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La provvisorietà in Mostra

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La Mostra d’Oltremare è una sorta d’isola misteriosa dell’urbanistica napoletana.

In senso letterale perché si tratta di un’enclave separata da mura e recinti che le impediscono d’integrarsi pienamente al resto della città, che potrebbe giovarsi, tra l’altro, dei suoi 30 ettari di verde. E in senso metaforico, come ultima spiaggia a cui si approda in cerca di spazi da occupare nei casi di permanente emergenza che caratterizzano la nostra cronaca.

Realizzata in appena due anni, tra il ‘38 e il ’40, e inaugurata alla vigilia della seconda guerra mondiale, la Mostra rinasce dopo il forzato oblio del periodo bellico quando, nel 1950, Luigi Tocchetti assume la presidenza dell’Ente e ne organizza la ricostruzione.

Negli anni successivi, in seguito ad alterne vicende, comincia un lento ed inarrestabile declino.

L’assetto dell’impianto originario viene smembrato dalla svendita di circa 9 ettari di suoli; demolizioni e manomissioni di edifici e padiglioni determinano un’atmosfera di progressivo degrado e abbandono.

Il 4 dicembre del 1980, nel plumbeo clima d’emergenza seguito al sisma dell’Irpinia, le serre botaniche di Carlo Cocchia vengono abbattute per lasciare posto ad un campo container per i terremotati.

Sorte in parte diversa avrà uno degli edifici simbolo della Mostra, l’Arena Flegrea, che dopo due restauri verrà demolita e ricostruita dallo stesso architetto De Luca che non riuscirà ad eguagliare il fascino originario della sua opera prima.

E’ cronaca di questi giorni la controversa decisione assunta dalla FISU (Federazione Internazionale Sport Universitari) di utilizzare i suoli della Mostra per insediare 2500 alloggi temporanei per ospitare gli atleti impegnati nell’Universiade estiva del 2019 che si svolgerà tra Napoli ed altre città della Campania.

Non possiamo, da tecnici, evitare una certa cautela nel giudicare la fattibilità di un progetto di cui sono trapelate solo poche immagini a mezzo stampa e sulla rete.

Tuttavia, sulla base degli elementi a disposizione, si possono esprimere alcune considerazioni critiche nel merito e nel metodo.

La collocazione di 2500 alloggi con il loro carico insediativo ed umano - nonostante le precauzioni e la durata limitata - potrebbe danneggiare ulteriormente un patrimonio naturale ed architettonico, come già detto, ampiamente compromesso.

Occorre scongiurare il rischio che in un clima di emergenza permanente lo status di questo insediamento cominci a fluttuare pericolosamente da temporaneo a provvisorio-definitivo a seconda delle necessità a cui di volta, in volta si potrebbe voler offrire soluzione.

Qualsiasi vaghezza in questo senso offrirebbe il fianco al rischio che possa essere oggetto di occupazioni e vandalizzazioni - anche del contesto della Mostra - come avvenuto per il villaggio degli atleti realizzato a Torino in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006.

Una considerazione di metodo: il tempo compreso dalla designazione di Napoli quale sede dell’Universiade estiva 2019 (5 marzo 2016) e l’effettivo svolgimento delle gare (3 - 14 luglio 2019) coincide con un periodo di oltre tre anni. Se consideriamo i tempi di preparazione alla candidatura, i sopralluoghi, gli incontri potremmo estenderlo ulteriormente.

Un tempo non lunghissimo se misurato con i parametri dell’edilizia, ma comunque sufficiente per effettuare altre e, più appropriate, scelte.

Quella, ad esempio, d’individuare un’area da rigenerare all’interno della quale sperimentare soluzioni residenziali anche inedite, da realizzare in tempi brevi e conservare, con funzione di case parcheggio, al termine delle gare.

Questo, peraltro, è sempre avvenuto nel mondo in occasione di Olimpiadi, grandi eventi sportivi, Expò, ed ogni genere di manifestazioni di richiamo internazionale. Valga per tutti l’esempio dell’Habitat una sperimentazione progettuale sul tema della residenza realizzato a Montreal in occasione dell’Expo del 1967, che ebbe, all’epoca, risonanza mondiale.

Rileviamo anche che non si è colta l’occasione per abolire quell’editto non scritto per cui si evita puntualmente la procedura del concorso in favore di un’autarchia progettuale affidata ad enti ed uffici pubblici.

In nome di una diffidenza che dura almeno da un quarto di secolo si è evitato, salvo rare eccezioni, il coinvolgimento di tecnici locali e dell’Università una volta protagonisti del dibattito cittadino ed oggi spinti, loro malgrado, verso un ruolo sempre più marginale.

Spalancare le porte dei corridoi degli uffici per un confronto aperto e trasparente tra proposte da sottoporre anche alla comunità dei cittadini in un clima di democrazia e partecipazione.

Un’altra considerazione di metodo.

Ricordiamo l’ostinata opposizione a difesa del PUA di Bagnoli contro ogni ragionevole e motivata variante, proposta da tecnici, associazioni, mondo delle professioni.

Una sorta di assedio di Stalingrado la cui resistenza vacillò solo di fronte alla possibilità dell’assegnazione della Coppa America che Valencia si aggiudicò il 26 novembre del 2003.

Attribuzione che, probabilmente, dipese dall’impietoso confronto tra le infrastrutture e i festosi viali alberati della città spagnola e la visione della waste land di Bagnoli la cui prospettiva si arenava sulla tossica e famigerata colmata.

Fu un bene per Napoli che evitò il progetto promosso da Bertarelli che alterava profondamente la natura dei luoghi. E fu un bene anche per Valencia dove oggi l’America’s Cup Building Veles e Vents di David Chipperfiled fa bella mostra di sé.

Quell’episodio e la cronaca di oggi ci raccontano di soluzioni di emergenza e decisioni da prendere in fretta per “occasioni da non perdere”. Crediamo sia giunto il momento di cambiare metodo.

Napoli, non dovrebbe affannarsi a saltare su treni in corsa per afferrare eventi occasionali dalle incerte e provvisorie ricadute.

La nostra città, dall’alto dei suoi secoli di storia, deve adeguare le sue infrastrutture, rigenerare il suo tessuto urbano, curare in maniera costante il suo patrimonio architettonico e creare reti tra gli eccellenti contenitori esistenti.

Napoli dovrà essere pronta per ospitare manifestazioni ricorrenti ed adeguate al suo livello culturale in grado di assicurare un costante afflusso di turismo qualificato, risorse umane, capitali ed investimenti.