nel cuore di Roma, Firenze o Milano. Ed è inutile ribadire che a questo degrado fisico corrispondono situazioni di disagio sociale allarmanti.

Eppure questa condizione drammatica, nel suo paradosso, può avere un rovescio della medaglia. Se è vero infatti che il degrado urbano costituisce un enorme freno allo sviluppo economico, scoraggiando anche potenziali investitori, è vero anche che ne rappresenta un valore inestimabile di autenticità. Proprio il fatto che il centro storico di Napoli non abbia subito grandi campagne di restauri – salvo alcune limitate parti – fa sì che esso sia sopravvissuto sostanzialmente autentico, pur tra le tante alterazioni e manomissioni, nel corso dei secoli. Questa condizione può dunque trasformarsi, da elemento di freno allo sviluppo, a fattore determinante, che può motivare e sostenere una forma di investimento per il suo recupero. Se da un lato, infatti, i costi sono certamente elevati, a causa delle condizioni di degrado avanzato che il tessuto urbano manifesta, dall’altro essi possono essere in gran parte giustificabili con i benefici derivanti dalla conservazione di un tessuto autentico e sempre più unico nel panorama delle città europee, già interessate da molti decenni da processi di rigenerazione urbana che ne hanno snaturato i caratteri.

Su questi temi cinquant’anni fa la scuola napoletana di Restauro sviluppava studi pioneristici, sperimentando proprio qui metodi di valutazione del patrimonio architettonico che sarebbero poi stati sviluppati e applicati in tutta Europa. Lo si doveva a un indimenticato maestro come Carlo Forte, che in un team multidisciplinare diretto da Roberto Pane produceva delle analisi economiche per il restauro del centro antico di Napoli che sorprendono ancora oggi per la loro attualità. È da qui che si dovrebbe ripartire, immaginando un programma di restauri, ma anche di calibrati e qualificati inserti di nuove architetture, che faccia della condizione di degrado un elemento di valore e non solo un freno allo sviluppo. E che possa trasformare anche le parti più neglette del centro storico di Napoli da luoghi di degrado fisico e sociale a un grande laboratorio per il loro recupero. Un laboratorio nel quale coinvolgere le forze ancora vive e sane della città, per dare un futuro a migliaia di giovani che continuano a fuggire da una Napoli che continua a rubare speranze.