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Fortini: «Sedie usate al posto dei banchi che non arrivano, ma chiudere sarebbe una sconfitta. Il rispetto delle regole? Ingiusto demandare tutto alla scuola»

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Cattedre e banchi issati come baluardi per dire che no, il virus non congelerà di nuovo le nostre vite. E che, al contrario, contro questo nemico subdolo e invisibile siamo pronti a combattere con armi altrettanto invisibili: il buonsenso, il senso di responsabilità, il rispetto delle regole e quello per gli altri. In una parola, l'educazione, in tutte le sue declinazioni. Armi che ci consentirebbero, quelle sì, di "resistere al Covid". Ché mai come in questa sfida, nella quale il risultato collettivo è dato dalla somma delle condotte individuali, siamo legati a doppio filo gli uni a gli altri, sia pure distanziati. Armi che, se imbracciate quotidianamente, possono diventare strumenti di un cambiamento che ci ritroveremmo in eredità anche quando la Grande Paura sarà archiviata. Armi di costruzione di massa.

Così, nella resistenza al virus, la scuola diventa la trincea. Del resto, da che mondo è mondo, al fronte ci vanno i più giovani; la sfida alla pandemia non fa eccezione. Eppure, in questa battaglia di retroguardia, giocata per il momento tutta in difesa, mancano proprio i banchi, quelli monoposto, chiesti prima dell'estate e adesso reclamati a gran voce dal presidente della Regione Campania Vincenzo de Luca e dall'assessore all'Istruzione, Lucia Fortini, riconfermata pochi giorni dopo il trionfo elettorale del governatore uscente (e rientrante).

Assessore Fortini, in diverse scuole di Napoli si segnalano persone positive al virus: come si gestisce il rischio contagi tra gli studenti?

«L'unica vera protezione è la mascherina. Bisogna far capire agli studenti, che data la giovane età sono spesso i più indisciplinati, che bisogna portare sempre la mascherina, evitare assembramenti, lavare le mani frequentemente e non metterle sul viso. E a tutti dobbiamo far capire che con questo virus dobbiamo convivere. L'alternativa quale sarebbe? Richiudere le scuole? Se bastasse farlo per due settimane potremmo anche pensarci, ma con questo virus dobbiamo convivere almeno altri dieci mesi.  E poi, diciamo la verità: chiudere le aule non ha senso se poi la sera i ragazzi se ne vanno al pub».

Al di là delle ore di lezione, infatti, il problema è che quando escono da scuola molti studenti non sono propriamente scrupolosi nell'osservanza delle regole. Tra i compiti di un educatore c'è anche quello di sensibilizzarli in questo senso?

«Direi: anche no. Noi siamo abituati a risolvere qualsiasi problema affidando una funzione alla scuola: la lotta al fumo, il rispetto dell'ambiente, ora anche il virus; non possiamo caricare anche questo altro peso sugli insegnanti, che stanno già facendo il massimo, devono essere prima di tutto le famiglie a fare questo lavoro. Abbiamo passato l'estate col metro in mano, adesso però aspettiamo i banchi».

Ecco, appunto, i banchi monoposto sono ancora pochissimi: 1700 contro un fabbisogno di 250mila. Per questo, lei ha scritto al commissario straordinario all'emergenza, Domenico Arcuri, chiedendogli chiarimenti e sollecitandolo a mantenere la parola data prima dell'estate.

«Giovedì scorso il presidente De Luca è andato a Roma per parlare di questo con il ministro Speranza e il commissario Arcuri (sul tavolo, anche la richiesta di medici e infermieri, che negli ospedali campani, dopo anni di blocco delle assunzioni, scarseggiano, ndr). Oggi i ragazzi sono costretti ad usare le sedie al posto dei banchi, è una situazione insostenibile».

Quando arriveranno?

«Non lo sappiamo. Stando alle promesse, dovevano arrivare entro la metà di ottobre, ma mi sento di escludere che in pochi giorni possano essere consegnati più di 200mila banchi. È evidente che la situazione è complicata, al momento la maggioranza delle scuole non è nelle condizioni di lavorare al meglio».

Con la Campania ormai stabilmente in testa alla classifica dei contagi, dobbiamo temere il rischio che gli studenti possano portare il virus dalla scuola a casa?

«Non credo sia un rischio così alto. Del resto, a scuola i ragazzi portano la mascherina, la paura in questo senso aiuta. Tante scuole mi scrivono per dirmi sono in difficoltà, ma si riferiscono ai docenti: se su 200 ne hai 10 in quarantena o in isolamento fiduciario, gestire le classi è complicato».

Le scuole attendono anche i tamponi rapidi: quando saranno disponibili?

