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Rigillo: «Il nuovo sindaco protegga la bellezza insultata» Ansanelli: «Trasporti, sport e cultura per far rinascere le periferie»

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Mentre uno, a 82 anni, continua a calcare i palcoscenici cimentandosi con i grandi classici, l'altro si diverte a mettere in caricatura i cliché appiccicati sulla pelle della nazione partenopea. Uno è Mariano Rigillo, attore teatrale e cinematografico di lungo corso che, già direttore della scuola di recitazione del Teatro Stabile di Napoli, si divide tra Seneca e Shakespeare. L'altro è Gianluca Ansanelli, 47 anni, sceneggiatore, regista, autore televisivo e teatrale che, dopo aver diretto "Troppo napoletano" (2016), in questi giorni è nelle sale con "Benvenuti in casa Esposito", un'anti-epica della camorra che prova a smontare l'apparato gomorriano con gli attrezzi del paradosso. Insieme rappresentano bene le due facce della commedia umana. E di quella napoletana. Due facce di una città che ogni giorno si mostra in tragedia e in farsa.

Napoli ha scoperto i turisti, i turisti hanno scoperto Napoli. La sfida, adesso, al netto del virus, è uscire dalla gabbia del folklore per proiettare la città verso uno sviluppo sistemico. Come si fa questo salto di qualità?

Mariano Rigillo: «Io credo che questo rischio effettivamente ci sia, nel parlare con qualcuno che non è napoletano, soprattutto se è un turista, ci casco anch'io. Napoli ha molti ami che adescano il folklore, per questo il rischio è particolarmente alto. A Roma c'è un grande lascito storico che in qualche modo la riscatta già a occhio nudo. Napoli questo non ce l'ha in modo così evidente, e allora serve che ci siano guide turistiche che riconducano il visitatore alla città per come fu, per come è stata e come è, altrimenti si rischia di sentire solo chitarre e mandolini. Bisognerebbe partire dai monumenti per fare un tuffo in una storia che rivela una città sorprendente. Quella di trasformare il turismo in un'occasione di sviluppo è questione seria. Una volta avevamo solo un turismo di passaggio che da Napoli andava alle isole: Capri, Ischia, le Eolie. Adesso per fortuna la gente si ferma o viene proprio per stare in città. Questa è già una conquista, anche perché negli ultimi anni si è parlato di Napoli in maniera più positiva. Adesso però la città manifesta un certo desiderio di cultura, di possibilità creative. Il teatro, grazie ad una certa politica culturale, ha avuto una sua prepotente importanza. Con il grande successo tributato all'Orestea di Luca De Fusco la gente ha voluto far capire agli operatori culturali che il pubblico è all'altezza di certe cose. Questo stimola artisti, registi e direttori a perseverare in un progetto più ambizioso del solito pre-cena. Così come è importante che il San Carlo si sia aperto alla città: i grandi teatri non devono essere musei chiusi e inarrivabili. Anzi, bisognerebbe far conoscere anche il dietro le quinte. Questo avvicina la gente alle proposte culturali, la incuriosisce, riduce le distanze. Sarebbe utilissimo anche con le scuole, la curiosità è una grande molla».

Ansanelli: «Il rilancio di una città parte dal decoro urbano e dagli interventi urbanistici. Il centro storico di Napoli era già bello molti anni fa, quando forse non lo sapevamo e avevamo paura di passeggiare la sera per quei vicoli. Si trattava di riscoprirlo. Quando abiti in un vicolo e viene un turista giapponese che lo fotografa incantato, tu capisci di abitare in un posto bello. Si trattava di togliere la patina di polvere. E la bellezza dà orgoglio, è salvifica, è contagiosa. Le trattorie nei Quartieri sono importanti perché con i b&b, le trattorie e le pizzerie si è passati dall'ispirazione malavitosa a quella imprenditoriale. Il problema è nell'hinterland a ridosso della città, dove hanno costruito dei luoghi brutti, hanno fatto degli scempi. Se abiti in un posto brutto, ti viene voglia di buttare l'immondizia per strada. In quei casi il recupero è difficile. Certi quartieri si dovrebbero abbattere e ricostruire, ma non si può. E allora bisogna creare delle oasi: centri sportivi, auditorium, teatri all'avanguardia. Questo contagia anche i cittadini. Ci vuole tempo, certo, ma bisogna cominciare. Per farlo, bisogna risolvere il problema degli appalti e delle infiltrazioni camorristiche nella politica. Questo è il motivo per cui Bagnoli dopo quarant'anni è ancora ferma. Ci vogliono amministratori coscienziosi e onesti, oltre che capaci, che garantiscano insieme efficacia e trasparenza. Due valori che non devono essere alternativi tra loro. Poi, certo, ci vogliono la scuola, il welfare, la cultura».

