Ma la città dovrà guardarsi allo specchio

Che potevano fare i napoletani, sotto

il

fuoco incrociato del sindaco

– Panglos

– e del leader autoritario

, si chiede Marco Demarco? Hanno scelto il racconto che eccita la loro fantasia, lenisce le ferite, mai sanate, dei loro mali cronici, e lusinga il loro orgoglio. Già, ma tra narrazione e favole di vario genere, sono stati indotti, anche grazie al PD locale, a cambiare bersaglio attribuendo alla politica nazionale colpe e responsabilità radicate all’ombra del Vesuvio. Un “piove governo ladro” che sovverte le parti degli attori in scena:

Renzi che inganna la città e de Magistris

, lancia in resta

, alla testa di un armata di anime belle, ammantato di autonomia e dignità. Una favola senza un lieto fine.

E’ vero, nella politica renziana non c’è posto per i ragazzi perduti delle “paranze”, ma in questo Renzi non è solo.

I difensori della costituzione

che, oggi, si riconoscono nelle legittime rimostranze degli studenti, i prestigiosi consessi accademici, custodi della purezza del sapere giuridico, e gli stessi “movimenti”, da sempre in campo a favore delle cause “terzomondiste”,

si sono raramente concentrati sui risvolti sociali e culturali dei colpi inferti continuamente alla legalità da Napoli Gomorra.

In realtà

la ballata della Napoli libertaria e democratica non si concilia con le alte grida della città violenta e marginale, e

, a ben vedere,

ne sono consapevoli anche i suoi diretti destinatari. In larga parte astenuti nelle elezioni per la riconferma di de Magistris, i napoletani hanno continuato a farlo (in misura minore) il 4 dicembre. Il fatto è che essi conoscono lo “stato delle cose” e hanno votato no al referendum

non per assecondare il sindaco arancione.

Hanno rifiutato una proposta che trascura le loro urgenti necessità e lo hanno fatto spinti da rabbia e frustrazione

. Renzi non l’ha compreso mentre

de Magistris finge di non accorgersi che,

superata la fase referendaria

, la patata bollente del governo di una disastrata condizione urbana tornerà nelle sue mani e la “città felice” che si autogoverna, comincerà a chiedergliene conto

. Ma per farlo, i napoletani dovranno guadarsi allo specchio e cominciare ad assumersi le proprie responsabilità distinguendo, in primo luogo, tra libertà ed arbitrio.