«In Campania siamo stati i primi a rendere obbligatori i test su tutti i docenti e il personale non docente, poi sui ragazzi. Mentre sugli adulti sapevamo di non avere molti problemi, tra gli studenti ci sono molti asintomatici, anche perché i loro stili di vita sono molto più a rischio. Quello è il vero pericolo: devono capire che se non vogliono un altro lockdown devono osservare le regole».

Molti istituti, intanto, hanno ottenuto il bonus di tremila euro per l'acquisto di termoscanner.

«Sì, i fondi per i termoscanner sono arrivati e molti stanno già facendo i controlli della temperatura».

Per difendersi dal virus sono stati spesi - e saranno spesi ancora - tanti soldi, ma c'è chi ha visto cataste di banchi in ottime condizioni tra i rifiuti. C'è il rischio che nella corsa per alzare un argine al virus si consumino sprechi e si commettano errori?

«Sicuramente, quello c'è sempre. Dico a tutti di utilizzare sempre la diligenza del buon padre di famiglia e a chi vede qualcosa che non va dico di scrivere e denunciare alle autorità competenti. A volte si può trattare anche di superficialità, ma certe cose vanno evitate».

C'è chi, come il professor Carillo, intervistato da Nagorà, ha proposto di utilizzare le caserme dismesse per ovviare al problema delle classi piccole. Sarebbe favorevole a una soluzione del genere?

«No. Sono contraria all'idea di utilizzare musei, cinema, giardini, e quindi anche caserme, al posto delle aule. Il luogo naturale per fare lezione deve restare la scuola, e deve avere spazi adeguati. Altro discorso è fare lezione di filosofia o di storia dell'arte in un museo o di biologia in un giardino. Quello ha un senso, ma una caserma non può ospitare una scuola, a meno che non si decida di riconvertirla».

Intanto andiamo incontro all'inverno senza bussola, un po' disorientati. Il mondo della scuola sta producendo un grande sforzo per andare avanti, teme che possa essere tutto inutile? Con l'inverno dovremo chiudere di nuovo le scuole?

«Mi auguro ovviamente di no, faremo di tutto per scongiurarlo. È ovvio che l'unica vera soluzione è quella, ma sarebbe una sconfitta per tutti. Anche perché in questo momento c'è un numero enorme di positivi ma tanti sono asintomatici e i numeri delle terapie intensive non sono allarmanti. Ovvio, dobbiamo stare attenti, ma non è lo stesso virus di marzo e aprile. Il problema è costringere gli asintomatici a non uscire: c'è chi si sente bene e se ne va in giro pur essendo positivo. Il pericolo è la stupidità umana. Ma poi, la domanda da porsi è: se chiudi le scuole, il contagio si ferma? Secondo me no. L'ambiente scolastico è un fattore, ma non è di certo il principale. Sospendere le attività didattiche può avere senso solo per qualche giorno, in situazioni particolari che richiedono una sanificazione o se c'è qualche docente positivo. Per il resto la scuola aperta ci costringe ad abituarci al rispetto delle regole: distanziamento, mascherine, lavaggio delle mani. Certo, serrare i cancelli come a marzo sarebbe una scelta facile, ma significherebbe azzerare tutti gli sforzi fatti. Un vero peccato, se poi devi riaprire».

I difetti sono evidenti a tutti, ma a suo avviso la didattica a distanza ha anche qualche pregio?

«Ha avuto il grande pregio di non lasciare i ragazzi soli quando non avevamo alternative. Grazie alla tecnologia, le scuole sono riuscite a raggiungere gli studenti comunque, assicurando loro un impegno e un'organizzazione dei tempi di vita quotidiani. E con la didattica a distanza un'università può permettere ad un grande professore di fare lezione a 200 studenti. Ma i difetti sono tanti».

In una situazione così precaria, l'abbandono e la dispersione scolastica, piaghe sempre aperte della scuola meridionale, si possono aggravare?

«Credo di sì, tutti hanno perso qualcosa. Paradossalmente il tasso di dispersione scolastica potrebbe diminuire perché hai promosso tutti, ma il rischio che i ragazzi perdano competenze è concreto, soprattutto per quelli più fragili: magari quel ragazzo promosso non ha imparato nulla. Il Covid può funzionare come una sorta di livella, ma solo per le statistiche».

La partenza, all'indomani delle Regionali, è stata in salita, tra proteste di insegnanti e studenti per le aule piccole e inadeguate, ritardi nell'adeguamento degli istituti alle nuove regole anti-Covid, ingressi scaglionati, doppi turni e rinvii di inizio anno scolastico ordinati dai sindaci. Il caos dei primi giorni è alle spalle?

«Non credo. Dovremo convivere con un periodo che porterà ancora mille difficoltà e con un'emergenza che purtroppo tocca e toccherà tutti, inevitabilmente. Una situazione di tranquillità non la avremo per mesi. Ripeto: la vera arma è il buonsenso, e non lo stiamo utilizzando fino in fondo».