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Smontarle è solo l’inizio

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Per molti anni le periferie hanno celebrato il tema della grande dimensione. Era l’età della standardizzazione dei processi produttivi e della prefabbricazione. Erano i tempi delle megastrutture sorte, in misura molto modesta, con l’Ina Casa e diffuse largamente dai Piani di Zona. Il modello della concentrazione e dell’uniformità come sinonimo di uguaglianza ha prevalso, in quella stagione, sugli esempi, più modesti nell’ ambizione ma più effficaci nel funzionamento, dell’empirismo socialdemocratico nordeuropeo.

Pensiamo, tra gli altri, ai grandi complessi di Forte di Quezzi a Genova, del Gallaratese a Milano, di Scampia a Napoli, di Rozzol Melara a Trieste a cui non era estranea l’intenzione, non priva di retorica politica, di esprimere, nella grande dimensione, un’epica della casa popolare. Epica puntualmente demistificata dai soprannomi che i residenti, con amara ironia, attribuivano ai colossali fabbricati: il “Biscione”, la “Nave”, il “Quadrilatero”, le “Vele”, le “Lavatrici”. Architetture che, nonostante tutto, esprimevano impegno e ricerca, dettando, a volte, veri e propri paradigmi formali che condizionavano intere generazioni di progettisti. È il caso del lungo edificio di Aldo Rossi al quartiere Gallaratese che, ispirato all’archetipo dello stoà e alle piazze d’Italia di De Chirico, ha lasciato l’impronta della sua immagine essenziale in campus scolastici, edifici pubblici, residenze.

Tutto, dal linguaggio seriale degli edifici alle tecniche costruttive, concorreva alla creazione di un ambiente spersonalizzato. Luoghi abitati da masse e non da individui in un mondo che cominciava a vedere nell’anonimato il peccato più grave. È probabile, che, per questo motivo, l’antidoto più praticato sia quello di smontare i grandi complessi per ricondurli ad una configurazione che riconosca la dimensione individuale. Gli interventi sull’esistente tendono a scompaginare l’uniformità e a ridimensionare la scala, introducendo variazioni all’interno di temi seriali.

Emblematica, in questo senso, l’opera del belga Lucien Kroll che rianima i lividi caseggiati popolari delle periferie francesi con vivaci elementi del linguaggio vernacolare: scale, verande, terrazze, tetti a falde.

Una strategia meno pittoresca, ma altrettanto efficace, è quella che il tedesco Stefan Forster ha applicato in numerosi interventi di riqualificazione dell’esistente. A Leinfelde, nella ex- Germania Est, ha letteralmente smontato un vecchio prefabbricato sovietico di cinque piani per trasformarlo in un insieme di unità indipendenti.

Metodi d’intervento sull’esistente che vanno affiancati da un piano che abbia maggiori ambizioni di trasformazione di territori che hanno le loro specificità nei terrains vagues, nei grandi spazi, nelle aree verdi sconosciute ai centri urbani.

La periferia potrebbe essere il terreno ideale per la sperimentazione di nuovi modelli insediativi, come, ci sembra, abbia suggerito Guendalina Salimei nel suo editoriale. Residenze verdi e a basso costo che nei territori della periferia potrebbero dispiegare pienamente le loro potenzialità. Non scatole per esseri umani, ma alloggi cordiali e confortevoli anche nelle qualità spaziali. È necessario, inoltre, rispondere all’esigenza di sicurezza che l’isolamento degli edifici opposto al continuum costruito del centro urbano porta con sé.

Nelle periferie, il miraggio del centro appare tuttora irresistibile, come ricordava Pasquale Belfiore. È fuori tempo, quindi, il sociologismo ingenuo che ha visto nella piazzetta, nella panchina, nel polifunzionale, compensazioni e modelli di aggregazione indotta respinti dal contesto. Occorrono idee nuove ed ambiziose per un ambiente che non dovrà essere il surrogato del centro urbano ma l’espressione di qualità e potenzialità proprie che vanno valorizzate.