Dopo la Sanità, suona Forcella. Albanese: «L'Altra Napoli è qui»

Il fondatore della onlus: «Reduci da anni disastrosi, le istituzioni si sono adagiate sul terzo settore»

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Quando le toppe rimpiazzano il tessuto in troppi punti, è evidente che il sarto qualcosa ha sbagliato. La metafora esemplifica una malintesa – e neghittosa - declinazione della sussidiarietà, principio costituzionale che individua nel punto di incontro fra l'interesse della pubblica amministrazione e quello della collettività una virtuosa reciprocità.

Ma quando il rimedio non è un'alternativa bensì l'unica via, quando l'eccezione degenera in regola, quando insomma si istituzionalizza la sussidiarietà, la generosità, lo slancio filantropico, l'afflato fraterno sono spie che denunciano un vuoto: di impegno, di organizzazione e a volte anche di danaro. Un paniere di responsabilità che Ernesto Albanese, ex dirigente di Coni Servizi, fondatore dell'associazione "L'Altra Napoli" (e incidentalmente anche cognato di Jacopo Fo, figlio del premio Nobel Dario) rovesciò sul tavolo già nel 2007, nei saloni del Tennis Club Napoli. «È assurdo che certe cose dobbiamo farle noi: le istituzioni dove sono?», sillabò guardando dritto negli occhi il Comune che latitava. In questi quindici anni, lui e i suoi sodali sono diventati maestri di impresa sociale, prendendo per mano diverse associazioni e avviandole alla disciplina della speranza. Dimostrando che accendere qualche fiammella, in fondo, non è così difficile.

Albanese, come lei sa molto bene, la sussidiarietà è un'opportunità, ma anche un rischio. Quando qualcuno si occupa di quello che le istituzioni sarebbero chiamate a fare, può accadere che queste finiscano per adagiarsi. È ancora così?

«Napoli è uscita da quattro sindacature devastanti: l'epoca Iervolino è stata disastrosa come quella di De Magistris. Il terzo settore ha coperto molte lacune della pubblica amministrazione, questo è poco ma sicuro. Forse è il momento di cominciare a lavorare insieme. E magari anche di sostenere finanziariamente le associazioni, che da sole non ce la fanno. Sono sicuro che Manfredi è di tutt'altra pasta. È una persona per bene, un professore, un uomo onesto. Gaetano farà benissimo, ne sono sicuro. Nonostante tutte le difficoltà che ha ereditato. Perché è come aver lasciato un terreno incolto per vent'anni: è difficile far nascere subito dei frutti. Adesso si sta rigenerando la pachidermica organizzazione del Comune di Napoli con un concorso che porterà nuove forze, spero che questo serva a sfruttare al meglio i fondi del Pnrr. Utilizzarli bene, con bandi che possano dare un adeguato sostegno alle iniziative, con un attento controllo per evitare abusi e premiare chi è più meritevole è una fondamentale per cambiare in meglio la città».

In questi anni L'Altra Napoli si è consolidata come una realtà credibile del terzo settore grazie a tante iniziative. Ma la Sanitansamble resta forse il vostro vessillo.

«Abbiamo cominciato nel 2005, e in questi 17 anni molte delle attività che abbiamo avviato sono diventate autosufficienti. L'orchestra, invece, richiede un'assistenza economica costante, ma per noi è un emblema, una sorta di bandiera: accoglie bambini che vengono anche da ambienti difficili, caratterizzati da un forte individualismo tipico di certi partenopei. Facendo musica, possono lavorare in gruppo. La forte interconnessione richiede attenzione e rispetto verso gli altri, oltre che grande studio e applicazione. La conseguenza è che spesso i bambini vanno meglio a scuola e c'è un impatto positivo anche su famiglie che magari vivono nei bassi e tollerano che bambino studi il violino».

Tra la nascita della Sanitansamble e quella della Piccola orchestra di Forcella corrono oltre dieci anni. È un passaggio di testimone?

