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Il mare che bagna Napoli. Strategie per il futuro del Lungomare

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Il presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno ha asserito che l’attuale momento storico ”è tempo di costruttori”. Per il nostro Paese e per la nostra città in particolare - a lungo abbandonata nei suoi luoghi strategici e maggiormente identitari - i “costruttori” non dovranno, come avvenne nel Dopoguerra, farsi carico della costruzione di nuove case o di saturare ulteriormente un territorio tra i più densamente costruiti, quanto piuttosto avere cura del patrimonio costruito e paesaggistico esistente.

La cura dei luoghi e del patrimonio culturale, con i loro valori materiali e immateriali, per la loro trasmissione al futuro, ma anche per il governo consapevole delle loro trasformazioni sarà compito ineludibile per chi si appresta ad assumere a breve la responsabilità del governo della città di Napoli. Curare le testimonianze della storia di una comunità non significa essere passatisti, bensì guardare al futuro con lo spessore e la profondità delle proprie radici.

Il futuro della nostra città passa anche attraverso il destino del suo Lungomare, che da Mergellina passando per la Villa Comunale arriva a via Nazario Sauro per collegarsi al Molo San Vincenzo (altra opportunità da cogliere per l’amministrazione). Questa straordinaria strada costiera dovrà nel prossimo futuro essere riguardata sotto un molteplice angolo visuale: quello della tutela e salvaguardia – a partire  dalla difesa della linea di costa danneggiata dalle recenti mareggiate - quello di una sua  riconsiderazione quale collegamento est-ovest della città e, infine, quale volano per la riqualificazione degli attrattori strategici che  insistono sul suo percorso, per il miglioramento del benessere dei cittadini, con evidenti ricadute economiche e sociali per la città nel suo insieme.

Dal primo angolo visuale, quello della tutela e salvaguardia per la trasmissione al futuro, occorrerà partire dal risarcire i danni delle recenti mareggiate che hanno eroso i muri di difesa del Lungomare e abbattuto l’arco cosiddetto “borbonico”. Per essi occorrerà rimuovere prima le cause dei danni, ossia proteggere con un’adeguata opera di ripascimento della scogliera la linea di costa soprattutto dai venti di sud-ovest, e quindi procedere ad un restauro, creando nuovamente le strutture danneggiate rivestendole con i materiali risultanti dai crolli attraverso un’attenta opera di anastilosi (numerazione e rimontaggio filologicamente fondato, con qualche integrazione, delle parti smembrate). Ciò sarà possibile se almeno le operazioni di recupero e accatastamento dei materiali provenienti dai crolli verranno condotte con tempestività, altrimenti non si tratterà più di restauro conservativo ma di puro ripristino, che è operazione diversa e meno accettata dal nostro concetto occidentale di autenticità, che richiede attenzione non solo per la forma esteriore, ma anche per la materia stessa di cui sono costituiti i beni culturali. Su questo tema si auspica una reale collaborazione anche attraverso lo strumento della conferenza di servizi tra gli Enti coinvolti, dall’Autorità portuale, al Comune, alla soprintendenza e alla magistratura, perché l’azione dell’una non diventi ostacolo all’altra e si proceda celermente nell’interesse di un bene culturale che è innanzitutto un bene pubblico.

Dal secondo angolo visuale, che guarda al Lungomare come arteria di traffico, va considerato che la città di Napoli si caratterizza per il suo sviluppo lineare che segue la linea di costa, per cui sono state costruite nei secoli tre strade di collegamento: a nord la tangenziale, al centro il corso Maria Teresa, oggi Vittorio Emanuele e a sud il Lungomare, con la creazione della colmata a mare tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Interrompere una di queste arterie provoca conseguenze a tutto il sistema viario e forzatamente anche alle altre arterie che connettono la parte ovest con quella est della città. Ciò è possibile solo se, a fronte di tali disagi, si offre al cittadino l’opportunità di godere realmente in piena sicurezza e comfort, di uno spazio pubblico di straordinario pregio paesaggistico. Di ciò dovranno tener conto i progetti di riqualificazione futura, che dovranno contenere una buona dose di flessibilità per poter accogliere aggiustamenti, anche dovuti a eventi imprevisti, come in questi giorni sta avvenendo a causa della chiusura della Galleria della Vittoria. 

E qui veniamo, infine, al grande tema dei progetti di valorizzazione del Lungomare e degli attrattori di inestimabile valore storico-paesaggistico che si trovano al suo interno, dalla Villa Comunale al Molo San Vincenzo, passando per la sede stradale, l’arredo urbano pubblico, l’illuminazione e il controllo delle attrezzature per il ristoro. 

Occorrerà iniziare ad affrontare questi aspetti nel loro insieme, in un Masterplan complessivo, da cui far discendere i singoli progetti attuativi, coinvolgendo in un dibattito reale e non solo demagogico i tecnici, gli stakeholders e soprattutto i cittadini e i membri di una comunità che non vuole rinunciare alle sue radici. Occorrerà investire le migliori forze progettuali della città, ricominciare a discutere anche sulle proposte già in essere e vagliarle alla luce di una sperimentazione e di una maturazione dei problemi connessi molto diversa da quando l’attuale amministrazione comunale avviò le prime proposte per il Lungomare ‘liberato’.