Programmi elettorali per il comune di Napoli? Un triste "gioco dell'oca"

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L'approssimarsi delle elezioni comunali a Napoli avrebbe dovuto porre al centro del dibattito programmi relativi ad un futuro della città tutto da riscrivere dopo la disastrosa stagione "arancione" che l'ha relegata oltre il 20° posto nella graduatoria tra le aree urbane definite "in declino" dall'Unione Europea. Invece, come ormai da tradizione, il mondo politico è risultato piuttosto concentrato sulla definizione del numero delle liste a sostegno dei singoli candidati a Sindaco ed alla spartizione delle quote di rappresentanti delle singole "correnti" all'interno dei partiti, il tutto in una visione localistica finalizzata ad interessi anche di tipo personale o familiare. Eppure siamo probabilmente all'ultima opportunità per costruire un nuovo modello di sviluppo della città di tipo metropolitano, il solo in grado di competere sullo scacchiere della nuova geo-economia globale sulla falsariga di quanto sta avvenendo nelle maggiori conurbazioni europee. A ben vedere, invece, i candidati a Sindaco ripropongono vecchie parole d'ordine e tematiche che sono ormai entrate nel museo delle incompiute napoletane ed appaiono piuttosto alimentare un "gioco dell'oca" che conta almeno 55 anni.

Provo, da testimone privilegiato a ricostruire le tappe fondamentali di questo circolo vizioso che crea solo malinconia in chi ha a cuore il destino di Napoli.

Elezioni del 1966 - Sindaco Giovanni Principe. L'opinione pubblica sorretta da numerose ricerche accademiche dedicò un'attenzione particolare alla zona orientale della città evidenziando l'esigenza di avviare la delocalizzazione dei depositi petroliferi della Q8 in funzione della intensa urbanizzazione dei quartieri che accusavano una densità demografica tra le più alte del mondo.

Elezioni del 1975 -Sindaco Maurizio Valenzi. La campagna elettorale ebbe tra i temi caratterizzanti la problematica dell'Italsider che rappresentava uno dei cardini fondamentali dello sviluppo industriale della città secondo un modello di organizzazione funzionale degli spazi urbani che ormai sembrava in via di superamento nelle maggiori metropoli europee. La cronaca e gli studi di esperti dettero voce a diverse proposte tutte rimaste nelle emeroteche e nelle biblioteche accademiche.

Elezioni del 1990 - Sindaco Polese. Fu il momento di un interessante confronto sul riordino funzionale della città che aveva come epicentro lo sviluppo del Centro Storico, il sito Unesco più esteso d'Europa, ma anche il più complesso nella sua organizzazione territoriale. Si parlò a lungo di un progetto di delocalizzazione dell'artigianato di servizio nella zona orientale per lasciar spazio al settore artistico come attrattore dei flussi turistici anche internazionali.

Elezioni del 1993 - Sindaco Antonio Bassolino. Si avviò nell'opinione pubblica il delicato tema    dell'ampliamento dello spazio urbano sull'onda della L.n.142 del 1990 relativa all'ordinamento delle autonomie locali che prevedeva due livelli di amministrazione locale, la città metropolitana ed i comuni, da definire territorialmente entro un anno. La contrapposizione tra semplice delimitazione amministrativa ed un approccio di tipo funzionale (che guardava all'esperienza statunitense in particolare) produsse numerosi ed interessanti lavori scientifici ai quali concorsero esperti di diverse Facoltà universitarie e di diversa estrazione politica e culturale. Ma il tema perse negli anni successivi la sua incisività per essere relegata nei cenacoli accademici.

Le successive sindacature della Russo Iervolino e di De Magistris hanno in modo più o meno evidente e con diversa intensità riproposte le stesse tematiche dei loro predecessori creando una insopportabile ripetitività. Con l'aggravante per il sindaco "della rivoluzione" che il debito pubblico pari nel 2011 al suo insediamento a 850 milioni ammonta alla fine del suo mandato a ben 2 miliardi e mezzo. Il tutto in controtendenza con quanto è accaduto dalla seconda parte del Novecento (non a caso definito il "secolo breve") ovvero da quando l'innovazione tecnologica e la globalizzazione dei mercati hanno imposto la centralità dei sistemi metropolitani e non delle singole città nella competitività relativa alla fornitura di beni e servizi, ovvero i settori a maggiore valore aggiunto.

A Napoli, ancora una volta i programmi elettorali tendono a privilegiare sezioni dello spazio urbano piuttosto che offrire una visione di tipo policentrica a scala metropolitana ignorando un futuro che per molti versi già caratterizza altre realtà urbane anche italiane, vedi Milano.

Resta l'ottimismo della speranza che però appare sempre più prossima alla rassegnazione.