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Unità concettuale fra città storica e città contemporanea

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Si, è vero, ci sono parti della città che hanno una loro specificità perché antiche, perché storiche, perché il tempo -il susseguirsi di avvenimenti, modificazioni, adattamenti, sostituzioni- le ha rese stupendamente imperfette e stratificate. E ci sono parti più fredde, che a volte hanno senso ed a volte invece sono accumuli -simultanei o diacronici- di autonomie o assenza di pensiero. Poi vi sono edificazioni -rarefatte o dense- incapaci di costituire città. Esprimono dispersione, non aggregazione; atomizzazioni non relazioni; individualità non superindividualità.

Questo c’è anche all’interno degli anacronistici confini amministrativi del Comune di Napoli e -in termini relativamente analoghi- all’interno degli arbitrari confini amministrativi della Città Metropolitana. A questo insieme -dalla diversa densità materica e spaziale- corrisponde una diversa densità di memorie, di storie, a volte di leggende.

Qui la densità abitativa è eccezionale, almeno a livello europeo. Nel territorio comunale vive lo stesso numero di abitanti che negli anni ’30 del secolo scorso, benché dopo di allora molto ingombrato da impropri edifici. Nella Città Metropolitana la superficie urbanizzata pro capite ha assunto addirittura un diverso ordine di grandezza.

Chi abita questo territorio di eccezionale bellezza -in ampie parti “patrimonio dell’umanità” grazie a quanto prodotto da chi lo ha abitato- ha “diritto alla città” (acuta espressione di Henry Lefebvre). Con quanto questo oggi -cioè diversamente dal passato- significhi in termini di identità, intensità di vita sociale, servizi, comunicazioni, sicurezza, economia, qualità della vita.

Le norme che attualmente regolano il centro storico derivano da ingenui conservatorismi; credono di proteggere, ma mummificano. Depauperano perché il tempo corrode e soprattutto perché impediscono rinnovamenti virtuosi. Si fondano sulla non fiducia; sull’incapacità di controllare e gestire l’indispensabile proseguire e susseguirsi di stratificazioni. È grave che tradiscano l’insegnamento più vero della tradizione.

Agire nel centro storico richiede cultura, al tempo stesso continuità e sapiente lentezza nei processi di trasformazione. In concreto vanno incentivati usi per attività collettive, per le Università anche per quanto riguarda aspetti museali, residenziali, di servizio e ricreativi, cioè spazi dove comunità diverse s’incontrano, interagiscono e convivono in forma integrata. Immagino una densa rete di luoghi di condensazione sociale -aperti, ma non solo- esistenti o da rintracciare con cura nel tessuto storico: attraverso visione strategica, partecipazione, coordinamento, attenti “bau-master” di zona.

Rendere sereni e densi questi ambienti di vita potrebbe contribuire a positivi modelli teorici; potrebbe portare a espressioni contemporanee nei contesti antichi ed anche a rigenerare i contesti di più recente formazione assumendo principi di coesione/relazione con radici nel passato.