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Intervista a Luca Delgado

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Sin dall'inizio, il sindaco ne ha fatto una bandiera. Se preferite, una bandana. Arancione, naturalmente. Una sfida dal forte contenuto politico che ha trasformato alcuni beni del Comune in "beni comuni". Della collettività, cioè. Dice qualcuno: «del popolo». Esperienze che Luca Delgado, scrittore e drammaturgo (collabora con il noto regista Peter Brook), nonché insegnante di lingua e letteratura inglese, con una vocazione ribelle, ha catalogato sotto la voce «#Riscetamento», l’hashtag con il quale ha deciso di raccontare il risveglio culturale e identitario di Napoli e che è diventato un e-book (1,99 euro, formato Kindle).

Esiste, a suo avviso, un tema aperto sulla gestione degli spazi pubblici a Napoli? Come si persegue l'equilibrio tra interessi pubblici e privati spesso contrapposti?
«Bisognerebbe cominciare dal definire l’utilizzo degli spazi pubblici come un qualcosa di pubblica utilità. Chiedersi se sia meglio avere degli spazi pubblici vivi e operativi piuttosto che spazi spenti o peggio ancora abbandonati. E bisognerebbe cominciare a stabilire che gli interessi pubblici non devono avere minor valore degli interessi privati, la qual cosa non è scontata per tutti. Se il dibattito è ancora aperto, però, io porto l’esempio della rivitalizzazione del centro storico di Napoli per far osservare che è anche grazie a una certa gestione degli spazi pubblici se si è determinata una nuova stagione per il cuore della città e per la comunità che ci abita. Perché la ricaduta delle attività sono soprattutto appannaggio degli abitanti del quartiere. Anche in periferia mi risulta sia così, anzi a volte questi spazi pubblici rappresentano l’unica alternativa sociale di aggregazione alle parrocchie e ai campi sportivi».

Due anni fa, con una delibera di giunta, il Comune ha riconosciuto sette immobili di sua proprietà occupati da cittadini e associazioni come “beni comuni emergenti e percepiti dalla cittadinanza quali ambienti di sviluppo civico”. Che idea si è fatto della delibera sui Beni Comuni?
«La delibera fu oggetto di discussione due anni fa e ancora ci sarebbe da discutere. Trovai perfettamente coerente all’epoca che il Pd avesse osteggiato la delibera, chiedendo si avviasse il processo di vendita e di messa a reddito del patrimonio immobiliare comunale. Lo trovai coerente con il loro modo di fare politica a livello locale e a livello nazionale. Ho trovato coerente, per ragioni opposte, anche la delibera. Coerente con una certa idea di città di de Magistris».

C'è chi sostiene che il sindaco abbia piegato quella delibera al proprio tornaconto elettorale, avvantaggiando collettivi e gruppi di cittadini che lo hanno sostenuto. 
«Ed è in errore. Gli spazi sociali esistono da prima di de Magistris, ovviamente, ed è solo dopo la sua prima elezione, e sottolineo dopo, che è nata una certa simpatia reciproca. Credo che de Magistris abbia visto negli spazi sociali non solo dei luoghi dove si crea aggregazione e si promuovono comportamenti di cittadinanza attiva, ma dei laboratori politici dai quali attingere idee e risorse da mettere al servizio della città. Da questi laboratori politici sono partite anche critiche e contestazioni all’attuale amministrazione».

Il presidente della prima Municipalità, De Giovanni, ha detto a Nagorà che il Comune «si è ridotto a grancassa per il sindaco» e che l'amministrazione non fa rispettare le regole né per l'occupazione degli immobili pubblici nè sul versante della movida. Ritiene che sia un giudizio troppo severo?
«Non so a cosa si riferisse. In generale, non credo che De Giovanni abbia mai messo piede in uno spazio occupato, quindi non mi sorprende che non ne apprezzi in alcun modo l’impatto sui territori o la varietà delle proposte e attività. Il discorso movida merita invece una riflessione a parte. Io trovo che il centro storico di Napoli abbia sempre vissuto una vita notturna intensa e che ultimamente si sia incrementato il traffico di persone per via del boom turistico. Prima, però, non lo dimentichiamo, c’era il problema di strade isolate di notte e di un numero elevato di rapine. Che tipo di città vogliamo? Chiediamoci questo. Io credo che un intervento in ogni caso andrebbe fatto per regolare i flussi turistici, sia di giorno che di notte. Perché di disagi in certe aree se ne vivono anche in altri orari. Per ricollegarmi all’argomento degli spazi sociali: avere una maggiore offerta di eventi serali rappresenta un’alternativa per cominciare a distribuire i flussi, evitare concentramenti negli stessi posti. Andrebbero intensificate le corse notturne di mezzi pubblici per facilitare gli spostamenti e consentire più scelta sul come e dove trascorrere la sera. Ma vale la pena discuterne solo se si ha a cuore tutta la città e non soltanto il proprio quartiere».

Ritiene che il confine tra ciò che è legittimo e ciò che è illegittimo a Napoli sia ben definito?
«A questa domanda non si può rispondere senza scadere nell’oleografia. Io credo che vadano analizzati i singoli casi».

Che ruolo giocano nello sviluppo di una comunità le istituzioni e l’architettura?
«Giocano un ruolo fondamentale. Le istituzioni dovrebbero garantire sempre le relazioni sociali. Sull’architettura credo sia inutile sottolineare il fallimento dello sviluppo di alcuni quartieri che sono stati concepiti come aree dormitorio e quartieri ghetto».