Nella Napoli che verrà sarà possibile trovare un punto di equilibrio tra il lavoro, lo sviluppo, il benessere da una parte e l'identità, la storia, la cultura dall'altra? Come si fa a scansare la minaccia della gentrificazione e della «aperitivizzazione»?

Rigillo: «Credo che un equilibrio si possa trovare, purché si parli e si operi seriamente. Questo purtroppo è il tempo in cui si chiacchiera, invece di fare. I giovani sono una grande risorsa: la loro curiosità è una grande forza propulsiva, ma bisogna stimolarla, indirizzarla nella direzione giusta, che è quella della consapevolezza, della cultura, della voglia di crescere. Provo un certo disagio nel sentirmi assolutamente inerme nel dare un contributo per cambiare una situazione che non mi piace. L'aperitivo va bene: Pasolini e Flaiano vivevano le loro giornate nei caffè, era un modo creativo di stare insieme. E la notte scrivevano. Ma oggi basta aprire un bar o un'enoteca per vedere un nugolo di ragazzi col bicchiere in mano. E se non ci vai, sei fuori, sei uno sfigato».

Ansanelli: «Napoli in questo è una città unica al mondo perché ha quartieri popolari urbanisticamente inseriti nel centro storico. Piazza del Plebiscito ha i Quartieri da una parte e il Pallonetto di Santa Lucia dall'altra, mentre il Duomo è circondato dai vicoli di Forcella e dei Decumani. Questo da una parte è stata una grande zavorra per il rilancio della città, ma una volta superata questa difficoltà è emersa un'autenticità che non si trova da altre parti. C'è anarchia, non rispettiamo le regole, ma siamo capaci di vedere le sfumature e la scala dei grigi, non solo il bianco e il nero. A Napoli respiri la cultura cittadina anche nei luoghi del turismo perfino quando vai al ristorante, dove quasi mai trovi la cucina turistica. Non si può dire lo stesso per luoghi come Venezia, dove i veneziani ormai non abitano più in centro. Il fatto che si perda per strada un po' di identità è il rovescio della medaglia della globalizzazione e della crescita, ma poiché partiamo da un'identità e una tipicità fortissime, Napoli non può diventare un luogo anonimo. In questo senso, è rimasta capitale».

Qual è il suo giudizio sulla qualità dei candidati in campo?

Rigillo: «Non li conosco. So che c'è una persona che stimo molto, che è Gaetano Manfredi, con il quale ho fatto delle cose quando era rettore. Spero non rovini la sua vita a fare il sindaco, ma può darsi che sia la persona giusta. Bassolino è una persona stimabilissima, è stato eletto sindaco di Napoli quando ci fu il G7, ha avuto un trampolino eccezionale e l'ha saputo usare bene. Piazza Plebiscito e tante altre cose le dobbiamo a lui. Non so se questo sia ancora il suo tempo, ma può essere. Maresca non lo conosco, ma ho avuto un fratello magistrato e ho grande rispetto per la categoria».

Ansanelli: «Da molti anni la classe politica è deludente. Credo che i veri intellettuali napoletani, che pure ci sono a tutti i livelli, forse disgustati da una politica molto becera che non vola alto da parecchi decenni, si siano arroccati nei loro palazzi e non siano mai scesi in campo. Forse sarebbe auspicabile che, con uno slancio etico, si mettessero finalmente in gioco. Abbiamo molto bisogno di uomini colti e illuminati che sappiano fornire una visione. Gli ultimi sono stati i padri costituenti. Adesso la politica dovrebbe interpellare gli intellettuali e farsi dire cosa si deve fare per risolvere i grandi problemi. A volte le soluzioni sono facili. Il rilancio turistico di Napoli risale agli anni '90, quando fu inaugurato il "Maggio dei monumenti", che valorizzò tesori che fino a quel momento non ci eravamo accorti di avere. Allo stesso modo abbiamo riscoperto piazza del Plebiscito quando l'abbiamo svuotata dalle auto e il Lungomare quando l'abbiamo chiuso al traffico. Cose banali, che però prima nessuno aveva fatto».

