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La testimonianza - 9 / Francesco Di Leva, Teatro Nest

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Nagorà apre con questo numero un'analisi – e dunque un dibattito – su un mercato del lavoro le cui le vie di accesso sono sempre più anguste e in cui la precarietà si è stabilizzata come categoria immutabile e irreversibile, a tutto discapito dei ventenni e dei trentenni di oggi. Per questo, abbiamo interpellato alcuni giovani che, in un contesto difficile, hanno trovato il modo di far valere i propri talenti e i propri sogni.

Hanno aperto un sipario di speranza nel nulla anonimo della periferia che langue ad Est di Napoli, trasformando una scuola abbandonata al degrado in un avamposto culturale tra i più interessanti in Italia. E dimostrando che, là dove non si trovano, le opportunità si possono sempre inventare. Anche al Sud. Anche in Campania. Lo racconta - e soprattutto lo testimonia - Francesco Di Leva, che è sì un attore, ma è anche un combattente. E non per caso, forse, dopo il debutto al Napoli Teatro Festival 2018, ha vestito al Piccolo Eliseo di Roma i panni del leggendario pugile Muhammad Ali. Con lui, il collettivo formato dagli attori Giuseppe Gaudino, Adriano Pantaleo, Andrea Vellotti e dal regista e autore Giuseppe Miale di Mauro, ha dato vita nel 2014 al teatro Nest.

Quali sono i principali ostacoli che avete incontrato sul vostro cammino e come li avete superati?

«Io non so se veramente ce l'ho fatta. Vivo il momento, e devo fronteggiare sempre grandi difficoltà quotidiane. Intanto, cerco di convincere le persone di un progetto in cui credo, cosa non facile. Lo spettacolo che sto facendo mi assomiglia, e in qualche modo parla anche di me. "Muhammad Ali", diretto da Pino Carbone, è un inno alla vita, alla speranza, alla volontà di un essere umano di cercare di compiere azioni buone e giuste a prescindere dal tornaconto dagli interessi personali. Molti ragazzi mi chiamano per sapere come ho fatto, per essere incoraggiati. Ecco, in questo senso mi sento un punto di riferimento. Io ho iniziato che avevo 14 anni, e a scuola ci sono state persone che mi hanno illuminato e hanno intravisto in me un talento. Da qui, l'idea di fondare il Nest, con la voglia di intraprendere un grande viaggio con degli amici e colleghi bravi attori. Ma oggi ho quarant'anni e la mia vita artistica la vedo ancora come un cantiere aperto».

Napoli, città giovane per definizione, non è una città per giovani?

«Napoli diventa anche una città per giovani nel momento in cui chi decide offre alternative ai giovani. Certo, ce ne sono ancora poche, ma in questi anni si sta facendo molto. Questa è storicamente una città difficile, nessun politico ha la bacchetta magica. Mi sento spesso con Comune, Regione e con i Ministeri per portare avanti il nostro lavoro sul territorio, e posso dire che mettono tutto il loro impegno. C'è voglia di fare, poi però ci si perde nel labirinto della burocrazia. Si resta intrappolati, non se ne esce proprio più. Lì si ferma tutto: non è possibile che un'idea si realizzi dopo cinque o dieci anni. Quanti hanno la forza di resistere tanto tempo senza scoraggiarsi?».

Quale eredità hanno lasciato gli ex ragazzi ai loro figli?

«Gli ostacoli li ho trovati in un sistema di comando che uccide la meritocrazia e nella burocrazia. Il problema, in un sistema fatto di segreterie, sono i burocrati che stanno lì da cinquant'anni. Quelle persone bisogna motivarle, devono convincersi del fatto che devono dare un servizio ai cittadini, un valore al loro lavoro e al loro ruolo. Ci dobbiamo dire tutti quanti, a prescindere dall'età, che in questo momento storico ci vuole più volontà, più entusiasmo. Serve un patto tra generazioni per andare verso una direzione positiva, per lasciare ai nostri figli una città migliore. E lo dobbiamo fare adesso, altrimenti fra vent'anni starete facendo le stesse domande a qualcun altro».

Quanto spazio hanno i giovani per fare proposte, per far valere i propri talenti, le loro competenze, la loro passione, le loro idee?

«Dieci anni fa, quando ho fondato il Nest, avevo trent'anni. Sono stato spinto dalla voglia di un riscatto sociale nella periferia dove pochi erano i luoghi destinati alla cultura, alla socialità, all'incontro. La voglia di produrre spettacoli associati ad attività sociali per i bambini del quartiere mi ha fatto venire voglia di tuffarmi in questo grande viaggio. Questo è un quartiere difficile, ma anche pieno di risorse. Pochi giorni fa hanno ammazzato una persona vicinissimo al Nest e a pochi passi da casa mia, davanti agli occhi del nipotino. Ecco, quelli sono momenti in cui ti scoraggi tantissimo, devo essere sincero. Non ce la facciamo più. Mi spaventa l'idea che mia figlia di undici anni debba convivere con la presenza criminale, ma mi inquieta anche l'indifferenza delle persone per un corpo morto a terra. Sono cose orribili, uno Stato degno di questo nome non le può permettere. I bambini dovrebbero conoscere soltanto i giochi, la spensieratezza, i sorrisi. D'altro canto, però, proprio la camorra, il malessere, la malavita sono stati la spinta a reagire in qualche modo, a creare bellezza, intelligenza e cultura, mettendo insieme ragazzi e ragazze».

Quali sono le responsabilità della attuale classe dirigente?

«La prima è quella di non essersi fatta da parte. I saggi a un certo punto dovrebbero stare in panchina a guidare la squadra, invece vogliono stare sempre in campo a giocare. Io non dico che si devono ritirare, per carità. Ma devono guidare con la loro saggezza ed esperienza i più giovani, devono essere un faro per chi ha l'energia, la grinta e la voglia di cambiare le cose. Anche in quello ci può essere una soddisfazione».