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Quale futuro per il Mezzogiorno?

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Cosa resta della "questione meridionale" e cosa rappresenta oggi la sua stessa espressione? A ben vedere le risposte sono due. 

La prima sintetizza la malinconia della sconfitta di due o tre generazioni di ricercatori, studiosi e rappresentanti delle attività economiche e della cultura che hanno creduto nella definitiva ricomposizione del dualismo Nord-Sud sull'abbrivio del "boom economico " degli anni Sessanta del secolo scorso e di cui restano piene le biblioteche universitarie a disposizione degli storici. 

La seconda riguarda in particolare la Millennial Generation che, immersa nei linguaggi della " rivoluzione della luce" , interpreta la realtà secondo il paradigma della globalizzazione economica e sociale e ne assume spesso acriticamente i comportamenti consequenziali, in primis la mobilità territoriale e la precarietà lavorativa.

Questi sentimenti trovano il loro freddo riscontro scientifico nell'annuale "Rapporto Formez sul Mezzogiorno" che anno dopo anno offre un impietoso quadro del "catabolismo economico e sociale " delle regioni meridionali, rappresentato dall'irreversibile disarticolazione dei sistemi produttivi e della strisciante disgregazione dello storico capitale umano. Con riferimento al settore economico si pensi alla vasta deindustrializzazione che ha dimezzato in vent'anni il patrimonio delle unità manifatturiere ed il numero di addetti ed alla terziarizzazione che assume sempre più i caratteri della precarietà piuttosto che di un sistema ad alto valore aggiunto come nelle regioni del Centro-Nord. Per quanto attiene al patrimonio demografico i dati sull'emigrazione sono ben noti. La sola Napoli espelle ogni anno circa 5000 laureati che si trasferiscono al Nord o all'estero che si aggiungono agli oltre 10.000 che vanno a completare i loro studi nei luoghi dove l'innovazione crea nuovi posti di lavoro. A questo esercito di giovani si aggiunge un crescente numero di rappresentanti del ceto medio che si spostano, spesso al seguito o a sostegno dei nuovi nuclei familiari creati dai figli, alla ricerca di migliori condizioni di vivibilità sottraendo quote di reddito spendibile all'economia locale e meridionale.

Quale terapia si può ancora opporre a questa impietosa diagnosi economica e sociale? Forse un'ultima opportunità è offerta dalla crescente affermazione di una coscienza ambientalista che dovrebbe concretizzarsi nel " Green New Deal", declinato in due grandi capitoli che riguardano gli spazi urbani e la riconversione del sistema industriale ed economico e che dovrebbe essere abbinato ad una coerente strategia logistica e fiscale finalizzata ad un piano strategico smart, capace di attrarre risorse ed avviare quella re-industrializzazione della manifattura di frontiera eco-sostenibile ad alta intensità di ricerca e di capitale umano. Il tutto in parallelo ad una contestuale rigenerazione urbana come fattore di valorizzazione dell'enorme patrimonio artistico e culturale che nel Mezzogiorno non esprime ancora il suo potenziale in termini di produzione di valore economico.

E' l'attuale classe dirigente in grado di affrontare questo passaggio epocale ed evitare la definitiva marginalizzazione del Mezzogiorno dopo aver svuotato nei comportamenti già da tempo la "questione meridionale"?