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Progetti troppo frammentati al Sud

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Il problema più importante della finanza che si distribuisce nell’Unione Europea è la mancanza di un Budget Europeo che sia capace di raccogliere e distribuire una vera politica di bilancio . Il fatto è che i bilanci sono degli Stati e non abbiamo ancora un budget europeo: per averlo dovremo aspettare che l’Unione diventi una Federazione, almeno, e che quella federazione dovrebbe avere sia un bilancio proprio che un Ministro, di livello superiore ai singoli Stati, per governare la redistribuzione tra i flussi raccolti dai paesi più forti e rimandati nei territori dove la ricchezza e l’occupazione sono deficitari. Ci vorrà ancora un poco di tempo, purtroppo.

Di conseguenza ogni Stato trasferisce a Bruxelles una certa quantità di flussi monetari, raccolti dal proprio fisco, e la Commissione ridistribuisce sui territori più deboli la forza della crescita, che da soli non avrebbero.

E’ naturale, nel caso italiano, che il Ministro della Coesione, De Vincenti, debba spiegare che i fondi della politica di coesione sono risorse italiane che tornano in Italia. Non siamo ancora ai fondi europei, insomma. Come sempre l’Italia, che è un paese di primo piano, inciampa nei modi in cui il circuito dei fondi deve trasferire le risorse del fisco nazionale, reperite a Milano, in Calabria, ad esempio, dove dovrebbero servire risorse per generare la crescita ed alimentare la ricchezza e la produttività territoriale.

Quasi tutti gli Stati si comportano diversamente dall’Italia. Il paradosso emerge perché sono gli Stati che aderiscono al mercato unico, ma non ancora all’area euro, sono quelli che sanno utilizzare al meglio le così dette risorse europee. Insomma se l’Italia manda risorse alla Commissione che dovrebbe poi rimandarle alla Calabria, quasi sempre quelle risorse vanno in Polonia oppure in Ungheria: paesi che in questo modo allargano la propria crescita. Perché siamo in questa strana trappola. Perché siamo furbi e non troppo intelligenti quando parliamo di aumentare la crescita con le risorse della politica di coesione. Queste risorse hanno dei cicli nei quali si deve considerare cosa, e come, si possano realizzare progetti adeguati; progettare gli investimenti per i quali si ritiene, che si possa e si debba realizzare, quelli che sono stati considerati i migliori; costruire e mettere a punto gli investimenti ed infine collaudare se gli investimenti costruiti siano stati anche realizzati adeguatamente.

Il Mezzogiorno dell’Italia si trova, come al solito, con la possibilità di realizzare molti progetti con molti fondi, ma li frammenta in modo molecolare . Il Nord dell’Italia riceve meno risorse, anche perché sono più ricchi, ma nei territori del Nord, che possono accettare progetti di taglia minore, si creano investimenti, con minori risorse economiche e monetarie, ma i progetti di questi investimenti “minori” sono quasi sempre migliori di quelli del Mezzogiorno.

Il ciclo degli investimenti europei è perentorio: oggi siamo nel cerchio 2014/2020, al quale si aggiungono due o tre anni, per attuare e concludere i collaudi degli investimenti. Ciclo dopo ciclo le cose sono andate così. Il Sud dell’Italia non riesce a capire come si devono gestire questi investimenti del sei anni più due.

Nel resto dell’Europa i Governi, le regioni ed i municipi, si preparano prima del ciclo degli investimenti: considerano quello che vorrebbero e lo progettano prima dell’anno in cui si comincia a governare il ciclo . In questo modo, in sei anni, gli Stati europei costruiscono e collaudano quello che hanno fatto. In Italia si comincia a considerare cosa fare nei primi due anni; poi si progetta per altri due anni ma con due anni finali non si riesce a costruire il tutto; e non si possono collaudare le conseguenze dei progetti. Si prende troppo tempo prima di capire cosa si vuole fare e si dice molto poco sul come e perché si sono realizzati progetti adeguati. Con il risultato che la popolazione non riesce a percepire se e come gli investimenti diventano infrastrutture. Mentre si perde, in ogni ciclo, certamente quello che si sarebbe potuto fare e non si è fatto. In parallelo, al contrario, gli Stati del mercato comune aumentano le proprie infrastrutture e la loro ricchezza.