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Il grido di dolore di Riccardo Monti: Sud vittima di grandi ingiustizie, abbiamo subito in silenzio. Le nostre colpe? Rassegnazione e scarso spirito di squadra

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Dal maggio scorso è al timone di Triboo Spa, azienda che una decina di anni fa è stata tra i pionieri del digitale in Italia. Ma Riccardo Monti, manager napoletano che vanta una lunga e prestigiosa esperienza, è anche saggista. E nel volume "Sud, perché no?", edito da Laterza, sostiene che «il Sud è una riserva di intelligenza e di opportunità cui agganciare i grandi modelli di sviluppo» e spiega che non esiste in Europa uno squilibro territoriale paragonabile alla voragine che, sul piano dello sviluppo economico, delle infrastrutture e dei servizi, separa il settentrione ed il meridione d'Italia.

Dottor Monti, il nostro resta un Paese a due velocità, con un baratro a separare ancora oggi, a più di 150 anni dall'unificazione, le due Italie in cui è divisa l'Italia.

«Parliamo di qualcosa di profondamente diverso un divario che si è allargato negli ultimi 30 anni nel totale colpevole e ignobile disinteresse del Paese, producendo più danni che nei 120 anni precedenti. E noi meridionali ci siamo rassegnati a questo stato di cose come se fosse ineluttabile. Certo, tutti i Paesi d'Europa hanno dei disequilibri, ma qui il gap si è allargato in misura spaventosa, fino ad arrivare ad un livello che non ha eguali neanche nel mondo sottosviluppato. Dovremmo stare con le barricate e con le molotof, e invece continuiamo a subire. Eppure il Mezzogiorno rappresenta il 55 del Pil nazionale».

Di che cosa ha bisogno la parte più arretrata in questo momento storico? Quali sono le priorità, quali le emergenze?

«Prima di tutto, di investimenti e di infrastrutture. Questa dinamica è frutto di trent'anni di mancati investimenti, aggravati dalla famigerata legge Calderoli, che ha tagliato pesantemente la spesa corrente. Il criterio storico è stato un massacro sulla base dei lep, i livelli essenziali delle prestazioni, ed ha penalizzato chi già spendeva poco e male».

È un po' come dire che se stai male sei condannato a stare sempre peggio.

«Proprio così. E questo ha avuto un impatto terribile su tutto: dagli asili nido all'abbandono scolastico, si è creato un baratro immane. A proposito, dimenticavo di menzionare la terza grande ingiustizia: i fondi europei per la coesione, quelli stanziati proprio per recuperare il ritardo delle aree svantaggiate, sono stati usati in sostituzione e non in aggiunta dei fondi nazionali. L'Ue ha minacciato  di sanzionarci per questo».

Lei, tuttavia, si è detto «ottimista e fiducioso», aggiungendo che «per la prima volta da decenni abbiamo l'occasione di fare ripartire il Sud e fare uscire veramente dalla crisi l'Italia».

«Il mio, in effetti, è un libro ottimista, ma dobbiamo fare una corsa contro il tempo. Il Sud vive una crisi demografica: dal 2000, abbiamo perso 2 milioni di persone, e il 70 per cento sono giovani. Se non facciamo qualcosa in fretta, l'invecchiamento e l'esodo dei ragazzi rischia di condannarci».

Il suo appello somiglia al "Fate presto" strillato in prima pagina dal Mattino all'indomani del terremoto dell'80.

«Sì, ma più che "Fate presto", direi: "Facciamo presto". È necessario recuperare la consapevolezza del fatto che si deve fare e si può fare qualcosa di concreto subito. Da tre anni si discute della riserva di investimenti: il 34 per cento degli stanziamenti statali è allocato per legge al Sud, ma qui viene investito soltanto il 20-25 per cento delle risorse totali. Per recuperare il divario, si dovrebbe intanto investire al Sud tutto ciò che è in conto capitale. Di fatto, la legge che riserva al Mezzogiorno il 34 per cento degli investimenti è inapplicata: bisognerebbe fare una battaglia su questo. In più, qui abbiamo amministrazioni molto meno efficienti, il che penalizza ulteriormente il cittadino. Questi sono numeri, fatti».

Se siamo indietro, però, è anche colpa nostra.

«Assolutamente. In primis, perché ci siamo rassegnati, facendoci fregare senza reagire. E poi perché ci siamo fatti governare male e non abbiamo preteso i nostri diritti. Guardandola da un punto di vista più ampio, tuttavia, il mio libro contiene una ricetta: quando cadde il muro di Berlino, il Pil della Germania Est era al 42 per cento, dopo trent'anni, sono arrivati al 74 per cento. Nei primi dieci-quindici anni successivi all'unificazione, cioè, hanno recuperato due terzi del divario con l'altra Germania. Ebbene, mentre loro recuperavano un delta di trenta punti percentuali, il Sud Italia passava dal 75 al 55 per cento».

