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Palazzo Carafa di Montorio: dal degrado al riscatto.

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Un simbolo del degrado e del possibile riscatto del patrimonio storico – artistico napoletano è, senza dubbio, Palazzo Carafa Montorio. Il palazzo dei Carafa Conti di Montorio, è generalmente attribuito dagli storici a Giovan Francesco di Palma, genero ed allievo di Giovanni Donadio, architetto ed organaio, detto il Mormando dal paese d’origine Mormanno Calabro in provincia di Cosenza. Giovanni Donadio e Giovan Francesco di Palma, sono gli autori di numerose opere concentrate, in particolare, lungo i decumani ed i cardini del Centro Antico. Ricordiamo, tra le tante attribuite e disperse, Palazzo Marigliano - anche noto per la congiura di Macchia - e il palazzo di Antonio Beccadelli - detto il Panormita - notevole per l’insolito paramento in opus reticulatum un richiamo all’antichità classica in omaggio alla sua formazione di umanista.

Un’opera, quella di Donadio e del suo allievo di Palma significativa anche perché favorisce la definitiva introduzione del sistema degli ordini classici nell’ambiente architettonico napoletano.

L’edificio presenta la testata su largo Nilo formando un angolo retto con il già citato palazzo del Panormita, altra opera del di Palma, e si sviluppa lungo via S. Biagio dei Librai gettando, sul decumano, l’ombra di un cornicione insolitamente sporgente.

La storia cittadina lo ricorda anche perché vi nacque Gian Pietro Carafa che nel 1555 salì al soglio pontificio col nome di Paolo IV. Una storia che, in qualche modo, s’interrompe il 28 marzo del 1943 quando la caduta dei rottami della nave da trasporto “Caterina Costa”, esplosa nel porto di Napoli in circostanze mai del tutto chiarite, causa il crollo della copertura e dei solai interni. La facciata scabra che lasciava intravedere la rovina dell’interno è rimasta per anni un monito inquietante delle distruzioni della guerra fino all’intervento della Soprintendenza ai Beni architettonici di Napoli, che lo ha parzialmente restaurato ricostruendo la copertura e consolidando il cornicione. Intervento provvidenziale che ha scongiurato il pericolo della totale rovina, ma limitato per necessità economiche, al consolidamento statico in attesa di un recupero completo. Un riscatto, quello di Palazzo Carafa di Montorio, che s’impone per varie ragioni.

Insieme ad altri già citati manufatti segna una svolta importante nell’evoluzione del linguaggio architettonico napoletano. Sorge a ridosso di quello che potremmo definire un baricentro “emotivo” dell’antico nucleo urbano: largo Nilo, dove la statua del fiume egiziano collocata da una colonia di alessandrini ha finito coll’essere identificata con la città stessa come “corpo di Napoli”. Nel reticolo di decumani e cardini s’incontrano una stratificazione particolarmente complessa e una presenza di valori storici ed architettonici di straordinaria densità.

Il risorgere di Palazzo Carafa di Montorio dalle sue rovine e la sua destinazione a luogo di ricerca e diffusione di cultura sulla formazione di questa antica parte urbana potrebbe essere, anche sul piano simbolico, la giusta conclusione di un periodo di oblio fin troppo lungo.