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Scicolone (Oice): «Aumentare manutenzione e prevenzione. Servono più coraggio e meno burocrazia»

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Un Paese vecchio. Non solo per l'età anagrafica dei suoi cittadini, ma anche per quella delle sue infrastrutture, che in molti casi – proprio come gli abitanti - hanno abbondantemente superato il mezzo secolo di vita. Così si presenta l'Italia nell'ottobre del 2018, due mesi dopo il crollo del ponte Morandi, a Genova. Gabriele Scicolone, ingegnere e presidente dell'Oice, l'associazione nazionale delle società di ingegneria, lavora da vent'anni per aziende multinazionali e da quindici nel Gruppo Artelia. Un'esperienza che gli consente di guardare con lucidità al difficile momento italiano.

Ingegner Scicolone, dopo Genova continuano a girare le foto di viadotti e ponti malmessi: rischiamo veramente altre tragedie o si è innescata una psicosi?

«C'è sicuramente una psicosi, ma è vero anche che la nostra rete infrastrutturale è vetusta, figlia della infrastrutturazione del Paese, che risale a sessant'anni fa. E il calcestruzzo non è un materiale eterno, anzi: più di altri ha bisogno di manutenzione e controllo, che non sono propriamente i punti forti del nostro Paese. Eppure siamo formidabili costruttori in tutto il mondo: dall'Africa al Sudamerica, alcuni tra i ponti più famosi hanno una firma italiana. Uno degli ultimi è il terzo ponte sul Bosforo, che tra l'altro insiste in un tessuto urbano paragonabile a quello di Genova. Paradossalmente, però, non c'è una grande attenzione agli aspetti manutentivi e di conservazione di queste che sono vere opere d'arte».

Non vede un'inversione di tendenza o almeno un ravvedimento?

«Dopo la tragedia di Genova il Paese si sta svegliando. Stiamo finalmente maturando la consapevolezza del fatto che c'è bisogno di programmi di manutenzione stringenti, seri, reali. Un compito che tocca al ministero. Nonostante questo, su Genova si è fatto poco o niente: a due mesi dalla tragedia è stato individuato solo il commissario. Attenzione, dunque, a dire che il ponte sarà ricostruito in dodici mesi quando ne abbiamo impiegati due per incaricare il sindaco del ruolo di commissario. Quella nomina si sarebbe potuta fare il giorno dopo».

Si è fatto un'idea sulle responsabilità del crollo del ponte Morandi?

«Non è una cosa che mi compete, tra l'altro il dibattito sulle responsabilità è stato il motivo per cui si è perso tempo, quando bisognava concentrarsi subito sulla ripartenza. Ad ogni modo, ritengo che ci sia una corresponsabilità tra le parti in causa: concessionario e concedente. Uno aveva il dovere di fare, ma l'altro aveva il dovere di vigilare».

La manutenzione in Italia si fa poco o si fa male? O si fa poco e male?

«Secondo me si fa malino. Ci sono, rispetto alle visite ispettive, sistemi più moderni per monitorare le strutture in calcestruzzo. Certo, non si dovrebbe arrivare alle tragedie, ma sarebbe auspicabile che da un evento come quello di Genova si traesse un insegnamento. Le ispezioni oggi sono fatte con metodi non più adeguati all'età delle strutture. Bisogna andare più in profondità, aumentando il livello di controllo facendosi aiutare dalle tecnologie. E poi non si deve aver timore di abbattere e ricostruire. Una pratica che non fa parte della nostra cultura, poiché siamo dei grandi conservatori, ma che negli Stati Uniti invece è molto diffusa. Un motivo c'è: il calcestruzzo ha la sua debolezza nella sua forza, ovvero nell'anima in ferro che è all'interno delle strutture, e dunque non si può vedere. Per questo, almeno in alcuni casi, demolire e ricostruire potrebbe essere la soluzione migliore».

Se tutto questo non si fa è perché mancano i soldi?

«Dagli accantonamenti mi sembra che i soldi per gli interventi ci siano. Non è sempre quello il problema. In Italia, piuttosto, c'è una difficoltà a mettere in campo la spesa pubblica per quanto riguarda gli appalti in materia di costruzioni e di manutenzioni».

Quanto incide la corruzione?

«Incide molto. Tra l'altro, il tema della corruzione rende farraginosa la messa a terra dell'investimento. Si tratta di un fardello pesante, che per tanti anni ha vessato il settore. Così la burocrazia, che si pone giustamente come mezzo di protezione dalle pratiche illegali, spesso finisce per complicare e rallentare i processi con un'esasperazione degli aspetti autorizzativi. Ecco perché, come dice anche l'Ance, a fronte di tanti stanziamenti pubblici non si riescono a mettere in opera i cantieri».

A proposito di burocrazia: a Napoli si discute sulle griglie per la camera di ventilazione del metrò in piazza del Plebiscito. Pensa che sia giusto metterle lì?

«Non conosco il progetto, ma so bene che quella è una delle grandi piazze d'Italia. Un luogo iconico, che rappresenta una città. Un aspetto che andrebbe tenuto sempre in debito conto. Se ci sono soluzioni tecnicamente compatibili, è sempre bene tenere integre le piazze. In tutto ciò, mi verrebbe da dire però che in piazza del Duomo, a Milano, ci sono le uscite della metropolitana. Dunque, si può trovare un assetto che non sacrifichi l'impatto visivo. Senza entrare nel merito, mi augurerei in ogni caso che prevalesse il buonsenso. Più che da ingegnere, da italiano».