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Scambi/relazioni vs distanziamento/sicurezza sanitaria

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La pandemia continua nel suo inarrestabile cammino, macinando danni e vittime, senza che le linee di difesa, fino ad ora innalzate nei cinque continenti, si dimostrino in grado di arginare la diffusione del virus.

In attesa del vaccino (o di cure atte a contrastare efficacemente l’evolversi della malattia) gli unici rimedi di cui disponiamo restano il distanziamento fisico – ma impropriamente e odiosamente definito “sociale” – l’igiene personale e, soprattutto, l’uso delle mascherine. Purtroppo, a distanza di secoli dalle epidemie di peste e colera, la cassetta degli attrezzi utilizzabile ancora oggi è drammaticamente sguarnita.

Forse anche per mitigare il senso di frustrazione e impotenza, che si accompagna al triste bollettino quotidiano circa la diffusione dei contagi, imperversa il confronto a distanza sul mondo che verrà, la prefigurazione di un pianeta post-covid, sicuro ed “in presenza”.

E, naturalmente, la discussione è incentrata, prima di ogni altro aspetto, sui luoghi dove vivremo, gli spazi destinati ad ospitare una umanità ormai edotta dei rischi, fragilità e criticità che, una volta auspicabilmente sconfitto il virus, comunque la crisi pandemica ci lascerà in eredità in quanto nuova consapevolezza.

Le posizioni emerse fino ad ora, nei tanti webinar ed incontri virtuali ospitati dalla rete, restituiscono una varietà di orientamenti, tra quelli più radicali nell’ispirazione antiurbana e nel richiamo alla dimensione agreste o nella riproposizione di “piccolo è bello” (i piccoli centri, i piccoli borghi, etc.).

Ovvero, più moderatamente, ci si interroga su come riprogettare alcuni dei luoghi, da quelli domestici allo spazio pubblico, dove trascorriamo la nostra esistenza ed esprimiamo un corrispondente livello di socialità.

Sullo sfondo, quasi insolubile, resta l’interrogativo - o se si vuole la sfida - per le prossime generazioni: come sarà possibile contemperare una società fondata sull’intensità degli scambi e delle relazioni, anche fisiche, con un eventuale principio di distanziamento precauzionale e di sicurezza sanitaria?

La smaterializzazione di processi e di prodotti, espressa dalla spinta alla digitalizzazione e dalle conquiste rese possibili dagli avanzamenti in campo scientifico e tecnologico, non sarà tuttavia sufficiente a superare i modelli insediativi, abitativi, lavorativi per come li abbiamo ereditati dal passato, pure in presenza di significative innovazioni. Dunque, spazio a co-working, co-living, co-housing, lavoro a distanza e ad ogni altra sperimentazione che sarà necessario promuovere già a partire dai prossimi mesi.

Forse, paradossalmente, il rischio maggiore, a questo punto, non sarà tanto l’insufficiente strumentazione di cui si dispone per approcciare una sfida così impegnativa quanto la possibile deriva costituita, una volta superata la crisi, dalla rinuncia a misurarsi con i problemi emersi e il rifugiarsi in un più rassicurante “ritorno al passato”