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Giannola (Svimez): «Sud meno colpito, ma il divario resta. Opere pubbliche e apertura al Mediterraneo per cambiare marcia»

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Numeri che, come chiodi, saldano le proiezioni con la realtà. Dati che scattano l'impietosa istantanea
del "day after". E ci fanno capire quanto è ripida, adesso, la risalita.

Mentre sfuma la funesta, dolorosa, conta dei morti, il bilancio del virus che ha cambiato faccia al 2020 si trasferisce sulle altre perdite. Il rapporto Svimez sull'impatto economico e sociale del Covid-19 parla di danni senza precedenti: -8,4 sul Pil in Italia, con un -8,5% al Centro-Nord e un -7,9% nel Mezzogiorno. Una crisi contemporanea di domanda e di offerta, la più grave della nostra storia repubblicana, che ha colpito duramente imprese e lavoratori. Tu chiamali, se vuoi, effetti collaterali della pandemia.

Il declino, tuttavia, era iniziato molto prima della serrata. Adriano Giannola, meridionalista figlio dell'Italia centrale (è nato a Fano 67 anni fa), presidente dell'Associazione per lo Sviluppo dell'Industria nel Mezzogiorno, ordinario di Economia bancaria, già consigliere d'amministrazione del Banco di Napoli e presidente dell'omonima Fondazione, lo certifica e lo argomenta con decisione.

Professor Giannola, siamo stretti tra due minacce: il virus da una parte e la crisi economica, che diventa inevitabilmente crisi sociale, dall'altra. Di quale dobbiamo avere più paura?

«Io credo, o almeno spero, che in qualche modo il virus abbiamo capito come controllarlo. Non siamo immuni, però sappiamo cosa fare per combatterlo. Adesso si tratta di dosare gli eventuali freni all'economia. Abbiamo anche capito che il Mezzogiorno d'Italia ha subito un impatto economico inferiore rispetto al Nord, non solo perché la pandemia non è arrivata in modo massiccio, ma anche perché ha strutture produttive essenziali per il Paese, come quelle legate all'agricoltura e al food, che non si potevano bloccare. Anche se poi il rallentamento per il Sud è comunque un dramma: l'erosione sociale, in una situazione già fragile, potrebbe avere effetti drammatici. Del resto, il lavoro nero dimostra che questa economia vive se riesce ad avere un complemento non ufficiale, non emerso».

La proverbiale "arte di arrangiarsi" che tanto piace alla narrazione più folkloristica del Sud, e che però non gode di alcun sostegno: i lavoratori a nero sono drammaticamente tagliati fuori dal sistema di sussidi statali.

«Proprio così. Il lavoro nero al Mezzogiorno è una componente rilevante e strutturale. E le stesse imprese qui sono propense a eludere o a violare le norme per sopravvivere. Non è una propensione scritta nel dna, ma un dato oggettivo strutturale. E quando questa componente viene ad essere erosa, questo diventa molto pericoloso, in quanto lascia spazio alla criminalità e all'usura. Componenti che deprimono ancora di più la parte emersa dell'economia. Così, quando il mare si ritira, scopri scogli tremendi. Sono le evidenze di un sistema malato: da una parte si colpevolizza il Sud, ma dall'altra lo si condanna, perpetrando un'annosa sperequazione».

Chi può trovare l'antidoto?

«Non puoi pensare di curare il lavoro nero facendolo emergere: deve intervenire lo Stato. Certo, oggi tutti invocano lo Stato, perché si accorgono che il liberismo sfrenato ci ha portati sull'orlo dell'abisso. Ma serve uno Stato che abbia dei progetti e li sappia realizzare. Questa realtà la cambi facendo scuole, ospedali, strade, porti, infrastrutture. Non a caso, con tutte le degenerazioni e le speculazioni che conosciamo, gli anni '50 e '60 hanno cambiato il volto del Sud, e in meglio. A Taranto, l'Autorità portuale ha poteri speciali. Perché questo non può accadere anche a Napoli, a Bari e a Gioia Tauro? Non si tratta di scavare buche per poi riempirle, come diceva Keynes, ma di realizzare opere di pubblica utilità. La Napoli-Bari è stata finanziata: perché non si riesce a completare in due anni? Unire l'Adriatico al Tirreno significherebbe realizzare un canale trasversale importantissimo. Come il Ponte sullo Stretto serve non per collegare la Sicilia alla terraferma, ma per unire Berlino a Palermo, dando vita ad un asse di straordinaria importanza».

