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Rossi-Doria: «Con il virus, periferie più isolate e più povere. Trasporto pubblico efficiente per avvicinarle al centro»

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Due volte sottosegretario all'Istruzione (governo Monti, 2011, e governo Letta, 2013), una volta assessore alla Scuola (a Roma, giunta Marino, 2015). Ma soprattutto, mille volte maestro. Il cursus honorum di Marco Rossi-Doria si potrebbe sintetizzare così. Del resto, l'identikit del primo maestro di strada d'Italia, tra i fondatori del progetto Chance, la cosiddetta "scuola della seconda opportunità", era già nel titolo del volume edito vent'anni fa da L'Ancora del Mediterraneo. "Di mestiere faccio il maestro": così si presentava Rossi-Doria, raccogliendo le esperienze di una pratica quotidiana coi bambini di tre continenti (Europa, Africa e America). Un'opera declinata sempre con tutti e due gli occhi rivolti a quella platea marginale che in tutte le periferie del mondo, ancora oggi, rischia di scivolare fuori dall'orizzonte del diritto allo studio per finire in un baratro che si chiama miseria. Un precipizio morale e materiale che spesso confina pericolosamente con l'arruolamento criminale.

Professor Rossi-Doria, da una parte c'è il centro storico, fino a due mesi fa preso d'assedio dai turisti; dall'altra, le periferie, che continuano ad appassire. Le due Napoli in cui è divisa Napoli sono destinate a non incontrarsi?

«Questo è un problema storico della città, a partire dal suo sviluppo urbano. Fino agli anni '50, quelle che oggi sono periferie erano paesoni con loro dinamiche interne storicamente fondate. Questo valeva anche per agglomerati importanti come quelli della zona orientale: a Ponticelli, Barra, San Giovanni, c'erano molte masserie. Fu il fascismo ad inglobare nella città quegli abitati, che avevano una loro identità e una vita articolata. In tutta Europa, le periferie erano luoghi distinti da quelli che dirigono le attività complesse e trainanti dell'economia, poi il quadro è cambiato».

Lo sviluppo urbanistico ha fagocitato l'identità di quei piccoli centri?

«L'identità è una cosa strana. Per gli aggregati umani è così importante che uno poi se la inventa. Gli umani cercano sempre un'identità: succede perfino in posti che a me parevano bruttissimi, e non solo a Napoli. Per un bambino che nasce, cresce e vive tra palazzoni orribili, quello è il posto più bello del mondo, perché è il suo posto: lì ci sono i suoi affetti, i suoi amici, la sua vita. Poi, certo, l'identità può avere standard più o meno raffinati, ma non c'è un quartiere senza identità. Non a caso, con il movimento "Adotta un monumento", promosso dalla Fondazione Napoli 99, sono stati adottati monumenti noti, ma anche angoli periferici. E lì vedi l'affezione degli abitanti di corso Secondigliano, di Ponticelli, di Scampia, della zona occidentale per i loro quartieri, capisci che queste periferie conservano un'eco identitaria. Del resto, nel nostro Paese si trova sempre un residuo di antico. Poi, certo, ci sono agglomerati costruiti con l'edilizia pubblica, come a Roma. C'è il caos delle "casette diffuse" che sono state regolarizzate. Insediamenti ex novo affiancati agli agglomerati precedenti o integrati con questi. Ma è un'altra storia».

Se ci ritroviamo ancora a parlare delle periferie come ferite mai sanate, è evidente che qualcosa è andato storto. Che cosa è mancato, che cosa si è sbagliato?

«La questione delle periferie è estremamente complessa, e io non sono un urbanista. Ma una cosa molto importante è sempre la raggiungibilità dei luoghi. L'identità dipende anche da questo. Al di là della retorica delle periferie, una cosa è più o meno periferica non per quanto è vicina o lontana, ma se è più o meno raggiungibile. È la qualità dei trasporti urbani a rendere più o meno isolato un quartiere. Così come è importante potersi spostare all'interno delle periferie. Agli abitanti di quelle zone si promette sempre la metropolitana, ma è importante anche assicurare la connettività interna. Perché se sei a Scampia e non c'è un bus o un tram che fa il giro del quartiere, devi farti a piedi dei chilometri. Posso dirlo per esperienza diretta, avendo utilizzato i mezzi pubblici per andare nelle scuole di periferia in cui insegnavo. Se vuoi andare nelle scuole vicino Barra, a meno che non usi un mezzo privato, puoi andarci con la Circumvesuviana. Ma quando ero giovane, il tram numero 1 passava ogni 3 minuti, oggi un autobus lo puoi aspettare anche due ore. Questo fa la differenza».

