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Urbanistica: continuità o rinnovamento

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Il piano urbanistico è lo strumento che, attraverso norme e previsioni, traduce in interventi di tutela, di conservazione e di trasformazione l’idea di città espressa dalla politica.

Questo è successo a Napoli dove, dal 1994 in poi, ruoli tecnici e politici si sono frequentemente sovrapposti. E dove le amministrazioni comunali che si sono succedute, compresa quella ancora in carica, hanno rivendicato come unico elemento di continuità la conservazione di uno strumento urbanistico divenuto, nel frattempo, una sorta di idolo inappellabile.

Il piano urbanistico vigente a Napoli ha trovato il suo assetto definitivo nel 2004, con l’approvazione della Variante Generale che, dopo il definitivo giudizio del Consiglio di Stato, sarà sostituita dal Puc (Piano Urbanistico Comunale) di cui è stato approvato il preliminare.

La Variante - che d’ora in poi chiameremo Piano - prevede, in estrema sintesi, nel centro storico la pressocché totale conservazione del tessuto esistente realizzato fino al 1943 ed una quota di trasformazione nelle aree dismesse della città: Bagnoli e zona orientale.

Un Piano fatalmente superato dagli eventi, che non riesce a comunicare un’idea di città seducente e che, nel confronto con la realtà, ha rivelato tutti i limiti operativi di un farraginoso apparato normativo.

Limiti che sono emersi ripetutamente senza che questo riuscisse ad aprire un confronto sereno tra le associazioni professionali, l’Università e la macchina comunale che, a vario titolo, ha elaborato tutta la politica urbanistica da circa trent’anni a questa parte.

Ricordiamo l’ostinata difesa del fronte occidentale di Bagnoli contro ogni ragionevole e motivata variante al Pua proposta da tecnici, associazioni, mondo delle professioni.

Una sorta di assedio di Stalingrado la cui resistenza vacillò solo di fronte alla possibilità dell’assegnazione delle gare preliminari dell’America’s Cup che Valencia si aggiudicò il 26 novembre del 2003.

Aggiudicazione a cui non fu estraneo l’impietoso confronto tra le infrastrutture e i festosi viali alberati della città spagnola e la visione della waste land di Bagnoli la cui prospettiva si chiudeva sulla tossica e, per certi versi, “enigmatica” colmata.

Fu un bene per Napoli che, dall’affermazione di un evento effimero, avrebbe ricevuto una natura dei luoghi irrimediabilmente alterata dallo smisurato porto del progetto promosso da Bertarelli. Porto che, finalmente, ha trovato la sua collocazione più idonea a Nisida al riparo delle traversie dominanti.

Passiamo all’altro fronte, quello orientale, l’altra grande area dismessa. La palude dove da secoli si arenano tutte le attività ritenute progressivamente incompatibili con il centro della città: dai miasmi delle antiche concerie alle esalazioni dei depositi di idrocarburi.

Un’area, quella orientale, destinata alla trasformazione ma che costituisce per l’architettura contemporanea esiliata dal centro storico “un territorio ad ospitalità limitata”.

Ospitalità limitata, se persino nel terrain vague di via Brecce a S.Erasmo, tra bidonvilles abbandonate e “qualche acido, ardente immondezzaio” pasolinano, anonimi fabbricati in cemento armato e clinker in abbandono sono protetti da uno status “tipologico testimoniale” degno di miglior causa e che ostacola il ridisegno delle aree disponibili.

In merito all’ area orientale, riportiamo alcuni rilievi critici degli estensori del Documento d’Indirizzi del preliminare del Puc assolutamente condivisibili: «[…]la prima è inerente alla regola della ristrutturazione urbanistica in sottozona Bb con lotto minimo di 5000mq, indipendentemente da dove essa viene applicata. Gli esiti di tale possibilità offerta ai privati proponenti sono modesti, avvicinandosi più volte a progetti edilizi che a interventi urbanistici […]».

