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Il virus dell'architettura

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Oggi, ai tempi del coronavirus, l’attività degli studi di architettura è dichiarata “attività essenziale”.

Facciamo in modo che torni tale!

Sembra che all’era geologica attuale, l’antropocene, siano da attribuire tutte le cause dei guasti territoriali, climatici, sanitari del nostro pianeta, compresa la pandemia da covid-19.

Io non credo sia così e temo che ritenere l'homo sapiens il nemico dell'equilibrio del pianeta sia un grave errore.

Non lo credeva Gio Ponti: “amate l'architettura perché siete italiani; l'Italia l'han fatta metà Iddio e metà gli Architetti: Iddio ha fatto pianure, colli, acque e cieli, ma i profili di cupole, facciate, cuspidi, torri e case, di quei colli e di quei piani, contro quei cieli, le case sulle rive che fanno leggiadre le acque dei laghi e dei fiumi e dei golfi in scenari famosi, son cose create dagli Architetti: a Venezia poi, Dio ha fatto solo acque e cielo, e senza intenzioni, e gli Architetti han fatto tutto” (Gio Ponti, Amate l’Architettura).

Dunque lancio anch’io, tra i tanti, alcuni sassi nello stagno del dibattito sull’architettura, per individuare principi, rivolti a scatenare azioni proficue, evidenziando qualche tema specifico indotto dall’allarme sanitario imprevisto, oltre i temi generali di buone pratiche mirate alla sostenibilità comunque validi e in gran parte acquisiti.

Le Case: questa emergenza sanitaria ha fatto ritornare le case al centro della vita. Bisogna ripensare alle case, le case al centro del dibattito politico, sociale e disciplinare. Servono case belle per tutti, mai più divieti di costruire case nei luoghi più belli e più salubri delle città e del territorio, nel centro delle città, al mare, sulle pendici dei monti, in tutti quei luoghi che l’uomo e la natura ci hanno dato per vivere felici e sani. Perché non è la stessa cosa “IoRestoaCasa” e “IoRestonelVascio”.

Gli Architetti: se, come io penso, bisogna riprendere a “costruire” il nostro paese contemporaneo senza alcun complesso di inferiorità, né vincolo alcuno che non sia quello della qualità e della bellezza, allora dobbiamo riflettere profondamente sulle cause della crisi dell’architettura contemporanea in Italia, da ricercare anche al nostro stesso interno. Sarebbe ora di un urlo liberatorio, un mea culpa sulla cultura perduta, per nostra stessa responsabilità, nel nostro campo:  denunciamo il virus della mediocrità che ha contagiato professione, ordini, università e invochiamo una cura efficace. Dobbiamo avere il coraggio di urlare e poi di pretendere una profonda revisione dell’educazione al bello e della formazione in architettura, che devono tornare ad essere fondamentali e devono recuperare la qualità perduta. Rendere Filosofia, Arte e Architettura materie obbligatorie fin dalle scuole elementari, decuplicare le ore di progettazione all’interno dei corsi universitari di architettura, selezionare attentamente chi insegna l’architettura.

I Vincoli: con tali premesse si può invocare l’abolizione di tutti gli assurdi vincoli per la costruzione dell’architettura e permettere di costruire anche una nuova cattedrale nel cuore di una foresta vergine, purché renda più “bello” il pianeta.

Un tema concreto, i trasporti e le infrastrutture: inutile glissare, il trasporto pubblico è uno dei grandi agenti colpevoli del contagio. Si dovrà ripensare alle modalità del trasporto privato e pubblico insieme, proprio così, altre nazioni lo hanno fatto per tempo, Quando si parla di infrastrutture in Italia e il dibattito prende la solita inconcludente piega del malizioso contrasto tra natura e artificio, tra tutela e innovazione, mi viene sempre in mente un esempio che ho avuto la fortuna di vedere, non a Las Vegas né a Dubai (che tra l’altro è stupefacente) ma nel cuore della vecchia Europa, nel Regno di Danimarca: il Ponte di Øresund, che si immerge nelle acque del Nord, collega la Danimarca con la Svezia, progettato dall’architetto danese George Rotne e inaugurato nel 2000, è il più lungo ponte strallato d’Europa adibito al traffico stradale privato e ferroviario pubblico. La parte esterna del ponte è lunga 8 km, poi, nel mare aperto, si trasforma in un’isola artificiale e si inabissa nelle profondità marine diventando un tunnel sottomarino lungo 4 km. Questo bellissimo ponte è enormemente interessante sia dal punto di vista architettonico sia dal punto di vista biologico: la Lund Botanical Association ha identificato oltre 500 specie di flora e fauna sull’isola artificiale, che è stata costruita da materiale recuperato dagli scavi per il tunnel. Un lavoro splendido che ha cambiato il destino di due Paesi. E noi?

Infine il grande tema:

L’Ecologia: battiamoci per una vera ecologia, oikos e logos, che tratti l’interazione tra l’uomo e l’ambiente, alla ricerca di equilibrio. Interazione appunto e non prevaricazione, da parte di nessuno dei due.