Questo allontana ulteriormente le periferie dal centro.

«Sì, ma lo stesso si può dire se andiamo nella Napoli bene, per esempio a via Posillipo. Da ragazzo, il 140 passava ogni 3 minuti, adesso se vuoi andare alla Riviera di Chiaia puoi stare alla fermata 40 minuti. È stata fatta la scelta di privilegiare le metropolitane, ma per realizzarle impieghiamo decenni. Mio figlio, che ha vissuto a Nuova Delhi per 7-8 mesi, mi raccontava che in quel periodo hanno aperto 46 fermate della metropolitana. Intanto, due o tre generazioni sono state legate al mezzo di trasporto individuale. In più, la nostra metro è sicuramente la più bella del mondo, ma non passa mai. E in ogni caso, ripeto: le metropolitane non bastano. Per arrivare alla scuola dove insegna, a Masseria Cardone, mia moglie deve camminare 4 chilometri e mezzo».

Paghiamo il prezzo della burocrazia e dell'inefficienza?

«Non solo. Paghiamo anche una cattiva gestione dei rapporti sindacali. Non sta né in cielo né in terra che in vent'anni non si raggiunga un decoroso accordo sindacale per riunire le tre funicolari che collegano la parte alta e la parte bassa della città dopo le 10 di sera. Se voglio andare a teatro, al ritorno o devo farmela a piedi o devo prendere un taxi».

Il virus rischia di emarginare ancora di più i quartieri che sorgono ai bordi degli insediamenti urbani?

«Il Covid è stato una livella. Si è azzerato tutto, drammaticamente. Stai chiuso in casa, e che tu stia in periferia o al centro cambia poco. Adesso siamo entrati in una fase in cui è impossibile prevedere che cosa succederà. Ad oggi, per parlare del tema che osservo più da vicino, non siamo in grado di sviluppare un modello per le scuole. Se consideriamo quelle dell'infanzia e i nidi, ci sono 2 milioni di bambini fino ai 6 anni che hanno diritto di tornare a stare con i propri coetanei, ma noi non sappiamo come farlo. Per la scuola primaria la situazione è leggermente attenuata perché a un bambino più grande puoi dire di stare a distanza, di mettere la mascherina, di lavarsi bene le mani, eccetera. Ad ogni modo, avremo un problema: queste periferie saranno più isolate. Per ritornare ai livelli di febbraio, ci vorranno due anni e mezzo. Sarà una città impoverita, con conflitti sociali pronti ad esplodere. O lo Stato si muove, o la liquidità sarà fornita da qualcun altro».

Intanto, al netto del virus, nei quartieri popolari la dispersione e l'abbandono scolastico, temi dei quali si occupa da una vita, continuano a mietere vittime. Come sono l'infanzia e l'adolescenza, se abiti ai margini della città?

«Periferie e fallimento formativo hanno conosciuto una lunga, complessa vita in comune che continua nei nostri giorni. È nelle periferie povere che, da sempre, si concentrano assenze, bocciature, abbandoni, mancati diplomi e la diminuzione delle attese che, nella vita di ognuno, questo produce. La nostra situazione per quanto riguarda il tasso di fallimento formativo è migliorata molto lentamente negli ultimi lustri: dal 20,4% del 2006 al 13,8 del 2016. Il miglioramento è avvenuto in modo disomogeneo, con una differenziazione di genere (donne intorno al 12%, uomini oltre il 16%) e forti differenze tra le diverse regioni rispetto al raggiungimento dell'obiettivo, stabilito dall'Ue, di ridurre al 10% entro l'anno 2020 la percentuale dell'abbandono scolastico. Si va dal +14% rispetto al traguardo Ue (24% di abbandoni) di Sicilia e Sardegna al +9% della Campania con punte più alte per la grande area metropolitana di Napoli, al –2% del Veneto (8% di abbandoni). Il carattere strutturale del fallimento formativo acquista ancor più peso perché ci troviamo in situazione di squilibrio demografico: facciamo pochi figli e ancora troppi di questi vivono un fallimento formativo che ne condiziona pesantemente la vita. E poiché a cadere fuori dal sistema d'istruzione e formazione sono quasi sempre i figli di genitori poveri con bassi livelli d'istruzione e che vivono in situazioni multi-fattoriali di esclusione, la nostra scuola mostra di avere indebolito o perso la sua decisiva funzione democratica di ascensore sociale. Tutto questo ha un impatto determinante sulla grande questione della libertà: come sostiene Amartya Sen, più possibilità hai, più scelta hai, maggiore è il tuo grado di libertà. Le possibilità di accesso al sapere e alle informazioni determinano la tua capacità di sviluppare un'idea di te stesso, di curare la tua salute, di procurarti occasioni di sviluppo personale, di vita, di incontro, di lavoro. Più ridotta è questa possibilità, più è corto il tuo orizzonte. Il grande sociologo Appadurai ha definito la capacità di aspirare come la chiave di volta della democrazia politica. Potersi permettere delle aspirazioni significa avere un orizzonte più largo».

