Le vocazioni delle periferie come occasioni di sviluppo

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Trasformare le periferie da portatrici di marginalità e generatrici di conflitti a nuove aggregazioni attive da riconnettere, finalmente, ai reticoli paesaggistici urbani esistenti e agli arcipelaghi sociali così fortemente disgregati.

Le grandi periferie urbane, lo ricordiamo, sono figlie del modello urbanistico del Novecento basato essenzialmente sulla leva delle risorse pubbliche e della regolazione legislativa. Quest’ultima lentissima e farraginosa fino a corrodere ogni idea di adeguamento alle mutate esigenze sociali, abitative, ambientali e di approccio tecnologico alla progettazione e alla realizzazione di nuove opere.

In buona sostanza, tutti i tentativi di nuovi piani urbanistici e delle relative ramificazioni comunali – a dieci anni dalla legge che istituisce i Puc, sono davvero poche le amministrazioni dotate di questo fondamentale strumento – sono frenati dalla macchina del tempo che, inesorabile, rende inadeguate le scelte effettuate anni prima e mai trasformate in programmi operativi.

Ecco che la distanza delle periferie dai centri urbani, con il passare del tempo, conservando alcuni valori insediativi, identitari e paesaggistici, rappresenta una preziosa “riserva” per ripensare il rapporto con le città e soprattutto con le vocazioni che queste aree possono far emergere.

L’impegno nell’affrontare la questione della riqualificazione delle periferie – spaziale, sociale ed economica – deve trovare nuovo impulso nel non limitarsi ad un loro recupero fisico o al risanamento ambientale e degli edifici fatiscenti, ma agendo sulla loro più complessiva capacità rigenerativa dei tessuti sociali e spaziali. Puntando così anche ad una nuova visione delle città che si contraggono e che recuperano frammenti di questo “terzo paesaggio” di periferia, non più inteso come zona franca di dismissione e di rottamazione edilizia, ma come occasione di riattivazione territoriale e culturale.

La questione della riqualificazione delle periferie diventa così una vera e propria sfida anche all’interno dei processi di pianificazione strategica e di riqualificazione urbana.

Come ANCE Campania, su questo tema cruciale di sviluppo, siamo fortemente impegnati a contribuire sul fronte dell’azione progettuale attraverso la realizzazione di una ricerca sulla pianificazione urbanistica in Campania dove emerge un dato significativo: solo 71 Comuni su 550 hanno un Piano Urbanistico Comunale (circa il 13%) mentre i restanti 479 (87% circa) si dividono fra comuni che hanno come strumento urbanistico un PRG (Piano Regolatore Generale), un PdF (Programma di Fabbricazione) o addirittura non hanno alcuno strumento urbanistico (circa il 3%).

Siamo inoltre impegnati fattivamente in tutte le occasioni di concertazione istituzionale con l’amministrazione regionale in primis e, attraverso le nostre associazioni provinciali, anche con le amministrazioni locali. Negli ultimi anni siamo stati promotori di iniziative tese a introdurre, nei piani urbanistici regionali e territoriali, sistemi di incentivazioni e di compensazioni urbanistiche che premino ed agevolino chi costruisce riciclando i suoli della dismissione infrastrutturale e residenziale. Va anche agevolato l’incremento dell’efficienza energetica degli edifici pubblici e privati che possa concorrere al sostegno del welfare di quartiere o alla manutenzione di spazi comuni.

Serve una rinnovata Agenda delle periferie, intese come laboratorio privilegiato nel quale sperimentare e attuare anche una nuova fiscalità urbanistica che incentivi e detassi la realizzazione di nuove costruzioni sulle aree dismesse e la sostituzione del patrimonio edilizio inefficiente, degradato o a rischio sismico.