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"Stare nella distanza". Sguardi sul post covid

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Il titolo è lo stesso di quello di un corposo ciclo di seminari da me curati nell’ambito di una iniziativa promossa dal Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II insieme al Circolo G. Sadoul di Ischia e all'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.

Le nostre vite, abitudini, attrezzature mentali sono state e sono scosse in profondità dalla drammatica pandemia del Covid-19. Mentre gli avvenimenti si rincorrono e l’incertezza pervade la nostra condizione quotidiana, abbiamo voluto offrire a studenti, docenti e ricercatori riflessioni, sguardi e interrogazioni sul futuro a partire da questo difficile presente. Ventisette relatori di varie parti di Europa, dalla metà di aprile ai primi di giugno, ci hanno offerto le loro riflessioni sulle questioni introdotte dal titolo del ciclo.

Dopo sarà come prima? Nulla sarà come prima! è stato invece affermato da più parti. In che senso? E quali cambiamenti possiamo aspettarci da questa drammatica esperienza? Cosa possiamo imparare? Cosa possiamo costruire per un diverso rapporto con il mondo? O dobbiamo attenderci il semplice ritorno alla cosiddetta normalità? Sono solo alcuni degli interrogativi in gioco.

Abbiamo provato a lanciare sonde nel futuro alla luce di differenti forme di pensiero – Filosofia, Economia, Sociologia, Politica, Architettura, ecc. e delle loro possibili intersezioni – come compito responsabile quanto ineludibile in cui impegnarci in medias res. Gli incontri, che hanno registrato una larghissima partecipazione di pubblico (oltre 1000 persone per ciascun seminario), hanno consentito una discussione a tutto campo. Gli atti sono in via di preparazione e saranno riassunti in un docufilm che vedrà la luce in autunno.

Alcune riflessioni possono riassumere in estrema sintesi le questioni emerse.

 “No volveremos a la normalidad porque la normalidad era il problema“ era lo slogan che circolava in Cile durante la rivolta dell’autunno scorso. Esso è tornato a marzo, in piena pandemia, proiettato sui grattacieli di Santiago dal Colectivo Delight Lab. Quel rifiuto dell’ordine “normale” delle cose – quello che consente lo sfruttamento avido della natura, della società e della dignità delle persone – ha raggiunto ogni angolo del mondo. È quella “normalità” la vera responsabile di questa e delle pandemie che verranno, delle catastrofi connesse ai cambiamenti climatici e di tantissime devastazioni sociali e ambientali che minacciano drammaticamente la vita sul pianeta.

Maria Galindo, femminista boliviana delle Mujeres Creando, ha recentemente pubblicato uno scritto del quale mi piace citare alcuni passi di straordinaria efficacia. «La normalità siamo noi donne che cuciniamo, laviamo, mettiamo in ordine, puliamo, stiriamo e cresciamo i figli gratis, l’anormalità è che ci paghino per farlo, l’anormalità è che smettiamo di farlo. L’anormalità è che i nostri lavori di cura diventino lavoro. (…) Oggi la società intera è lì, nella notte delle domande, nella notte senza risposte; possiamo accettare quella che chiamano nuova normalità – che non è altro che la vecchia sottomissione – o abitare l’anormalità, il che consiste nell’esser fedeli ai nostri più profondi desideri. (…) La nuova normalità sono quelli di sempre che comandano e continuano a distruggere il mondo, l’anormalità siamo noi che non ci lasciamo chiudere nell’ovile, che non ci lasciamo ingannare e che non torniamo alla normalità. (…) La normalità è imparare a competere, l’anormalità è imparare a collaborare e a completarci».