1. Home Page
  2. Editoriali
  3. Democrazia partecipativa

Democrazia partecipativa

di

In architettura, e nell’urbanistica, non contano solo la qualità delle soluzioni adottate ma anche il metodo attraverso il quale si è pervenuti a quelle soluzioni. Questa considerazione, evidentemente, non è vera sempre od ovunque , essendo intimamente legata ad un concetto di democrazia partecipativa, inconcepibile in epoche passate o in presenza di regimi autoritari. Quelli, per intenderci, dove era o è ancora, sufficiente la volontà anche di un solo individuo per stabilire se e come realizzare un’opera di interesse pubblico.

Un sistema, sia detto senza ipocrisia, che spesso, in passato, ha dato ottime prove di sé, consentendo alle nostre comunità di ereditare alcune delle testimonianze più significative della storia umana , dalle piramidi egizie fino a Versailles o la reggia di Caserta.

Quelle stagioni, regimi e modi di operare sono alle nostre spalle (ripeto, forse non da per tutto, ma questo è un altro discorso) ed insito, nel patto sociale che regola le moderne democrazie, vi è anche il principio che interventi significativi, modificativi dei territori e ambienti in cui le comunità sono insediate, siano condivisi ed accettati . E qui nascono i problemi, sia perché non sempre è univoco il sentiment che finisce per prevalere nell’opinione pubblica, a proposito di una determinata opera, ma soprattutto perché, almeno alle nostre latitudini, il decisore, sia quello politico-amministrativo che quello economico-operativo, non possiede una “naturale” predisposizione a sottoporre al giudizio esterno scelte, azioni, soluzioni adottate. In parte ciò accade per un limite culturale, più spesso per insofferenza e interessi. Con l’errore di sottovalutare, come nel caso eclatante della TAV in Val di Susa, quanto il mancato recepimento e introiezione di un progetto in una popolazione possa tradursi in un’ostilità completa verso quegli interventi, con il corollario di danni economici, allungamento dei tempi di realizzazione, lacerazione nelle relazioni sociali, politiche, istituzionali. Di questa necessità si è fatto interprete, da ultimo, anche il legislatore, con l’approvazione del nuovo Codice degli Appalti, laddove ha espressamente previsto, che almeno nei casi più rilevanti, vi sia obbligatoriamente una fase di dibattito e confronto pubblico che preceda, e non accompagni semplicemente o addirittura registri successivamente, la selezione delle opere e dei progetti.


Vedremo se, e come, questa importante novità, all’insegna del più volte richiamato public engagement da parte di Ennio Cascetta, potrà costituire una vera e propria inversione di paradigma nella pratica quotidiana e nella cultura dei soggetti chiamati ad attuare le nuove procedure . Nella consapevolezza, come ha ricordato giustamente Attilio Belli, che anche solo il discorso pubblico, intorno a nodi strategici nella pianificazione urbanistica, costituisce di per sé un valore aggiunto, un arricchimento per i territori, la conoscenza dei luoghi, la storia delle proposte e dei progetti. Va da sé che una tale attività necessita di professionalità, di essere governata per esaltarne il valore e non disperdere energie ed entusiasmi in una pura rappresentazione formale, in un rito retorico e autocelebrativo.

Quello che è certo, e tanto più in una realtà come quella napoletana, è che sarà necessario modificare radicalmente abitudini e stili di comportamento, assumendo il concetto del confronto, dell’apertura della discussione, della legittimità del dissenso, della ricchezza della conoscenza di opinioni diverse o da contributi critici, come regola inderogabile e qualificante, oltre che come viatico per la più rapida, indolore realizzazione di un’opera e per la sua conservazione nel tempo.

A Napoli, quello che non mancano sono i casi in cui applicare una siffatta, innovativa metodologia, dagli interventi strategici come Bagnoli, di riqualificazione urbana, come strade, piazze o stazioni della metropolitana, fino alle manifestazioni di architettura effimera e/o temporanea , non per questo meno sentite o partecipate dalla popolazione. Quello che, purtroppo, sembra mancare è uno spirito pubblico, un’etica della responsabilità che guidi, coloro che sono chiamati ad operare, nella direzione delle scelte verificate e condivise.