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Guida: Il Decumano superiore si sottragga al folklore. Le librerie nella Galleria Principe? Non investo sulle chiacchiere.

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Certo, quella ferita brucia ancora. Ma quando si ritrova a piazza Dante, ormai, Diego Guida, editore e già assessore comunale nella giunta Iervolino, guarda e passa. «Meglio così», confessa a denti stretti. E intanto sogna per il centro storico un turismo a "due velocità": da una parte quello più frenetico e superficiale, che ha già preso d'assedio il Decumano inferiore a suon di panini, pizze fritte e souvenir; dall'altra quello che un centinaio di metri più su percorre il Decumano con passo cadenzato e gratta il primo strato della cartolina alla ricerca di quei sapori antichi e unici che fanno di Napoli una capitale culturale, in un elogio della lentezza che ne amplifica il gusto. Due Decumani per due "turismi" paralleli. Così che, salendo, ci si elevi in ogni senso.

Dottor Guida, la storia della Saletta rossa e della storica libreria di famiglia coincidevano con la storia di Napoli. Non solo Port'Alba, ma l'intera città è rimasta orfana.

«La fine di quell'esperienza è una cosa che fa parte della vita: io cerco di guardarla con freddezza, altrimenti non si sopravvive. D'altro canto, siamo di fronte ad una crisi che coinvolge tutti e ad un centro storico che annaspa».

Come se lo spiega?

«Come sempre, le motivazioni affondano le radici nel tempo. Port'Alba un po' alla volta ha perso quei riferimenti che arricchivano il quartiere. E si è perso anche il rapporto umano: la verità è che c'è un problema di sussistenza, siamo tutti incazzati. Tutto è cominciato con l'apertura della fermata della metro a piazza Dante: sembrava che l'arrivo del metrò potesse dare un nuovo slancio, e nei primi tempi è stato così. Ma l'assurda architettura di quella piazza, che i residenti chiamano piazza Tienanmen per evidenti motivi, alla lunga ha penalizzato la vita del luogo. A piazza Dante se c'è il sole ti prendi un'insolazione e se piove ti fai il bagno. Insomma, è studiata per essere inabitabile. Quanto al centro storico, è il più grande d'Europa, ma ha perso la sua centralità: l'allora Aman, poi Arin e oggi Abc, ha abbandonato la zona, come alcune università. E la biblioteca Brau non è riuscita ad imporsi come luogo culturale di riferimento. Inoltre, come dicevamo, c'è la crisi del libro. Ormai le librerie per attirare gente vendono di tutto».

Eppure piazza Dante fu ridisegnata dalla celebrata Gae Aulenti.

«Gli architetti, soprattutto quelli più noti, dimenticano spesso la vita quotidiana delle persone. Piazza Dante è bella da guardare, ma difficile da vivere. Ormai è diventata la piazza delle festicciole di provincia, dei mercatini e delle sagre. Per non parlare dei giardinetti, che sono ridotti in condizioni pietose. E di notte le auto entrano fin dentro la piazza, a dispetto di ogni ztl e di ogni telecamera. Fino a quando sono aperti i negozi, c'è vitalità, ma dopo le otto di sera c'è da avere paura: diventa un luogo pericoloso, diviso tra gang e clan».

La chiusura della libreria Guida era inevitabile?

«Si sarebbe potuto fare qualcosa, non so con quali risultati. I miei zii non hanno saputo adeguarsi al cambiamento, accettando di portare tra i libri alcuni prodotti civetta, questo è vero. Ma il fenomeno è generale. Negli ultimi 4 anni hanno chiuso 450 librerie in tutta Italia. E altre continuano a chiudere. Le prime a morire, di solito, sono quelle medio-grandi. Purtroppo nel nostro Paese non c'è spazio per l'impresa culturale, e la politica spesso non aiuta. In questi giorni è all'approvazione in Parlamento una proposta di legge che sulla carta vorrebbe sostenere le librerie, ma in realtà riduce i contributi e mette un limite agli sconti: insomma, i libri costeranno di più. Tutto nel silenzio generale».

Com'è cambiata Port'Alba negli ultimi dieci anni?

«Sicuramente in peggio. Prima aveva una sua fisionomia: certo, i librai erano concorrenti, si facevano i dispetti, ma quando ha chiuso Guida si sono pentiti tutti. La strada dove Umberto Eco, Pasolini e De Sica camminavano e si fermavano a comprare dopo essere stati alla Saletta rossa, è diventata un luogo di bancarelle, pizze fritte e drink. Ci si sarebbe aspettati un intervento per evitare che perdesse la sua capacità di attrattore territoriale, considerando che lì vicino c'è il Conservatorio e che la mancanza di identità penalizza l'economia. Invece, non si è fatto niente. Una cosa è certa: Pasolini e Eco oggi non avrebbero nessun motivo per tornarci».

Spesso il destino di un luogo lo si legge nei dettagli: quella rete sotto l'arco di Port'Alba, proprio sul lato che dà su piazza Dante, da quanti anni è lì?

«Difficile dirlo: almeno venti. Anche quella è un'immagine dell'incuria, denota un'assenza totale di interesse per il luogo. E vale la famosa teoria del vetro rotto: se le cose non si risolvono subito, se non si fanno giorno per giorno, si trascinano e diventano problemi di natura sociale».

In tutto questo, l'aumento dei flussi turistici che impatto ha avuto sul centro storico di Napoli?

«Il turismo avrebbe dovuto dare un impulso vitale al centro storico. Se lo snatura? Non credo, dipende sempre da quello che offri. Chi viene a Napoli fa una scelta ben precisa. Napoli si vende sempre, se proposta bene. Io dico da tempo: le "schifezze" del turismo mordi e fuggi lasciamole al Decumano inferiore. Salendo un po' più sopra, potremmo fare in modo che salga anche il livello della proposta: una proposta rivolta ad un turismo culturale, che possa apprezzare ad esempio la biblioteca del Conservatorio, dove si trovano pezzi fenomenali, e le mura greche di piazza Bellini, che in altre parti del mondo valorizzerebbero e che invece da noi sono abbandonate».

Recentemente, il direttore Giulierini ha raccontato a Nagorà il progetto del Mann con il Comune e le facoltà di Architettura per le librerie storiche. Sareste disposti a spostarvi dentro la Galleria Principe di Napoli per costituire un polo dell'identità culturale della città?

«Io adesso faccio solo l'editore (sorride, ndr). Comunque, ne abbiamo visti tanti di progetti. Anni fa Attilio Wanderlingh in una cosa simile ha investito e perso un sacco di soldi. La Galleria è una delizia architettonica senza paragoni. Ma, come per i locali sotto il porticato di piazza Plebiscito, abbiamo sentito negli anni tante idee e tanti discorsi. Tutti evaporati nel nulla. Allora dico: partite, poi vediamo. Prima di investire, voglio essere certo che una cosa si faccia. Per il momento, nella Galleria Principe di Napoli piove a causa dei cristalli rotti, ci giocano a pallone i ragazzi e ci dormono i senzatetto. Piuttosto, si poteva trasformare la libreria Guida in una biblioteca pubblica, che nel quartiere non c'è, o magari in uno spazio congressuale. L'ho proposto, ma nessuno mi ha ascoltato».