Già, perché, anche se oggi sembra quasi impossibile, c'è stata una vita prima del Covid. Com'era quella del Sud Italia, sul piano economico?

«L'Italia non è più cresciuta dal 1993, dal 1994. Un'emergenza lunga, che ha distrutto il Paese. E quando c'è una sofferenza, la parte più debole ne paga le conseguenze. In questa prospettiva, noi di Svimez diciamo che il Sud è stato via via debilitato. Oggi stiamo molto peggio di dieci anni fa, e non per colpa dell'emergenza sanitaria. E dieci anni fa stavamo peggio di dieci anni prima. La cosa che emerge è un cortocircuito che mette in evidenza l'enorme ritardo italiano rispetto al resto d'Europa. C'è stata una vera e propria eutanasia della questione meridionale: non si è ancora capito che rimettere in moto l'Italia significa rimettere in moto questa metà di Paese che ha le maggiori potenzialità in un momento in cui si allenta la stretta mortale che ha consentito al governo di fare politiche di estrazione di fondi per far vivere la parte più ricca. Nonostante questo, dal 2000 al 2018 le regioni del Nord hanno perso oltre 20 punti di Pil pro capite rispetto agli altri Paesi europei. Se quello di un piemontese era pari al 134 per cento della media continentale, oggi probabilmente è sceso intorno al 98 per cento. Oggi il Piemonte non è una regione sviluppata, ma una regione in transizione come le Marche, l'Emilia, l'Abruzzo. Vale a dire che la storica capitale industriale del Paese si sta meridionalizzando. Ed è una cosa difficilissima da riconoscere».

Insomma, quello del Nord produttivo e benestante è un mito tramontato da tempo.

«Il Nord ha perso il suo mercato interno e non può compensare completamente con le esportazioni. Milano, che è l'unica città europea italiana, non è comunque tra le 20 capitali metropolitane d'Europa. Se guardiamo ai dati continentali, capiamo che le nostre città sono un disastro. Anche se in Italia delle eccellenze ci sono, non tengono il passo con la media europea».

Una Questione, quella meridionale, mai risolta.

«Il ministro per il Sud, Provenzano, ha rilanciato la questione del 34 per cento degli investimenti pubblici alle regioni meridionali (la quota corrispondente al numero degli abitanti di quella porzione di Paese, ndr). L'idea è che quella percentuale vada applicata sul complesso della spesa ordinaria in conto capitale al netto dei fondi europei, con l'obiettivo di far corrispondere la distribuzione delle risorse a quella della popolazione sul territorio italiano. Prima quella quota era del 40 per cento, ma è rimasta sempre sulla carta e non è stata mai rispettata. Se poi ci siamo abituati a pensare che abbiamo una cancrena e il Sud è la cancrena, non ci resta che abbandonarlo al proprio destino. È un problema di visione: andare verso l'autonomia significa amputare la cancrena. Ma di fatto il Sud è stato già abbandonato».

Quale può essere, a suo avviso, la exit strategy?

«Occorre riorientare il Paese verso il Mediterraneo. Fare porti, retroporti. E questo serve al Nord, non solo al Sud. Se le merci viaggiano, il Nord le può esportare: se il sangue riesce a circolare, si rianima tutto il Paese. Oggi i porti del Sud possono giocare un ruolo strategico. Gli scali di Bari, Napoli, Gioia Tauro sono utilissimi al Nord e sono decisivi per avere nostro ruolo nel Mediterraneo, dove passa il 30 per cento del traffico mondiale, ma solo una piccola parte si ferma da noi. Se non fai questo e non avvii le Zes per sperimentare la semplificazione della quale tanto abbiamo bisogno, il sistema non riparte. Inoltre, dovremmo chiedere all'Europa intera di orientarsi verso il Mediterraneo per il suo Green New Deal: ad esempio, usando l'energia geotermica, solare e eolica al Mezzogiorno. Così si cominciano a smuovere le cose. Invece si fa esattamente il contrario, continuando ad acquistare il carbone polacco».

La digitalizzazione può aiutarci a colmare questo gap?

