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Carlo De Luca

Controvento
di Carlo De Luca, presidente InArch Campania

Lacune del moderno

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L’acciaio si corrode e si dilata, il calcestruzzo si spacca e si sgretola, gli intonaci si distaccano e le malte si polverizzano, reclamando con urgenza la necessità di un intervento. E oltre l’incuria del tempo si affacciano anche nuove e diverse esigenze funzionali, impiantistiche e strutturali, che spesso accentuano una resistenza alla trasformazione o, peggio, mortificano la qualità architettonica originaria. 

L’architettura del Novecento non se la passa troppo bene nel nostro paese: non ha il riconoscimento culturale che merita, invecchia male e troppo velocemente, manifesta sovente una difficoltà di adeguamento alle esigenze della contemporaneità. Diversamente dalle architetture del passato che, dopo secoli di onorato servizio si consegnano ad una matura cultura del restauro, con la modernità non abbiamo ancora raggiunto un accordo, ancora siamo incerti nel riconoscere l’architettura moderna come patrimonio culturale non riuscendo, come ci esorta Franco Purini, ad avviare un catasto aggiornato della modernità.
Per riconoscere prima di tutto quello che abbiamo, per poi stabilire come intervenire, ma sempre con l’obiettivo prioritario di migliorare, con l’architettura, la vita delle persone.

Il caso del crollo di una parte del ponte Morandi, il tragico crollo del 14 agosto, è emblematico di questa condizione, anche per come finora è stata affrontato. La comprensibile percezione di insicurezza ha generato immediatamente, nell’opinione pubblica, la necessità di pensare a un ponte completamente ricostruito, senza fermarsi a riflettere su tempi e modalità di realizzazione e valutare anche la possibilità di ricostruire solo la parte crollata, con un intervento che si dichiari esplicitamente diverso dalla preesistenza e, naturalmente, senza prescindere da quella parte di città che continua a vivere lì sotto.

 Lo stadio S.Paolo racconta invece una storia diversa. Carlo Cocchia lo progetta negli anni Cinquanta del secolo scorso, un’architettura leggera ed essenziale fino all’improvvido intervento degli Anni ’90 che lo seppellisce sotto una pesante coltre di ferro e plastica.
Le Universiadi potevano rappresentare l’occasione per liberarlo, riportandolo alla qualità architettonica originaria, ma non sarà purtroppo così e chissà se in quella calda serata di luglio dell’anno prossimo ci si ricorderà dell’autore dello stadio S.Paolo, che voleva per la sua città uno stadio bello ed essenziale, un’architettura che tendesse a diventar natura essa stessa, naturalmente e senza arroganza.