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Le città dopo la crisi pandemica

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La crisi pandemica e i provvedimenti di distanziamento sociale stanno cambiando non solo il modo di relazionarsi e di lavorare, spingendo per forme di lavoro digitale da remoto, ma anche la necessità di riflettere sulla forma delle aree urbane. Prima della crisi, studiosi ed esperti di economia territoriale avanzavano modelli di città verticali da contrapporre a modelli di città diffuse, basate sull’idea che la concentrazione di popolazione nell’area urbanizzata, avrebbe ridotto i flussi di traffico dalle aree periferiche verso i centri urbani, in cui la mobilità sarebbe avvenuta prevalentemente attraverso sistemi di trasporto pubblico, avrebbe consentito risparmio energetico e diminuzione dell’inquinamento ambientale.

Le grandi città avrebbero consentito anche di concentrare una popolazione istruita, promuovendo cultura e adeguandosi alle versioni moderne della teoria della crescita, basata sul ruolo del capitale umano e la produzione di conoscenza. Anche se siamo nell’era della comunicazione digitale, questa non avrebbe eliminato il confronto diretto, vis-a-vis, poiché nella comunicazione scientifica, complessa per definizione, non era possibile sostituirlo in toto con quello virtuale. Si rendeva necessaria una loro integrazione.

La concentrazione spaziale nelle aree urbane di ricercatori e creativi avrebbe consentito di sviluppare spillovers di conoscenza, mentre la concentrazione della popolazione avrebbe abbassato l’incidenza dei costi d’impianto delle tecnologie di servizio - come la banda larga - e offerto un ampio pubblico per le imprese culturali. “Prossimità, densità, vicinanza” rappresentavano la triade su cui costruire uno sviluppo innovativo e sostenibile.

Cosa resta di quest’approccio, ora che, causa la pandemia, la triade si è trasformata in “distanza-bassa densità-dispersione”?  

Ovviamente le città italiane presentano forme diverse dovute anche alla differente orografia dei territori in cui sono inserite. Roma è una città radiale in grado di ospitare livelli elevati di popolazione (2,8 milioni di residenti a Roma), senza che ciò si traduca in un’elevata densità abitativa (2.219 ab/Km2). Napoli, al contrario, limitata com’è dal mare e dalla sua orografia, pur avendo una popolazione di 958 mila abitanti, che è circa un terzo di Roma, si presenta con la maggiore densità abitativa (8mila ab/Km2) tra le grandi città italiane.

Napoli non è una città verticale, né una città diffusa. È una città concentrata e congestionata, anche se non è cresciuta verso l’alto, che utilizza le aree periferiche e interne come una discarica di marginalità e rifiuti, di decentramento spontaneo e disordinato delle sue microimprese, con effetti ambientali devastanti. Le sue dinamiche territoriali scaturiscono dall’agire delle forze di mercato, travasando abitanti e imprese dal centro verso i comuni periferici che la circondano, sotto lo stimolo dall’aumento della rendita urbana che spinge in alto il costo delle abitazioni e dei suoli.

La difesa dell’ambiente e la lotta ai rischi pandemici, veicolati dall’economia globale, non possono esser scisse dalle politiche territoriali e urbanistiche, perché la cura dell’ambiente e della salute inizia, vive e si sviluppa nei territori e nelle comunità che li animano. L’organizzazione del territorio, il rapporto centro-periferie e la forma delle città, non sono elementi neutrali per la sostenibilità ambientale, sociale, della salute e della felicità delle persone.