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Manzo (BCC Napoli): «Idee nuove, rispetto delle regole e estate made in Campania: così possiamo ripartire»

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Le idee e l'etica prima dei soldi, la pazienza e la fiducia contro la dittatura del «qui ed ora», la prospettiva più del pedigree: così la Banca di Credito Cooperativo di Napoli (4200 soci, 10.000 clienti, un patrimonio di 20 milioni) ha invertito in undici anni di vita l'ordine delle priorità. Una rivoluzione copernicana che sblocca gli ingranaggi e rimuove le incrostazioni di un sistema economico ingessato, liberando spazi e offrendo opportunità a chi prima non ne aveva. Una ventata d'aria fresca che entra da una finestra spalancata sul futuro. Ad aprirla è stato Amedeo Manzo, che guida la BCC Napoli.

Presidente, siamo stretti tra due minacce: il virus da una parte e la crisi economica, che diventa inevitabilmente crisi sociale, dall'altra. Di che cosa dobbiamo avere più paura?

«Lo dico da tempo: una volta messo alle corde il Covid sotto il profilo sanitario, dobbiamo occuparci dell'economia. L'indagine Cerved (il principale operatore italiano nell'analisi del rischio di credito, ndr) prevedeva che in Campania il virus sarebbe stato debellato nel migliore dei casi il 30 giugno e nel peggiore il 31 dicembre. Insomma, in ogni caso entro l'anno questo spettro sarà in qualche modo esorcizzato. Il problema è l'economia a valle di questa esperienza: gran parte delle aziende dovranno ristrutturare il loro modello di servizio. Oltre a resistere per 5 o 6 mesi, dovranno ripensare il proprio business: il modello di economia produttiva manifatturiera, i servizi, il food, il turismo sono completamente cambiati. Questa è la vera sfida, qui si vedranno le capacità degli imprenditori. Quello sanitario è un rischio ponderato che rispetto al rischio economico-sociale, con le ribellioni della gente che assalta i supermercati, va sopportato».

L'emergenza sanitaria imprimerà una spinta alla modernizzazione?

«Il virus è una grandissima opportunità. Siamo di fronte ad un mercato che adesso deve andare per forza di cose incontro al terzo millennio: le imprese devono fare investimenti, ripensare il layout, trovare spazi, riorganizzare il delivery e trovare modelli di mobilità più efficienti. Il modello campano è drogato dal flusso - sia pure disordinato - del turismo, che ha determinato la comparsa di centinaia di migliaia di imprenditori o presunti tali. In questi anni sono spuntati tantissimi b&b, taverne, ristoranti, affittacamere, servizi di trasporto. Questo ha consentito a decine di migliaia di campani di poter godere di un flusso che arrivava a prescindere. Ora che c'è da superare la crisi derivante dal blocco dell'incoming, bisogna sviluppare un mercato interno».

Dunque, questo è anche il momento di rinnovare il suo appello all'orgoglio napoletano.

«Sì. Ultimamente ci eravamo un po' assopiti, l'exploit di visitatori ci aveva convinti che il flusso turistico bastasse, in qualche modo aveva nascosto i problemi. Invece, un po' di imprenditoria preistorica ancora c'era. Oggi gli spazi vanno conquistati con le idee e le capacità. Considerando che la popolazione campana rappresenta il 10-12 per cento di quella nazionale, il mercato campano può resistere 5 o 6 mesi in autogestione, sull'abbrivio del motto "Vivi napoletano" con il quale ho sollecitato i miei concittadini a divertirsi nella nostra regione, a scoprirne i tesori, a comprare prodotti del territorio e ad utilizzare banche locali per investire nell'economia reale. Tutto questo ci può consentire di guardare avanti».

Non dobbiamo rassegnarci ad archiviare l'estate del 2020 ancora prima che inizi?

«Non sono convinto che la stagione turistica sia compromessa completamente. Abbiamo un grande mercato interno: 6 milioni di abitanti non sono pochi, possiamo farcela più di altre regioni. È vero che l'afflusso degli stranieri diminuirà, ma verrà compensato dal turismo interno. A patto, però, che siamo pronti ad adeguarci alla nuova realtà: dobbiamo essere pronti ad un modello che preveda il rispetto delle regole. Ad esempio, il sommerso avrà vita sempre più difficile. Basti pensare che quanti lavoravano a nero sono stati tagliati fuori dai sussidi statali. Tutto questo andrà a sparire, come l'uso del contante. Insomma, andiamo incontro ad un'economia del terzo millennio».