Secondo lei, il divario tra chi ha di meno e chi ha di più si è allargato?

«Tutte le disuguaglianze si sono allargate, a Napoli come nel resto d'Italia. La ricchezza è concentrata in meno mani, i ricchi vivono nei posti belli e centrali, mentre per molte persone le libertà effettive di esercitare i propri diritti di cittadinanza genericamente intesi sono ridotte. Non è solo una questione geometrica, le disuguaglianze sono aumentate anche tra Chiaia e i Quartieri spagnoli, dove vivo da sempre, che in linea d'aria distano 700 metri».

Lei ha vissuto a Roma, a Nairobi, a Trento, a Parigi. Ed è napoletano. Chi pensa che le periferie del mondo siano tutte uguali, si avvicina alla verità o sbaglia?

«Sbaglia di grosso. Le periferie non sono affatto tutte uguali e non sono facilmente paragonabili tra loro. Chi le paragona, non tiene presente la magnitudo dei fenomeni. Un povero di Dakka non sarà mai come un povero di Scampia. La povertà è sempre un elemento relativo: un nostro povero si paragona ad alcuni riferimenti sociali che sono diversi in Italia e in Kenya. Vive in ogni caso una fondata condizione di frustrazione e di fragilità, ma non è mai la stessa cosa che essere un bambino alla fame della periferia di Dakka o Nuova Dehli. Basti pensare che l'attesa di vita di quel bambino è pari ad un terzo rispetto a quella di un suo coetaneo di Scampia. Insomma, è proprio un'altra storia».

A proposito di scuola e di disagio economico: il professor Marco Salvatore ha lanciato dalla tribuna di Nagorà una proposta che è stata accolta dalla Direzione scolastica regionale campana: donare computer per le lezioni a distanza ai ragazzi svantaggiati.

«È un'ottima idea. Ma è importante chiamare le scuole per farsi dare indicare dai presidi gli studenti che non hanno un computer, perché ci sono anche delle sorprese positive: alcuni dirigenti in gamba hanno già speso i soldi dati dal governo per comprare supporti informatici. Con un decreto, il ministero dell'Istruzione ha stanziato 85 milioni di euro sui conti bancari di tutte le scuole italiane per la didattica a distanza. E i soldi sono stati distribuiti in base a criteri giusti: ovvero, ne sono arrivati molti di più nelle zone più povere. Con quello stanziamento, i dirigenti scolastici stanno cercando device e connettività, ma nei depositi dei grandi magazzini computer e tablet sono finiti. Serve un'integrazione dove i computer non sono arrivati».

Oggi anche il "digital divide" e il divario sulle conoscenze informatiche segnano il confine tra il "centro" e la "periferia"?

«Certo. La connessione alla rete dovrebbe essere gratuita per tutti i minori di 18 anni: ormai, al di là dell'emergenza sanitaria, è un vero e proprio diritto di cittadinanza. Connettività significa tre cose: una connessione alla rete, un device aggiornato e un tutor alfabetizzatore. L'idea che i nostri bambini e i nostri ragazzi, essendo nativi digitali, sappiano già usare il computer è falsa. Sono bravissimi a giocarci e a svagarsi, ma non sanno connettersi al sapere nella sua forma moderna e complessa. La pandemia ha favorito e accelerato questo processo: gli insegnanti si sono resi conto del fatto che, come nel secolo scorso lo strumento per uscire da una situazione di minorita era il libro, adesso per i figli del popolo c'è un'altra leva di emancipazione: una competenza di navigazione con le nuove tecnologie che non sia banale, che apra la strada ad una fruizione sofisticata, larga, consapevole».