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Spazi con-divisi

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Le diverse letture e interpretazioni dei caratteri spaziali, sociali e politici della città contemporanea, degli  usi e delle dinamiche che la attraversano consolidando tendenze già presenti da alcuni decenni, hanno posto in evidenza un diritto alla città, che si manifesta su due questioni prevalenti: gli spazi e gli edifici occupati e autogestiti, e gli usi sociali, prevalentemente notturni, degli spazi pubblici.

È negli Anni settanta, gli anni della cultura cosiddetta antagonista, che si sviluppa il fenomeno dei centri sociali. Spazi urbani, generalmente fabbriche e aree industriali dismesse o edifici pubblici abbandonati, che vengono occupati da gruppi di giovani per attività politiche, sociali e culturali e che diventano  organizzazioni collettive autonome e autogestite.

Dal più noto Leoncavallo di Milano, al Forte Prenestino a Roma, fino all’Officina 99 o al DAMM di Napoli, tutti stabiliscono una forte relazione con il territorio e l’ambiente urbano circostante, come ad esempio il

DAMM a Napoli, un edificio pubblico abbandonato che è stato occupato ed è diventato per il quartiere di Montesanto un punto importante di riferimento, avviando il recupero di un parco pubblico di e della scala mobile di collegamento.

Per quanto ancora presente e radicata la presenza dei centri sociali, oggi la pratica dell’occupazione è forse meno diffusa ma ha probabilmente contribuito a consolidare nei cittadini una diversa consapevolezza del concetto di bene comune come valore universale da tutelare, anche attraverso una nuova declinazione contemporanea del diritto alla città che ridiventa spazio sociale, politico e culturale dell’azione collettiva, come le grandi proteste popolari di qualche anno fa, Zuccotti Park a New York o piazza di Puerta del Sol a Madrid.

In questi ultimi anni, in particolare a Napoli, si registra una sorta di legittimazione dell’occupazione, affidando direttamente alcuni beni pubblici inutilizzati a cittadini e associazioni. Un’occupazione istituzionalizzata, che probabilmente andrebbe diversamente pianificata, ma che può consentire una partecipazione attiva dei cittadini al diritto alla città. Ma si è sviluppato in questi anni in Europa anche un particolare diritto alla casa, talvolta confliggente con il diritto alla proprietà. È lo squat, l’occupazione di case con finalità più dichiaratamente politiche che si attua nei confronti di proprietà private, anche queste abbandonate. Un fenomeno che è stato notevolmente diffuso nella Germania della riunificazione.

L’uso notturno e intensivo degli spazi urbani ha invece una storia diversa, per certi versi antitetica, che probabilmente bisogna far risalire in Italia alle ‘Estati Romane’ di Renato Nicolini. Con quell’esperienza si cominciò a comprendere che era possibile stare insieme in città anche di notte. Era la fine gli anni Settanta, gli anni dell’austerità economica e del terrorismo, e le persone non erano così abituate ad uscire di casa di sera perché era pericoloso. Con le Estati di Nicolini, eventi collettivi esclusivamente culturali, queste abitudini cominciarono a modificarsi. Faceva una certa impressione vedere luoghi del centro storico riempirsi di gente. Si rimaneva colpiti non tanto dagli spettacoli proposti, ma dalla gente, dalla città che si risvegliava e creava l’evento. Così Nicolini in un intervista di qualche anno fa. Poi, con l’ingresso dell’industria culturale e del mercato le cose sono cambiate.

Sono arrivate le Notti Bianche, l’evento notturno per eccellenza dove la città rimane davvero aperta tutta  la notte, quasi come una prova di forza. Grandi masse di persone in movimento con importanti ricadute di tipo economico, ma senza nessun progetto culturale. Ma oggi il fenomeno più avvertito e consolidato delle notti urbane, talvolta anche per la problematicità che si determina sui residenti, è quello della movida notturna, con i suoi centri, i raggi d’influenza e le traiettorie che disegnano nuove geografie, strutturate su logiche prevalentemente sociali e commerciali. È un nomadismo notturno da cui emergono percorsi e mappe mentali per una inedita cartografia metropolitana. La città riorganizza i suoi schemi temporali ma, soprattutto ridefinisce la relazione tra notte e giorno. Non è importante la meta, ma il movimento. Le traiettorie non cercano l’esperienza, ma lo sono, afferma Alessandro Baricco.

Il diritto alla città attraverso la riappropriazione degli spazi urbani e le traiettorie inedite della dimensione metropolitana: è ormai il tempo che l’urbanistica e l’architettura riflettano su nuovi strumenti di lettura e di interpretazione dei fatti urbani, per orientare adeguatamente le politiche di trasformazione dei luoghi e riconoscere la complessità della città contemporanea, prima che sia troppo tardi. È necessario un approccio laico e disincantato che prenda atto dei cambiamenti, provando a governarli.

Carlo De Luca
Presidente InArch Campania