Bisogna accettare un rischio sul piano sanitario per far ripartire l'economia?

«Credo che il rischio sanitario, sia per temi genetici che per il naturale decorso del virus, sia inferiore rispetto alla pandemia economica che potrebbe travolgerci. Chiedere alle imprese di osservare una chiusura ancora più lunga significherebbe mandare per strada centinaia di migliaia di lavoratori che producono economia. Questa volta saranno i piccoli a salvare i grandi, riattivando i consumi anche sotto il profilo delle imposte. Lo Stato dovrà riflettere sul fatto che le sue entrate sono prevalentemente dovute ad imposte, tasse e contributi di privati cittadini e imprese. Un meccanismo che deve risvegliarsi attraverso la piccola economia. Se sosterremo i piccoli artigiani, le botteghe, i negozi di vicinato, il circuito si rimetterà in moto. Del resto in questo periodo difficile le piccole imprese hanno svolto una funzione essenziale di resilienza. E si stanno riscoprendo anche le piccole attività, contro il modello della "taglia unica" che prevede solo grandi ipermercati».

Questo determina una riscrittura degli equilibri.

«Per me non è una novità. Quindici anni fa scartammo l'ipotesi di creare una banca di capitali, pensando invece ad una banca dei piccoli che avesse al centro le persone. Dal 1883 il Credito cooperativo sostiene l'economia in senso anticiclico. Il nostro obiettivo è prevedere oggi quello che accadrà domani. Questo puoi farlo segmentando la penisola in tante aree, così da avere una conoscenza attenta del territorio, e provando a cambiare alcuni criteri. Non si può continuare a finanziare chi è andato meglio ieri, perché ieri è trapassato. Tanti soggetti, ad esempio, hanno rating eccellenti ma non rispondono a requisiti etici e di legalità. Questa impostazione lungimirante ci ha portato ad avere un livello di sofferenza netto di 0,88, di gran lunga al di sotto della media nazionale».

Voi state sostenendo le piccolissime, le piccole e le medie imprese. E avete concluso due operazioni con garanzia Sace a sostegno di due clienti importanti della BCC Napoli.

«Siamo stati i primi a proporre una sospensione delle rate a prescindere dalle categorie indicate dal decreto governativo. Ma oltre ai piccolissimi, con i prestiti di 25mila euro previsti dal decreto "Cura Italia", abbiamo sostenuto anche altri imprenditori con importi maggiori. È il caso di Ciro Paone SpA (marchio "Kiton") e di EP SpA, entrambi clienti della BCC di Napoli. In più, ci siamo aperti anche ai non clienti, quelli che trovavano le proprie banche sorde alla richiesta di un prestito. Pensiamo che il credito vada riconosciuto a chi è meritevole: una democrazia di opportunità che è tutt'uno con modello di inclusione finanziaria. Per noi è importante valutare il business e il profilo etico di legalità. Vogliamo dare credito a chi merita, non solo ai grandi: il barbiere, il piccolo ristoratore, l'affittacamere. Piccole imprese che stanno riscrivendo il proprio futuro. Per avviare una nuova linea di produzione, allargare gli spazi, implementare il delivery bisogna investire e ci vogliono soldi. Lì ci vuole una banca che agisca con prudenza. Un riferimento capace di vedere in lontananza il faro del porto e di guidare la sua gente verso un approdo sicuro».

D'altra parte, aspettativa e fiducia sono parametri fondamentali in economia.

«Certo. La banca è tutt'uno con la propria città e deve trasmettere concretamente fiducia e speranza, soprattutto nei momenti di difficoltà. Dobbiamo uscire dal diktat che vuole portare le banche alla massimizzazione del profitto, andando piuttosto verso un profitto misurato. Il nostro intento è quello di migliorare il territorio attraverso un sostegno all'economia. Nel 2019 abbiamo finanziato 300 tra famiglie e startup, sostenendo tanti giovani che portano le loro idee nel mondo per poi magari tornare qui. Abbiamo finanziato incubatori di impresa e stretto rapporti con le università, ma anche garantito aiuto ai bisognosi con migliaia di pacchi alimentari distribuiti nelle parrocchie di Scampia, dei Camaldoli, di via Tribunali. E abbiamo promosso una serie di iniziative economiche in favore del Cotugno, del Covid Hospital allestito nel Loreto Mare e del Pascale per la ricerca. E ancora: abbiamo creato il primo sistema digitale per l'accesso al credito, così che i finanziamenti vengano erogati n pochi giorni. Questo ha rappresentato non solo un supporto economico ma anche un'iniezione di fiducia».

