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Giulierini (Mann): «La cultura faccia squadra per vincere la battaglia contro la pandemia». Obiettivo 200mila visitatori nel 2021

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Se è vero che dalle porte della Conoscenza si accede al regno della Speranza, dal portone del Mann entrano folate di fiducia. Un vento finalmente nuovo, dopo quattordici mesi di aria ferma, stantia. A segnare il nuovo inizio è una mostra che ha tutta l'aria di un impegno pugnace: "Gladiatori". Il Museo Archeologico di Napoli, uno dei più prestigiosi al mondo, rinasce sotto la protezione dei guerrieri dell'antica Roma, con centosessanta reperti dell'epoca che, nel Salone della Meridiana, si compongono come tasselli di un affascinante viaggio nel tempo che fu.

Direttore, come avete vissuto al Mann l'apnea degli ultimi 14 mesi?

«Ci siamo prefissi l'obiettivo di cogliere quest'occasione, approfittando della pausa forzata per riorganizzare certi processi e essere pronti con un nuovo volto in vista della riapertura. In questo senso, abbiamo fatti passi importanti, completandola contrattualizzazione per il nuovo piano di digitalizzazione da oltre 2,5 milioni di euro, i cui progetti, divisi in due filoni, offriranno una visione nuova delle collezioni, con contenuti 4.0. Inoltre, abbiamo preparato spazi nuovi come l'auditorium, il ristorante, che sarà affidato con un bando, ed è stato quasi completato il terzo giardino. Intanto, abbiamo aperto la mostra Gladiatori, che ci accompagnerà per tutto l'anno».

Il 28 aprile si è riaperto il portone del Museo Archeologico di Napoli. Che emozione ha provato?

«È stata una sensazione incredibile. Pur avendo sempre lavorato, in questo lungo anno abbiamo avuto l'impressione di essere dissociati dal mondo. Certo, abbiamo attivato una comunità digitale molto forte, ma la famiglia resta quella degli abitanti del Mann, della città con cui ti confronti ogni giorno e cresci. Questa riapertura ci ha riportati alla vita».

A proposito di apertura alla città e di riapertura della città: va avanti il progetto di gestione della Galleria Principe di Napoli, salotto decadente che da troppo tempo attende un nuovo e più degno destino.

«Sì, la Galleria Principe riprende vita e ha di fronte come elemento simmetrico l'atrio del Mann, che nella prossima primavera si aprirà al pubblico, diventando una sorta di piazza che potrà essere fruita gratuitamente con i giardini e la caffetteria, secondo la nostra idea che il Museo debba essere un luogo che ospita. Per quanto riguarda la Galleria, abbiamo perfezionato il contratto con il Comune e ottenuto le chiavi. Si tratta di oltre 2mila metri quadri che condivideremo con i giovani dell'Accademia di Belle Arti, del Conservatorio di San Pietro a Majella e con tutti quegli istituti che promuovono gli aspetti identitari della cultura napoletana. Pensiamo a questa Galleria come un punto di collegamento tra il Museo e la città dove le arti si incontrano, creando una piccola Montmartre. Il nostro sogno, che abbiamo proposto all'amministrazione è l'inversione del traffico in via Costantinopoli e ritorno in via Pessina con la chiusura al traffico di quest'isola della cultura. Un'amministrazione che abbia il coraggio di farlo, potrebbe cambiare la vita di Napoli».

Le aspettative sugli accessi sono inevitabilmente cambiate: che obiettivi vi siete posti?

«Partiamo dai quasi 700mila visitatori del 2019 e dai 120mila del 2020. Considerato che nel 2021 abbiamo aperto in pratica dal mese di maggio, abbiamo a disposizione sette mesi: sarebbe un bel risultato se per la fine dell'anno riuscissimo ad arrivare a 200mila visitatori. La leva maggiore potrebbe essere il ritorno dei turisti, speriamo di rivederli dalla metà di giugno. Noi, intanto, stiamo facendo di tutto per comunicare che i musei sono luoghi sicuri e per rendere disponibili il più possibile spazi aperti. In questo senso, l'apertura a fine mese del terzo giardino è importante, ma la parte del leone la faranno i vaccini».

Come sono andate le prime settimane della mostra "Gladiatori"? Il pubblico ha ancora paura di tornare nei musei?