«Sì, ma non basta. Ben venga la digitalizzazione, ma non c'è un disegno. Anche gli Stati generali dell'economia convocati dal governo rischiano di essere un fritto misto di tante cose, magari vere, ma senza una strategia della quale lo Stato sia il regista. Il rischio è che il disegno si limiti a dire: aiutiamo Milano e Torino. Colao, una specie di meccanico che cambia le gomme ad un'auto che ha il motore fuso, con il suo piano ci riempie di digitalizzazione, ma non ci dice perché l'economia non funziona. Forse glielo hanno chiesto di non pensare al motore: se così fosse, sarebbe ancora più grave».

Quanto conterà per il Sud l'impatto del lockdown sul turismo?

«Questo è un altro tema importante. È ovvio che un impatto ci sarà, arriveranno molti meno visitatori. Ci sarà un ridimensionamento, e il Sud soffrirà molto di più se si applicheranno rigorosamente le regole. Vero, qui è tutto è più informale, ma rispetto a prima i controlli aumenteranno. Alberghi bed and breakfast subiranno un colpo».

E quale sarà invece l'effetto sulle imprese? Il rapporto Svimez sostiene che il rischio di default è maggiore per le medie e grandi imprese del Mezzogiorno.

«Il 90 per cento delle imprese del Sud sono in sofferenza, e anche buona parte di quelle al Nord. Ma sulle piccole l'effetto è molto più pesante, in quanto non sono integrate in una catena del valore. Da noi la piccola impresa è l'artigiano, quindi molto più fragile. E c'è tanto sommerso con lavoratori a nero. Il credito, inoltre, è molto più razionato. Tanti non riaprono perché non conviene. Dicono: "Se non ho credito per il capitale circolante, se non posso pagare gli stipendi, mi fermo».

A proposito: le misure adottate dal governo a sostegno delle imprese sono soddisfacenti?

«L'ultimo comma del decreto Liquidità lascia alle banche un'estrema discrezionalità nell'erogazione del credito. Per questo credo che in questa fase la capacità delle imprese al Sud di operare in continuità sia molto esposta ai rischi. Oppure può capitare che le imprese non escano dal mercato, ma che si ridimensionino, riducendo il numero di addetti. Dopo una crisi, vediamo in genere che la dimensione media delle imprese al Sud diminuisce: un segno di grave difficoltà. In poche parole, si adeguano alla condizione finanziaria».

Che cosa si è sbagliato, che cosa si è fatto bene e che cosa si è fatto poco?

«Difficile dirlo, non si poteva fare tanto di più. Una cosa, però, il governo doveva farla. Dire alle imprese: mandatemi i vostri iban e io vi attribuisco in automatico un risarcimento a fondo perduto, poiché riconosco il danno che avete subito. E doveva garantire maggiore rapidità ed efficacia anche sulla cassa integrazione».

Guardandola dal punto di vista del contribuente: che cosa dobbiamo aspettarci sul piano fiscale?

«Se crolla il Pil, per mantenere i servizi bisogna aumentare le tasse. Per questo si fa debito. Bisogna ridurre le tasse e stimolare i consumi, ma prima di tutto bisogna sanificare il sistema economico avendo in mente un modello di sviluppo, cosa di cui non si trova traccia, evidentemente perché è oggetto di polemiche e di divisioni. E poi c'è un altro problema: molti decisori politici sono ignoranti».

Questa triplice emergenza, sanitaria-economico-sociale, può spingerci a trovare la forza e il coraggio che finora sono mancati per avviare alcuni cambiamenti?

«Sarebbe auspicabile. In città come Napoli, Palermo e Bari, è fondamentale la rigenerazione urbana. Penso alla bonifica di Napoli Est, che servirebbe a far sì che il retroporto della Zes possa essere attrezzato per ospitare imprese e strutture e a creare la cosiddetta Zona doganale interclusa, un pezzo del porto che diventa porto franco, al quale si accede senza pagare dazi. In questo modo, la Zes diventa un grande attrattore. Per fare ciò, però, occorre un'opera di bonifica dei depositi di carburante dismessi. Questo significa creare lavoro per i cassaintegrati dell'edilizia, facendoli passare dalla cassa integrazione ad un salario adeguato. Ricordate il famoso "Progetto Sirena", poi naufragato a Napoli? In Germania è una cosa strutturale. Si potrebbe pensare di applicarlo alle strutture ricettive, ai ristoranti. Invece di dare un sussidio perché il ristorante o l'albergo non funziona, si darebbe agli imprenditori la possibilità di investire. Anche così si aiuterebbero le imprese a sopravvivere».