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Il futuro di Napoli tra arte e folklore

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Le città divengono attrattive per motivi e in modi diversi, a volte persino opposti. Molte di esse appaiono glamour, scintillanti di luci non meno di quanto promanino una sensazione di ricchezza e successo. Altre testimoniano, ad ogni angolo di strada, opulenza e vivacità, sia materiale che culturale. Altre volte un luogo esercita il suo fascino anche solo per la decadenza di cui è intriso, una nostalgia, nel ricordo di ciò che è stato nel passato ed ora non è più. Sentimenti forti, in grado di catturare il viaggiatore o il semplice turista, così come di costruire relazioni durature con gli abitanti, sia che si tratti della “saudade” nei confronti della capitale lusitana che della tristezza (“hüzün”, di cui parla Orhan Pamuk) per Istanbul, l'antica Costantinopoli.

Napoli, osservata anche sotto questa particolare lente, e cioè quale idea di città prevalente restituisca nell'immaginario collettivo, resta luogo di profonde contraddizioni, incerta perfino nell'identificazione del suo passato non meno di quanto lo sia nel delineare il suo destino.

Così si presenta agli occhi dei tanti turisti, divisa nel mostrare – ma anche vendere – il suo glorioso patrimonio di città d'arte e cultura, già capitale d'un regno d'Europa, allo stesso modo in cui propone il suo sterminato repertorio oleografico, al limite della paccottiglia, dal Vesuvio ai cornetti, da Totò alla pizza. Un'alternanza di registri alti e bassi, che si materializza nella stessa struttura fisica del suo spazio urbano, lungo gli assi dell'impianto greco-romano della città antica, trasfigurati in una sequenza di botteghe di memorabilia alternate a rivendite di cibo da strada. Strade, insule ed edifici che testimoniano, nonostante tutto, una storia millenaria, scrigni, il più delle volte, che conservano tesori architettonici, d'arte e cultura.

Si ha l'impressione, osservando da ultimo la dimensione che ha assunto il fenomeno, che Napoli si stia svendendo, piuttosto che promuoversi sui mercati globali del turismo, che il suo brand resti in bilico, tra una meta attrattiva per visitatori poco esigenti e dalla disponibilità economica limitata e alla ricerca soprattutto del folklore, ovvero il ritagliarsi uno spazio, ed una riconoscibilità, all'interno di circuiti più prestigiosi, in quanto città d'arte, capitale culturale, moderna metropoli.

Sullo sfondo, resta irrisolta la domanda di sempre, su cioè cosa Napoli voglia diventare nel suo futuro, se cioè basterà, per diventare una città competitiva e dalla significativa qualità di vita per i suoi abitanti, migliorare performances in campo turistico, continuando a consumare il patrimonio ereditato dal passato, oppure prendere atto che una grande città, per affrontare le sfide del terzo millennio, necessiti di ben altro: di possedere infrastrutture e servizi, di infondere sicurezza, e certezza nel rispetto delle regole, di essere accogliente e tollerante. Di poter essere attrattiva non solo nei confronti di turisti che la visitano per due, tre giorni, ma anche per giovani talenti che decidano di venirvi a vivere, per capitali e imprese alla ricerca di un luogo per investire nelle sfide future. È tutto questo che crea un brand di una città, un valore aggiunto e duraturo, non un fenomeno effimero e dall'incerto orizzonte.