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Una città pigra, altro che ribelle

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Una città che non discute del proprio destino, che non riesce ad organizzare un dibattito pubblico cumulativo e produttivo, abbandona lo storico dinamismo che le è proprio, finisce per diventare pigra, altro che ribelle. È quello che rischia Napoli. Eppure la città, la sua area metropolitana, la Campania si trovano davanti a una molteplicità di occasioni nevralgiche, decisive per il destino del loro territorio. Le conosciamo tutti, diventa perfino imbarazzante tornare a ricordarle.

A livello regionale, il piano paesistico: Regione Campania e Mibact hanno firmato nel luglio 2016 un accordo per la sua redazione. Da allora non se ne sa quasi nulla, oltre vaghe dichiarazioni sull’intenzione di approntare una strumentazione “moderna”, articolata territorialmente in 5 zone, da portare avanti anche senza aspettare la conclusione di tutta la complessiva redazione del piano. Si è dichiarato che la regione sarebbe oppressa da un “ambientalismo” sterile e, contemporaneamente, con il terremoto di Ischia, non si può non riconoscere che è abitata da un abusivismo niente male. Problema delicatissimo. Sarebbe una mossa intelligente dibattere pubblicamente la strategia che sostiene il piano.

Della Città metropolitana si è abbondantemente stigmatizzata la sua inerzia, soprattutto in riferimento al ritardo nell’avvio delle zone omogenee e del piano strategico. Il responsabile istituzionale del piano strategico ha presentato pubblicamente la bozza della delibera di attivazione. Ma poi non se ne è saputo più nulla. Appare chiaro che né il Comune di Napoli, né la Regione Campania vedono la cosa con interesse. Entrambe le istituzioni ne patiscono addirittura l’esistenza, per evidenti motivi di potere: Comune capoluogo vs zone omogenee, Regione vs Città metropolitana. Eppure è evidente che nell’area metropolitana sono concentrati i punti di forza e di debolezza di tutta la regione. Sostenere e sviluppare i primi, rimuovere o almeno ridurre i secondi è questione vitale per tutto il Mezzogiorno e l’Italia intera. I piani strategici adeguatamente partecipati servono a questo.

Bagnoli. Il sindaco ha affermato che l’intesa raggiunta rappresenta soltanto la “cornice” di una strategia, ma che il quadro può essere precisato con il contributo di tutti. Tra le considerazioni avanzate dai media sembra di grande rilevanza l’opportunità di porre attenzione alle ricadute occupazionali, questione che è rimasta del tutto ai margini del dibattito pubblico. E sembra impossibile per un’area che per tutto il Novecento è stata da questo punto di vista uno dei punti di forza della città e della sua area metropolitana. Nella logica che aveva mosso Invitalia era presente un’interessante propensione a superare la dimensione meramente prescrittiva del piano per una strategia di promozione e sostegno degli investimenti. Questione vitale che andrebbe discussa e sorretta.

Napoli è una città non secondariamente interessata dai flussi migratori. Potrebbe utilmente discutere l’avvio di sperimentazioni per un’ospitalità generosa e lungimirante. Capace d’intervenire sui processi di radicalizzazione drammaticamente esplosi in Europa nelle situazioni di più antico insediamento. Potrebbe essere avviata una esperienza di coinvolgimento in iniziative di rigenerazione urbana capace di stimolare forme di integrazione “de-radicalizzanti”?

Ovviamente le tecniche per organizzare un dibattito produttivo sulle strategie, piani, progetti urbanistici sono state ampiamente sperimentate in molte città .