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Guardare i paesi

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I paesi: diffidare delle frasi astratte, generiche. Per prima cosa: guardarli. Andare a trovarli con un moto di passione. E senza avere un impegno preciso. Attraversarli e guardare. Andare in un paese e poi tornarci. Guardare ancora meglio, notare cose che avevamo trascurato. In Italia abbiamo questa bella cosa di avere tanti paesi. Alcuni stanno sgocciolando la loro ultima acqua. Altri sono stati lacerati dalla modernità incivile, ma qualcosa c’è ancora. Un tessuto c’è, un tessuto da cucire. Davanti ai paesi ci vogliono ragionamenti artigianali. Ci vogliono pensieri impensati. E poi ogni luogo va visto per quello che è, senza ansie di denuncie o compiacimento.

Sicuramente bisogna invocare più servizi, ma bisogna anche produrre noi stessi dei servizi per i paesi. Già andare a guardarli, già abitarli con passione è un servizio. Non tutto passa per i progetti. Molto importanti sono gli slanci delle persone. Bisogna solo che gli slanci siano avvistati, apparentati nel modo giusto. Penso al lavoro dei poeti e a quello degli architetti, alla loro necessaria adiacenza. Un piano regolatore lavora sugli spazi e sulle anime, quelle che ci sono. Memoria e futuro, vivi e morti. Spazi operosi e spazi inoperosi. Cose che controlliamo e cose che bisogna lasciarsi sfuggire. Un paese non va editato fino all’ultima virgola. 

Io non ho mai creduto alla morte dei paesi. I paesi si trasformano. E quando tutti gli uomini se ne vanno comunque restano altre creature. Gli alberi sono abitanti di un paese come lo siamo noi. E gli animali, ovviamente. Non possiamo fare un piano regolatore delle farfalle o delle api, ma dovremmo seriamente preoccuparci se intorno a un paese non ci sono più api o farfalle.

La questione è che i paesi sono pensati male da chi li abita. E spesso sono pensati con l’idea di vedere il guasto, la cosa mancante. Il paese come città mancata, il Sud con Nord mancato. Io parlo dei paesi del Sud perché mi sembra di conoscerli meglio, perché io abito nel paese del Sud in cui sono nato. Conosco il piacere o il dispiacere di attraversare i paesi, conosco l’infiammazione della residenza.

Bisogna considerare tutto. L’economia e la geologia.  La politica e la poesia. Un paese è il vento che gli soffia in faccia, il sole che fa maturare l’uva, è il ruduno mattutino dei vecchi dal medico di famiglia, è lo scoraggiatore militante al centro della piazza. Ci vuole attenzione per tutto. Le grandi vicende della storia e il giovane che si ammutolisce, il vecchio che smette di uscire, la madre che resta sola.

Nei paesi si devono incontrare intimità e distanza. Chi va e chi viene. Chi sta sempre e chi sta per un poco. Innovazioni e buone abitudini. Visitare gli infermi e immaginare cose mai immaginate. I paesi devono riprendere a usare le mani. Fare buoni prodotti da mangiare, buone case da abitare. Farsi buona compagnia. Accogliere. Non portare il broncio. Credere che ovunque è possibile una grande vita, ma se la fai nel tuo paese non stai facendo solo la tua vita, stai tenendo in vita anche gli altri, anche se non lo sanno.