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Competitività dei territori

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Rilanciare la competitività dei territori significa oggi, prima di tutto, ripensare le città, utilizzando in modo sostenibile e razionale la “risorsa suolo”. Un suolo che come sappiamo, per decenni, è stato usato fin troppo intensamente, in balia di politiche urbanistiche dettate dall’emergenza abitativa.

Ora lo scenario è radicalmente cambiato. La domanda di residenza non solo si è ridimensionata, ma, soprattutto, si è orientata verso la qualità. E, di conseguenza, è aumentata la domanda di servizi moderni, efficienti, integrati.

Bisogna, dunque, avere il coraggio di imboccare, con decisione, la strada della rigenerazione urbana. Questo significa ricompattare le città, attraverso interventi sull’esistente e quindi significa avere una visione chiara di cosa dovranno diventare i nostri centri urbani nel prossimo futuro: luoghi attrattivi, capaci di garantire un’elevata qualità della vita, e di rispondere alle esigenze dei cittadini in termini ambientali, sociali e culturali.

E’ necessario tornare a ragionare, dunque, di città costruita, consolidata, che offre servizi, spazio pubblico, accessibilità a una popolazione che, come ci fa sapere l’Istat nelle ultime previsioni sui residenti in Italia, è destinata a diminuire progressivamente e a concentrarsi nelle aree urbane più sviluppate e attrattive.

Puntiamo, allora, sulle strategie e le azioni e che possono consentirci di avviare finalmente questo percorso di rinnovamento anche nel nostro Paese. Fino a oggi il dibattito si è incentrato quasi esclusivamente sull’eccesso di produzione edilizia, senza che si sia delineato nessun nuovo strumento in grado di avviare un vero grande piano di recupero e rigenerazione urbana. E tutto ciò in uno scenario in cui il degrado e la vetustà del patrimonio ci impongono, invece, di agire il prima possibile. I dati parlano chiaro.

Oltre il 53% delle abitazioni presenti in Italia, il che equivale a circa 16,5 milioni di unità, ha più di 40 anni, e le sue caratteristiche strutturali e energetiche sono ormai del tutto obsolete. Sono 11 milioni gli edifici, residenziali e non, che sorgono, poi, in aree ad alto rischio sismico e 19 milioni le famiglie che abitano in queste zone. Si tratta, quindi, di non perdere di vista le vere priorità, rendendo più semplici e convenienti, per i cittadini e per le imprese, gli interventi di rigenerazione, messa in sicurezza e efficientamento del patrimonio.

Gli ostacoli da rimuovere sono ancora numerosi, ma non si tratta di un’impresa impossibile. Occorre creare, innanzitutto, un quadro di riferimento chiaro a livello statale e regionale che parta da un principio basilare: la rigenerazione urbana, anche se attuata da soggetti privati, ha una finalità di tipo generale e di perseguimento di obiettivi di pubblica utilità, come la sicurezza, l’incolumità dei cittadini, la sostenibilità ambientale. Un passaggio fondamentale, questo, per conferire al Comune e al soggetto promotore dell’intervento di rigenerazione particolari poteri d’azione, consentendogli di intervenire in maniera più efficace e veloce. Starà poi allo stesso Comune individuare gli spazi nei quali realizzare i progetti che dovranno essere orientati a conseguire maggiore efficienza energetica, qualità e sostenibilità ambientale.

Si tratta di un piano d’azione, che prevede anche la valorizzazione della leva fiscale per garantire la sostenibilità economica dell’intervento, che l’Ance ha messo a punto e consegnato ai responsabili di Governo e che ci auguriamo possa tradursi, il più velocemente possibile, in azioni concrete.