Tra i grandi problemi insoluti c'è quello del decoro urbano, dal centro alle periferie: i palazzi fatiscenti, la grave carenza di bagni pubblici, il verde spesso agonizzante. Ha fiducia nel fatto che si possa cambiare passo?

Rigillo: «L'immondizia e il degrado che vedo in città sono vergognosi. Ci vorrebbe un serio invito da parte dei giornali, della televisione, della radio, dei mezzi di comunicazione affinché si lavori tutti nella stessa direzione, a cominciare dai cittadini. Ormai non vedo un muro pulito. Servirebbero campagne di sensibilizzazione che vadano a sollecitare l'amor proprio, dicendo che imbrattare, rovinare, maltrattare il luogo in cui si vive non ha senso. Un nuovo sindaco si deve porre alla città nel modo più elementare e diretto, come il custode di un patrimonio che gli è stato affidato, per capire quali sono i problemi effettivi delle persone e cosa ti chiede la città».

Ansanelli: «Ho fiducia nel fatto che per un'entropia al contrario il mondo migliorerà sempre. A me sembra che i cambiamenti oggi siano più veloci, quindi in generale sono fiducioso. Il problema è quanto tempo ci vuole. Perché prima o poi ci si accorge dei bisogni delle persone, prima o poi avremo anche la nuova Bagnoli. Ma quando?».

Dal decoro urbano e dalla coesione sociale derivano anche i temi della legalità e della sicurezza. Come si fa ad includere nel progetto di una città i disoccupati, le famiglie monoreddito, i lavoratori senza tutele, gli immigrati, i senza fissa dimora? Non crede che sia necessaria una pax sociale per uscire dalla conflittualità e dalla diffidenza che separa la città borghese da quella proletaria?

Rigillo: «Quello dell'inclusione è un problema serio. Non basta accogliere gli immigrati, bisogna creare strutture e percorsi per inserirli nel mercato del lavoro, come accade in tante città del Nord, non prigioni a cielo aperto. Tanti italiani certi lavori non vogliono farli più, e allora va bene aprire le frontiere, pensando di essere democratici, ma dopo non bisogna abbandonarli. Quanto alla divisione tra le classi sociali a Napoli, è un problema storico. Se la borghesia napoletana non è vista come amica è perché quella borghesia non ha mai mostrato niente di amichevole. Bisogna creare le occasioni di incontro e di mescolanza: uno dei compiti principali lo ha proprio la cultura, che può avvicinare le persone, anche le più diverse. Una volta al martedì c'era la cosiddetta "recita popolare", invece ora il teatro si paga molto. E anche per quanto riguarda la criminalità c'è una responsabilità degli intellettuali, che devono riflettere seriamente sulle conseguenze di ciò che fanno. Stimo molto Roberto Saviano, ma certe cose hanno dato la stura a comportamenti negativi. Abbiamo usato certi quartieri per pubblicizzare il nostro lavoro, non certo per riscattarli. Una cosa vergognosa. Non dico certo che con alcune fiction si voglia fare l'apologia della camorra, ma la pignoleria e il gusto del dettaglio nella violenza non fa bene a nessuno. C'è una percentuale, magari minima, che si lascia prendere dalla voglia di emulare certi modelli. Perché, mi domando, provocare gli istinti peggiori? Perché stimolare quella aggressività che purtroppo ritrovo nei ragazzi che vedo per le strade di Napoli? La provocazione a tutti i costi, fine a sé stessa, a mio avviso causa dei danni».