L’osservazione evoca i Piani attuativi in corso di esecuzione prevalentemente nelle residue aree libere lungo il perimetro comunale.

In particolare a ridosso di Ponticelli dove il margine della città si sfalda e si spalanca il continuum urbanizzato di un territorio metropolitano che per densità, degrado ambientale e sociale costituisce la questione urbanistica più urgente a livello nazionale.

Non si fa, citiamo ancora, «[…] argine contro il consumo indiscriminato di suolo […]» ma,si occupano “tra le baracche e i magazzini misti agli ultimi prati” per dirla ancora con Pasolini, anche quegli “orti irrigui” vanto di una Campania Felix consegnata ormai definitivamente al mito.

Iniziative assolutamente legittime spesso promosse da consorzi di piccoli proprietari dei comuni contermini che hanno colto le opportunità offerte dal Piano. E che rivelano, tuttavia, la debolezza dello strumento urbanistico: superato nel promuovere il riassetto del territorio oltre il confine comunale e disarmato di fronte alle pressioni provenienti dall’esterno.

Andiamo ora al centro della città, nel centro storico, dove una complessa normativa tipologica definisce, alla scala dell’edificio, quasi all’insegna del “caso per caso”, le trasformazioni ammissibili.

La politica urbanistica locale esprime, da molti anni, la convinzione che la “tutela dell’identità culturale”, coincida con la conservazione indiscriminata della città storica persino in quegli ambiti urbani come, ad esempio, il Lavinaio, il Mercato, i Borghi dove fatiscenza, degrado, abbandono e scorie della modernità hanno irrimediabilmente cancellato caratteri ormai irrecuperabili.

Territori che, non troppo tempo fa, hanno espresso il loro disagio sociale in episodi di guerriglia urbana.

Per questi ambiti la normativa della Piano si limita a proporre trasformazioni puntuali di edifici, ricostruzioni di ruderi che devono superare la duplice ostilità del contesto e della normativa, ma non la sostituzione di parti urbane secondo un disegno unitario e coerente.

Il tentativo di recupero più ampio e radicale di parti della città consolidata affidato a piani attuativi

inseriti negli Ambiti di Trasformazione registra inerzie e ritardi.

È ampiamente condivisibile l’allarme lanciato nel Documento d’Indirizzi del Puc sullo stato di avanzamento della pianificazione attuativa negli Ambiti di Trasformazione che «[…] tranne casi piuttosto rari ad iniziativa pubblica, […] tarda a partire pure essendo sempre più urgente […]». Ritardo dovuto anche alla debole seduzione esercitata sul capitale privato dalla natura degli interventi del Piano che non possono che affidarsi al soccorso del finanziamento pubblico.

È emblematico, in questo senso, il caso della proposta di ricostruzione del Fondaco Zigarelle a piazza Mercato.

Una tipologia edilizia nota per essere il fomite delle maggiori epidemie coleriche ed oggi ridotta, nel caso citato, a lacerti di muri pietosamente ricoperti da una guaina. Una ricostruzione il cui interesse filologico e testuale difficilmente potrebbe affascinare il più illuminato e disinteressato dei promotori privati.

Dopo trent’anni di politica urbanistica nel segno della continuità la nuova amministrazione dovrà decidere se proseguire nella linea del maquillage, dell’effimero e del folcloristico o mettere la città di fronte a sé stessa e ai problemi che attendono di essere risolti.

Questi problemi si chiamano: rigenerazione delle periferie, un’abitazione dignitosa per tutti, l’eliminazione definitiva di bassi e abituri, il recupero di aree verdi e spazi per il tempo libero ed il divertimento in un ambiente risanato pronto per la nuova parola d’ordine della “transizione ecologica”.

E beni comuni e attrezzature pubbliche nel segno di uno Stato che faccia dell’architettura l’aspetto tangibile della sua presenza vigile sul territorio.

Per l’urbanistica è il tempo di decidere tra continuità o rinnovamento: questa è la scelta che la nuova amministrazione dovrà compiere.