«Qualcosa di simile. Non c'è una discontinuità tra le due esperienze, è la stessa anima che ha figliato prima alla Sanità e poi a Forcella. La cosa bella è che alcuni dei ragazzi che nel 2008, quando è nata la Sanitansamble, erano bambini, in questi anni hanno studiato, si sono diplomati al Conservatorio e oggi insegnano la musica ai loro piccoli nuovi amici di Forcella. È quello che gli americani definiscono "give back", una restituzione. Abbiamo messo su una vera orchestrina che conta una trentina di bambini dai 9 ai 13 anni, un impegno che portiamo avanti da quasi 15 anni con grandi difficoltà nella raccolta dei fondi».

Che cosa vi hanno insegnato questi 17 anni e più di attività?

«Che con la politica dei piccoli passi si possono ottenere grandi risultati. Un'associazione come la nostra, piccolissima e animata da persone molte delle quali non vivono a Napoli, riesce a fare cose con serietà, mantenendo gli impegni».

Qual è il segreto?

«Lavoriamo con un network di relazioni anche personali, coinvolgendo aziende che decidono di stare al nostro fianco. Nel 2006 abbiamo presentato il nostro progetto per la Sanità alla Clinton Global Initiative, la Fondazione di Bill e Hillary Clinton che promuove attività filantropiche e di sviluppo nel mondo, impegnandoci a raccogliere 1,8 milioni. Un traguardo superato di gran lunga: l'anno prossimo sfonderemo il tetto degli 11 milioni. Tutto con i soldi dei privati e della Fondazione Con il Sud, alla quale partecipano banche del Centro e del Nord Italia che promuovono progetti per il nostro Mezzogiorno. Siamo orgogliosi dei progetti realizzati, ma siamo già proiettati verso i prossimi. Abbiamo una mentalità aziendale».

Che cosa c'è all'orizzonte?

«Abbiamo davanti tre tappe molto importanti. A inizio dicembre restituiremo alla città la struttura della Compagnia della Disciplina della Santa Croce, una chiesa inutilizzata oggetto di un lavoro di recupero della facciata sulla quale abbiamo riaperto la porta principale, che era stata murata. Sarà data in gestione ad una piccola startup, un'associazione che organizzerà tour turistici a Forcella. Nello stesso edificio abbiamo recuperato un giardino del 1300 che diventerà un luogo aperto ai bambini del quartiere. Al piano superiore, invece, abbiamo ristrutturato un appartamento che diventerà la sede della Piccola orchestra. Questo è stato possibile grazie ad una rete costituita dall'Arciconfraternita della Disciplina della Santa Croce, proprietaria dell'immobile, da un facilitatore di progetti che siamo noi, da una startup di giovani e un'associazione musicale. Tutto finanziato da un pool di sponsor tra i quali, accanto a Fondazione Con il Sud, ci sono Poste Italiane, Banca d'Italia e Eni. In un'epoca in cui si parla per slogan, dalla transizione ecologica all'ESG, siamo un veicolo attraverso il quale le aziende possono attuare veri progetti di sostenibilità».

A Forcella avete già aperto le porte della "Casa di vetro", negli ampi spazi di una ex vetreria.

«Ne siamo molto orgogliosi. La Casa di vetro è il primo intervento che abbiamo fatto a Forcella, un'ex vetreria da 700-800 metri quadrati che abbiamo ristrutturato e abbiamo condiviso con l'associazione del professor Carlo Fulvio Velardi, che già operava sul territorio. Grazie a questo felice incontro, centinaia di bambini possono godere di uno spazio meraviglioso, con palestre e aule studio dotate di proiettori e lim. Non a caso, l'astronauta Samantha Cristoforetti si è collegata dallo spazio con sole due strutture in Italia: una era a Milano, l'altra era la nostra Casa di vetro, a Forcella. Il modello che seguiamo è sempre lo stesso: non gestiamo nulla, facciamo da incubatore di progetti. Raccogliamo i soldi, li finanziamo, individuiamo i partner sul territorio e li accompagniamo per uno, due anni, o quello che serve. Ma alla fine devono camminare con le loro gambe. È giusto che diventino realtà del territorio».

Qual è stata l'esperienza che vi ha dato maggiore soddisfazione?