«Abbiamo avuto un ottimo riscontro soprattutto da parte dei più giovani, questo anche grazie alla sezione tecnologica. L'idea è quello di avere un museo con le collezioni completamente riaperte, facendo in modo però che possano essere lette anche con le modalità più moderne. La sfida del futuro è questa: preservare la tradizione, rendendola fruibile con le tecnologie attuali. La digitalizzazione ci permette di andare in questa direzione. Avremo banche dati degli oggetti archeologici, che renderemo "open", e una biblioteca con un grande patrimonio di immagini digitalizzate. E ancora, progetti speciali come la ricostruzione della Villa dei Papiri e il plastico di Pompei così come appariva nel 79 dopo Cristo. Tutto gestibile con un telefonino».

Naturalmente, una visita virtuale non può sostituire l'esperienza dal vivo.

«Certo che no. Nella nostra idea, questo tipo di fruizione deve essere solo integrativa, alimentando la curiosità della gente a visitare di persona il Museo».

Lei ha detto che contro il Covid «solo uniti vinceremo». A volte, però, l'impressione è che siamo l'un contro l'altro armati, proprio come gli antichi gladiatori. Insomma: il nemico è il virus o il prossimo?

«Il nemico è l'atteggiamento con cui spesso affrontiamo questi momenti di criticità che dovrebbero essere un'occasione per fare squadra ma spesso diventano occasione di mortificazione, di divisione e di lacerazione. Mai come in questo momento, i grandi istituti culturali devono fare squadra piuttosto che giocare sul piano della competizione e dei numeri, candidandosi ad essere elementi catalizzatori nei quartieri. Immagino una Napoli del futuro in cui ad ogni grande quartiere corrisponda un polo della cultura il cui centro è il grande attrattore: da Capodimonte a Palazzo Reale, dal Teatro San Carlo al Madre, Napoli è piena di monumenti e musei che possono essere elementi rigeneratori anche su un piano sociale, fondamentali per ricostruire le maglie sfilacciate di questa società così pesantemente colpita».

L'incontro con il passato ci ricorda chi siamo e da dove veniamo. Quanto è importante in questo momento risanare questa connessione con il nostro minimo comune denominatore?

«È molto importante: se non abbiamo un concetto di quello che siamo, non possiamo essere in grado di dialogare né con i nostri figli né con chi viene da fuori. Però dobbiamo far sì che la nostra lotta permetta a tutti di fruire dei valori dei musei. Non basta dire che la bellezza salverà il mondo: bisogna fare in modo che la bellezza sia per tutti».

Con quali precauzioni avete riaperto?

«I numeri ovviamente sono contingentati, si opera il distanziamento, c'è la misurazione della temperatura all'ingresso e esistono percorsi che non permettono ai visitatori di tornare indietro. Ma il rischio non è tanto in musei come questo, che ha una superficie di oltre 20mila metri quadri. Il pericolo lo vedo molto di più negli aperitivi senza controllo. Anche quelli dovrebbero esserci, ma andrebbero gestiti con maggiore cautela».

Nei mesi estivi organizzerete come in passato eventi teatrali e musicali?

«Non sappiamo ancora se il Ministero finanzierà la serata notturna, che per noi è tradizionalmente in programma il giovedì. In ogni caso, abbiamo previsto una serie di serate sulle quali investirà direttamente il Mann con proiezioni di film, conferenze di approfondimento e laboratori per bambini. Cercheremo di trasformare il Museo in una sorta di campus estivo aperto a quanti non possono andare al mare. Una di queste serate la avremo a metà luglio, quando inaugureremo il giardino, altre due nel mese di agosto, quando sfrutteremo il nuovo terrazzo sopra il Braccio nuovo per l'osservazione delle stelle in collaborazione con l'Osservatorio astronomico di Capodimonte».

Ha paura che si possa di nuovo tornare indietro?

«Non credo, perché l'anno scorso non c'era il vaccino. Certo, ci potranno essere delle varianti, dei richiami del vaccino, ma non si tornerà indietro. Il problema è che tutti usciamo da crisi economica e sistemica enorme, e senza aiuti di Stato importanti non si potrà procedere con la velocità alla quale eravamo abituati prima della pandemia».

Quanto è alto il prezzo che ha pagato il sistema cultura a questo virus?

«Le perdite per il sistema Cultura ammontano a circa 5 milioni di euro per il 2020 e ad almeno 2 milioni per il primo semestre del 2021. Un prezzo enorme, soprattutto se si considera che la cultura assorbe un centesimo dei finanziamenti pubblici destinati ad altri settori come quello degli armamenti. Questo per dire che si possono fare delle scelte politiche».

Il governo vi ha sostenuto adeguatamente o si sarebbe potuto fare – e si potrebbe fare – di più?

«Attualmente siamo stati risarciti di circa il 40 per cento delle entrate dell'anno scorso: credo si possa fare molto di più».