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La testimonianza - 5 / Vincenzo Porzio, Cooperativa La Paranza

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In tredici anni, nelle antiche Catacombe dimenticate sono entrati in quasi seicentomila: una media di 46mila visitatori l'anno, con una crescita esponenziale che va dai 5.160 ingressi del primo anno ai 129.830 del 2018. Ma il dato quantitativo non esaurisce la portata dell'esperienza della Cooperativa La Paranza, che nel Rione Sanità, paradigma di una Napoli bifronte, eternamente e geneticamente sospesa tra orrore e splendore, hanno riportato alla luce un tesoro a lungo seppellito sotto la cappa opprimente della cronaca nera e del pregiudizio.

Oggi la Cooperativa La Paranza impiega 34 lavoratori e, dal ventre brulicante della Sanità, indica una strada nuova per la valorizzazione e la promozione del patrimonio storico-artistico, proponendo un modello replicabile in altri siti. Un percorso di "autosviluppo" intrapreso nel 2006 con la gestione della Catacomba di San Gaudioso, nella Basilica di Santa Maria della Sanità che nel 2008 è proseguito con la vittoria del bando storico-artistico di Fondazione Con il Sud e con il recupero, la gestione e l'apertura al pubblico delle Catacombe di San Gennaro. Un'evoluzione culminata, alla fine del 2014, con la nascita della Fondazione di Comunità San Gennaro Onlus. «Abbiamo deciso di mettere le nostre singole esperienze al servizio del Rione Sanità, non per cambiare città, ma per cambiare la città», sintetizzano la sfida i giovani fondatori de La Paranza. Tra di loro c'è Vincenzo Porzio: quando la cooperativa prendeva forma non aveva neanche vent'anni, adesso ne ha 33 e gestisce il marketing e la comunicazione de La Paranza. A lui abbiamo chiesto come hanno fatto a vincerla, quella sfida.

Come e quando è nata la vostra esperienza? Quali sono i principali ostacoli che avete incontrato sul vostro cammino e come li avete superati?

«La nostra esperienza come gruppo nasce nei primi anni del 2000 quando, grazie alla tenacia di un sacerdote e al coraggio di un gruppo di amici, cominciamo ad incontrarci e a parlare della possibilità di cambiare le cose e di ripartire dal nostro quartiere. Siamo cresciuti credendo di dover, prima o poi, lasciare il nostro Rione Sanità e la città di Napoli, scoraggiati da un'assenza di possibilità e sviluppo. Ad un tratto, però, abbiamo cominciato a guardarci intorno e ci siamo resi conto di riposare su una terra ricca di bellezze e meraviglie abbandonate e non valorizzate. Nel 2006 abbiamo quindi costituito la "cooperativa La Paranza" e abbiamo partecipato al primo bando storico artistico con Fondazione con il sud di valorizzazione dei beni storico artistici e creazione di posti di lavoro. Da dieci anni gestiamo dunque le Catacombe di Napoli e abbiamo trasformato un territorio che le istituzioni e le autorità definivano senza speranza. Con più di centomila visitatori l'anno rispetto alle poche migliaia dei primi anni, abbiamo oggi generato lavoro per più di 30 persone, partendo dieci anni fa dal solo impiego volontario di 4 amici.
Il nostro percorso è andato avanti nella maggior parte dei casi nel silenzio e nei ritardi della burocrazia e delle istituzioni che non hanno, il più delle volte, contribuito alla crescita del nostro progetto. Noi non ci siamo arresi, non ci arrendiamo anche oggi e continuiamo a credere che si possa partire dal basso per creare storie straordinarie».

Napoli, città giovane per definizione, è una città "per" giovani?

«Napoli è una città viva, brulicante, emozionata. Una città piena di vita, che colpisce forte e non lascia indifferenti. Una città giovane ma che scoraggia i giovani. Una città distrutta dall'assenza di opportunità, in cui anni di mal governo e abbandono hanno nascosto sotto la polvere le infinite possibilità che invece questa terra potrebbe offrire. I giovani sono costretti ad andare altrove perché qui si muove tutto lentamente, in questo morente apparato burocratico che sembra sempre ripetere "non è compito mio" e allontana tutti senza trattenere nessuno. Giovane e coraggiosa, Napoli resiste. Non è detto riescano nello stesso intento i napoletani se non si interviene subito!».

Quanto spazio hanno i ragazzi per fare proposte, per far valere i propri talenti, le loro competenze, la loro passione, le loro idee?

«La nostra è una cooperativa giovane composta da 35 dipendenti di cui 13 soci. Si tratta di un gruppo che ha organizzato il lavoro attorno al dialogo, agli incontri, alle riunioni in cui, fianco a fianco, si fa il punto della situazione e si va avanti. Il confronto e il dialogo sono i pilastri fondanti del nostro operare e a ciascuno dei nostri ragazzi viene chiesto di contribuire condividendo un'idea, un progetto, una visione. Sono diversi i percorsi intrapresi proprio in seguito a riflessioni di questo genere e grazie al confronto tra tutti noi. Siamo fermamente convinti che l'attenzione e la cura per l'essere umano siano il bene più prezioso e debbano essere al contempo punto di partenza ed obiettivo del nostro agire».

Di fronte allo scenario di "precarietà stabilizzata" che caratterizza il mercato del lavoro, quali sono le responsabilità della attuale classe dirigente? 

«Riteniamo che la classe dirigente debba cogliere con maggiore chiarezza le problematiche strutturali che caratterizzano il mezzogiorno e il mondo del lavoro. Partire da elementi fondamentali della vita quotidiana, che incidono enormemente sulla qualità della vita, è forse la strada che riteniamo sia utile perseguire. Trasporti, sicurezza, lavoro. Tre elementi fondamentali sui quali investire e dai quali si genererebbero, inevitabilmente, conseguenze benefiche per l'intera società».