«Direi le Catacombe di San Gennaro, un caso di studio al livello internazionale. Quattro o cinque ragazzi partono per recuperare un luogo, lo trasformano in un'impresa che dà lavoro a più di 50 guide alle quali se ne aggiungono altre venti che lavorano nell'Officina dei talenti, raccolgono fondi per recuperare le opere che ci sono dentro. Secondo me, è una cosa straordinaria. Senza contare l'indotto: la ricaduta sulla ristorazione e sulle attività ricettive è stata importantissima. Le Catacombe hanno portato tanti turisti, facendo entrare la Sanità in tutte le guide del mondo. Un risultato incredibile».

In tema di decoro urbano, dove finisce la responsabilità delle istituzioni e dove comincia quella dei cittadini?

«Bisognerebbe separare il centro dalle periferie. L'esperienza alla Sanità ha dimostrato che se cominci a riqualificarli, i luoghi cambiano in meglio e con questi anche i comportamenti delle persone. Certo, il centro di Napoli deve sopportare il carico umano del turismo, che è diventato spaventoso. Questo ormai è un tema: bisogna regolare i flussi turistici per evitare che il centro diventi un formicaio impossibile da gestire. Ormai tra pizzette e panini la situazione è completamente sfuggita di mano, non so come si possa tornare indietro. Così come sarà difficile regolare le attività dei b& b, cresciuti anche questi in maniera selvaggia e sregolata. Diverso è il problema delle periferie: se vivi in una topaia, è difficile che ti comporterai bene».

Vista la carenza di liquidità dei Comuni, ritiene sia pensabile che i privati possano finanziare opere pubbliche, ottenendo in cambio spazi pubblicitari in luoghi di particolare visibilità?

«I privati possono fare donazioni, ma niente di più. Le imprese devono già sopportare un livello di tassazione assurdo, e comunque dopo gli interventi c'è da fare la manutenzione. No, certe cose devono farle i Comuni».

Nel 2005 suo padre Emilio, ex ingegnere dell'Alenia in pensione, fu ucciso nel corso di una rapina in via Costantinopoli. Come è cambiata da allora la città sul piano del controllo del territorio?

«Manfredi è sindaco da troppo poco tempo per poter fare un bilancio. Leggo la cronaca, e vedo che la città non è scevra da situazioni di violenza come aggressioni e rapine ai turisti. Ma sono cose fisiologiche, accadono anche qui a Roma. Da allora una cosa è cambiata: oggi la microeconomia legata al turismo che ha invaso Napoli in modo impetuoso consente a tanta gente di lavorare onestamente. Questa alternativa dieci anni fa non c'era, così come non c'era il reddito di cittadinanza, che quando non viene abusato da qualcuno che lo percepisce senza titolo e quando non genera la rinuncia del lavoro, è una mano santa».

Dopo la drammatica vicenda che ha colpito la sua famiglia, ha mai pensato di tagliare i ponti con questa città che in qualche modo ha tradito la vostra fiducia?

«No, proprio per questo ho voluto avviare l'esperienza de L'Altra Napoli, legata proprio all'idea di non rassegnarsi, di pensare che un'altra città, diversa da quella della malavita e della violenza, fosse possibile. Mio padre amava Napoli e ci era voluto tornare. Io ho voluto perpetuare quell'amore con grande gioia per Napoli e per i ragazzi che beneficiano delle nostre azioni».

La cultura, lo sport, l'arte, possono davvero bonificare le aree degradate?

«Assolutamente sì. La cultura è il driver di tutto, l'elemento che cambia l'anima delle persone, perché riesce ad inculcare una sensibilità, un'attenzione, un rispetto verso la bellezza, il colore, la pulizia, l'ordine. Sono cose che cambiano profondamente i comportamenti delle persone. Ecco perché è fondamentale valorizzare i tanti tesori nascosti, abbandonati, bistrattati che Napoli ha. Però vedo che pian piano le cose accadono. Il segreto è affidare i beni che lo Stato non ha la forza di gestire a cooperative che consentano di utilizzarli. L'alternativa non è tenerli chiusi, ma affidarli a giovani pieni di energie, di idee, di coraggio, di intraprendenza. È successo con le Catacombe, con il Tunnel borbonico, con diverse chiese e ultimamente con il Museo dell'acqua. Può e deve succedere in tante altre realtà».