Avete scelto di coniugare l'efficienza con il lato umano.

«Sì, ma noi partiamo da un'analisi economica, prima che etica: il 98-99 per cento del nostro tessuto economico è composto da piccole e piccolissime imprese, che sono la spina dorsale del Paese. La nostra è un'attività solidale ed etica, certo, ma è prima ancora una scelta imprenditoriale: se non sosteniamo loro, l'Italia non esiste più. Il Credito Cooperativo ha scelto di essere la banca della gente. Di stare nei vicoli e nelle piazze, piuttosto che nei salotti polverosi della grande finanza. Perché nella vita le persone possono avere momenti di difficoltà e possono sbagliare. Noi non facciamo attività di speculazione finanziaria, abbiamo capitali pazienti. Abbiamo fatto una scelta chiara: non la finanza per la finanza, ma la finanza per lo sviluppo. È questa la differenza fondamentale: gli arabi vogliono dividendi, vogliono massimizzare il profitto. Noi vogliamo che i soldi della vecchietta vadano a un giovane che ha avviato una startup alla Federico II, che a sua volta può generare profitto e assumere altri giovani. In poche parole, migliorare il destino del proprio territorio, avviando una spirale di energia positiva».

Dal suo osservatorio, quale clima avverte in Campania?

«Avverto un clima positivo, determinato dall'energia di un gruppo bancario che ha i muscoli di un grande gruppo e la velocità e l'elasticità di un gruppo locale. Questo ci consente di avere un rapporto personale con i clienti. Non a caso ricevo tanti messaggi di persone che mi dicono: "In un momento in cui pensavo che non avrei più riaperto la mia attività, mi avete dato l'energia per andare avanti". Siamo di fronte ad una crisi che è soprattutto psicologica: si tratta di prendere per mano l'imprenditore. E questa spirale positiva è contagiosa, proprio come quella depressiva. La paura si combatte e si necrotizza con l'azione. Ecco perché abbiamo fatto turni h24, lavorando anche di notte per rispondere al telefono a chi aveva bisogno di noi. Ci anima un prudente coraggio: amministriamo i soldi della gente con oculatezza, ma senza l'immobilismo illuminista per cui i soldi vanno dati solo quando le cose vanno bene. E infatti il 16 per cento dei finanziamenti dello Stato vengono erogati dalle Banche di Credito Cooperativo».

Lo Stato è in grado di sostenere il sistema dei sussidi e le misure di sostegno al reddito? Dobbiamo aspettarci brutte sorprese sul piano fiscale?

«L'Italia non è la Germania, nel senso che non è paragonabile alle grandi potenze economiche. Dobbiamo capire che in questa fase si è già fatto parecchio: avere mezzo Paese in cassa integrazione e un sistema di welfare che intanto continua a pagare gli stipendi all'impiego pubblico non è una cosa banale. Stiamo facendo un grande sforzo, sottoscrivendo debito. D'altro canto, però, anche il rapporto Pil/debito pubblico degli Usa non è ottimale, eppure continuano a finanziare la crescita. Questa era l'unica strada, un'altra non c'era».

Facendo un bilancio economico del lockdown, chi ci ha rimesso di più? E chi rischia di rimetterci di più nei prossimi mesi?

«Tra i settori più colpiti ci sono quello alberghiero e tutto il comparto turistico. Ma più in generale il blocco della mobilità tra Paesi ha determinato un lucro cessante che mette a dura prova il conto economico».

Chi, invece, è uscito rafforzato dalla fase acuta della pandemia?

«Stanno volando le aziende che operano in campo sanitario e chimico, ma anche le aziende di alimentari, i supermercati, le farmacie e tutte quelle che si sono affidate ai servizi digitali. E poi il mondo della ricerca. Lo spazio che i governi stanno attribuendo alla ricerca, che prima era residuale, è finalmente aumentato. Chi brevetterà il vaccino sarà plurimiliardario. In tutto questo, però, bisogna capire se qualcuno sta cercando di mascherare dietro il Covid le difficoltà che già aveva. Se qualcuno, insomma, bluffa. Questo è il momento di girare le carte e di tirare fuori gli attributi. Come diciamo a Napoli, il cavallo si vede sulla salita».