Il governo in carica, a suo avviso, garantisce una maggiore attenzione per il Sud?

«Stando alle dichiarazioni sentite in questi pochi mesi, si direbbe che c'è una grande attenzione. Del resto, alcuni governi avevano un solo ministro meridionale, mentre oggi dal Sud vengono anche ministri che hanno capacità di spesa. Detto questo, non mi aspetto granché: siamo di fronte ad un governo molto debole, e i margini di spesa sono risicati».

L'Italia ha bisogno dell'autonomia regionale?

«Sono un liberista, ed è giusto che chi ha amministrato meglio abbia più competenze. Non sulla scuola, perché il valore dell'unità resta prevalente. Lungi da me difendere il centralismo, che su tutti gli aspetti amministrativi ha dato pessima prova di sé. Ma non si può tener conto della gigantesca ingiustizia di trent'anni di mancati investimenti. Il fatto che si prenda il dato di partenza sulla spesa e sulle infrastrutture come un dato di fatto è inaccettabile».

Nel suo libro sostiene che «il rilancio del Sud è una priorità assoluta per la ripartenza dell'economia Italiana». Intravede una via per la ripresa?

«Dobbiamo ricordare tutti che questo non è un gioco a somma zero: voglio dire che la debolezza del Sud non è un buon affare neanche per il Nord. Un Sud zoppo danneggia tutti: è come se il Paese camminasse su una gamba sola. Per questo, sono importanti le sinergie. La mia ricetta in otto punti è fatta di cose praticabili, non campate in aria e sostenibili sia finanziariamente che politicamente. Per colmare il divario con l'Est, la Germania Ovest ha investito 100 miliardi di euro l'anno: i tedeschi occidentali ancora oggi pagano una tassa di solidarietà per questo. Non mi illudo che facciamo questo, ma almeno mi aspetto misure come il super ammortamento e la totale decontribuzione delle assunzioni, in luogo di misure spot che finiscono solo per drogare il mercato. Servono interventi con una durata di almeno cinque anni, un tempo sufficiente perché si vedano degli effetti. Sarebbe un modo per compensare in parte i disagi logistici: considerato che il grosso dell'export va in Europa, chi investe in Calabria invece che in Lombardia deve avere vantaggi alternativi».

Quanto incide sul sottosviluppo del Meridione la dolorosa zavorra della criminalità organizzata? Si fa tutto quello che si dovrebbe per contrastare le mafie?

«La criminalità organizzata è un problema serio, ma oggi è molto più debole di prima. Questo perché il territorio si è talmente impoverito che anche le organizzazioni criminali sono andate altrove».

Il Sud può contare su tanti giovani e tanti talenti, eppure - come lei ci ha ricordato - molti ancora fuggono da qui, inseguendo un destino migliore. Ci sono colpe ascrivibili all'imprenditoria meridionale?

«Assolutamente sì. Ma in un'ipotetica allocazione di colpe bisogna tener conto del fatto che l'imprenditoria napoletana è rimasta a lottare in un contesto difficilissimo. Ha peccato di timidezza ed ha avuto paura di pensare in grande, questo è vero. Ed ha avuto difficoltà a fare squadra, senza capire che difendere i propri interessi nelle sedi politiche facendo fronte comune e mettendo da parte i personalismi è fondamentale. Purtroppo, la visione comune non ci viene molto naturale: del resto,  dove c'è meno ricchezza c'è più invidia. Per quanto mi riguarda, ho creato quattro aziende nel Sud Italia e vado avanti senza piagnistei».

Lei è amministratore delegato di un gruppo attivo nel settore dell'e-commerce e dell'advertising digitale quotato sul Mercato telematico azionario: a che punto è la digital transformation al Sud?

«Ancora una volta l'Italia è in grande ritardo rispetto a tutti i Paesi europei. Anche rispetto alla penisola iberica, che ha una cultura latina simile alla nostra, siamo indietro. Quanto meno, però, si sta prendendo coscienza del fatto che il digitale è un gigantesco volano: basti pensare che in Italia ci sono 300mila posti di lavoro non coperti per mancanza di competenze».

Quanto saranno importanti le prossime regionali per il futuro della Campania? Che scenario intravede?

«Le elezioni sono sempre importanti, poiché la Regione amministra tante cose che sono al centro della vita dei cittadini. Però il colore politico di chi governerà la Campania non è decisivo. La prima cosa è cambiare le dinamiche nazionali di allocazione della spesa corrente e degli investimenti».