Ansanelli: «Una distanza tra le classi c'è, e non riguarda solo Napoli, il mondo va in questa direzione, ci ho giocato in "Troppo napoletano", in cui un bambino dice che esiste Napoli, dove abitano i posillipini e Napoli-Napoli, dove abitano i napoletani veri. È il prezzo che si paga per il liberismo, che però per me resta la strada migliore. Poi si possono fare delle correzioni, cercando di dare a tutti le stesse possibilità di partenza con borse di studio, welfare. Però è anche vero che esiste un pregiudizio sul popolo napoletano, ed è un pregiudizio che si è formato guardando la parte peggiore. Una cosa che riguarda solo Napoli, che per fortuna sta cambiando. Con "Benvenuti in casa Esposito", tratto da un romanzo di Pino Imperatore, cerco di dare un messaggio di riscatto prendendo in giro la camorra. A differenza di Gomorra, che mostra le gesta camorristiche rischiando di suscitare una pericolosa imitazione, il mio film è una pernacchia alla camorra».

Per avvicinare ciò che il censo divide sarebbe utile un trasporto pubblico degno di una città europea.

Rigillo: «Senza dubbio. La condivisione degli spazi avvicina le persone, altrimenti le classi resteranno sempre separate e andremo avanti per condomini, conventicole e confraternite. Come ho detto, è fondamentale avere l'occasione di mischiarsi a persone con le quali si pensa di non avere nulla da condividere per scoprire invece che magari non è così. Per fortuna è stata realizzata la seconda metropolitana, ma non basta, perché Napoli è molto più vasta di come si possa immaginare. Quando devo andare a trovare un amico a Posillipo, se non prendo l'auto o un taxi non so come muovermi, e questo non va bene».

Ansanelli: «Sicuramente. Quella è un'altra cosa sulla quale siamo lentissimi. Per le cose che altrove si fanno in dieci anni qui ne servono trenta o quaranta. Il problema del trasporto pubblico, però, parte dalla lotta all'evasione. Bisogna trovare il modo di far pagare il biglietto a tutti: con quei soldi, puoi fare le corse in più, comprare nuovi bus. È una cosa banale da fare, bisogna solo volerlo».

Dovendo citare un successo e un fallimento dell'amministrazione uscente, che cosa le viene in mente?

Rigillo: «Di buono c'è senza dubbio la vicinanza di de Magistris alla cultura, al Teatro Stabile di Napoli, che anche grazie al suo impegno è diventato Teatro Nazionale. Poi questo interesse è scemato, forse perché sapeva di non poter essere rieletto sindaco. D'altra parte, sono rimasto molto male per come Nino Daniele è stato escluso dalla giunta. Il sindaco lo ha liquidato in modo troppo sbrigativo, sbarazzandosi di una persona di valore dalla sera alla mattina».

Ansanelli: «Una cosa buona è sicuramente la chiusura del Lungomare. La gente all'inizio si è ribellata, gli stessi ristoratori che oggi si fregano le mani protestavano. Di fallimenti ce ne sono talmente tanti che a dirne solo uno mi sembrerebbe di fare un torto agli altri. Diciamo che le cose da fare sono tante. Per esempio, mentre il centro storico è esploso, nelle periferie è cambiato molto poco».

Quali sono le prime tre cose che chiederebbe al nuovo sindaco?

Rigillo: «Un trasporto pubblico degno di un luogo civile, la difesa della bellezza, la lotta al degrado e gli atti che insultano la città, e l'impegno a far sì che ci siano luoghi dove si realizzino possibilità di aggregazione, di incontro e confronto. Luoghi nei quali possa nascere una nuova coscienza sociale cittadina condivisa tra le varie parti della comunità. Una condivisione della responsabilità di appartenere orgogliosamente ad una città che è stata capitale e che può di nuovo dimostrare di esserlo».

Ansanelli: «Gli chiederei di occuparsi anche delle periferie, di far rinascere tutta la città. Napoli è una metropoli, e bisogna fare qualcosa per portare un po' di bene anche fuori dalle mura cittadine, altrimenti quel conflitto tra chi sta bene e chi sta male si acuisce ancora di più. Poi gli chiederei un impegno sul trasporto pubblico e di promuovere iniziative culturali, creando un circuito di spettacoli e concerti. Abbiamo tante idee, se il nuovo sindaco ci chiama le mettiamo a disposizione».