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Ogni giorno una Neapolis

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È una città incostante Napoli. Perennemente nuova. Fedele al proprio nome che però ha confuso: poteva essere fondata una volta e, invece, l’ha interpretata come missione. È ogni giorno una Neapolis: una nuova città, inevitabilmente inesperta, che si affaccia nel mondo delle metropoli. 

Una fatica, della città nel suo complesso, di chi la vive. Ci si avvilisce a cercare di portare a termine un progetto che voglia avere luce per più di un’alba, ci si preoccupa di risposte contraddittorie con quelle avute dagli stessi rappresentanti sugli stessi temi, ma semplicemente un altro giorno. 

Poteva chiamarsi in un altro modo. Poteva essere un nome qualunque. Sarebbe rimasto il mare, il panorama, sarebbe rimasto il bello. Il Vesuvio avrebbe però ricordato, nella sua discreta incombenza, che il tempo non è misura dell’uomo e che tutto può finire senza motivo, senza preavviso. Un memento mori naturale per estirpare la tracotanza. 

Ha effettivamente tanti difetti, Napoli, ma non è tracotante, anzi. È conscia del suo essere fluttuante tra l’essere parte e il non esserlo. Così non dà importanza a nulla. Non c’è memoria quando si rinasce ogni giorno, non c’è quando si è consci che nulla può sopperire ad un’eruzione. È filosofia. Filosofia che si è intrisa nell’aria e che nutre ogni suo abitante. A Napoli si è filosofi per nascita. Lo si vuole o no, quell’aria entra nei polmoni dal primo respiro. 

È un dono meraviglioso, l’essenza della libertà. Una libertà totale che è però troppo libera e fa venire meno il contratto ancestrale dell’uomo con la sua stessa specie: il diritto, ciò che della società civile è il più evidente risultato e che però rappresenta il momento di maggiore privazione di libertà. 

La legge nasce per poter convivere in una comunità; l’uomo decide di privarsi della libertà assoluta per poter esistere in sintonia con il suo simile. In una società di diritto l’uomo non è libero, anzi, è però tutelato. Non può uccidere, non può correre in auto, non può costruire la propria casa dove vuole, accetta macro-imposizioni che si traducono in leggi nell’assoluto e in educazione nel quotidiano. Non può fare ciò che vuole, non più. Non può essere libero. Non può urlare, deve avere rispetto dell’altro, dello sconosciuto, consapevole che egli stesso è l’altro di qualcuno. 

È questo equilibrio che si rompe quando l’impostazione delle fondamenta viene meno. Se si rimane avvolti soltanto dalla propria nube di aria intrisa di libertà estrema non ce ne si rende più conto dopo poco. L’assenza di importanza di tutto porta così al superamento incosciente di tutto. Non occorrono più regole, è anarchico caos. Ecco i motorini riempiti da troppe persone, in strade senza sensi di marcia chiari, senza casco, le macchine posteggiate dove serve, le vetrine ambulanti disegnate senza cura, i bassi che si allargano e chiudono spazi di strada. 

Ecco Napoli, la Napoli che non vorremmo vedere e che inevitabilmente si svela in ogni suo rinnovamento perché non si dà il tempo di educarsi e ogni mattina è un bambino sfacciato che deve imparare. È crudele. È lo scotto del nome, del bello, dell’ambizione alla libertà, del non voler sottostare alla legge, ai limiti dell’uomo, al tempo. 

Forse Napoli è tracotante, anche.