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Verde e infrastrutture. Un destino comune

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I recenti fenomeni metereologici, che hanno interessato anche la nostra città, hanno confermato, dopo una serie di sporadici accadimenti pregressi, anche piuttosto tragici, che la considerazione del verde cittadino abbisogna di un salto culturale non più rinviabile.

Per decenni, siamo stati abituati a considerare le alberature che adornano la nostra città come un qualcosa di acquisito e che sarebbe vissuto di vita propria, senza  necessità di particolare cura.

In pratica una sorta di monumenti caratteristici, tali da assurgere in alcuni casi (vedi il famoso pino di via Orazio ormai purtroppo scomparso da tempo) a veri e propri simboli di Napoli.

La massiccia distruzione che ha ora colpito i nostri alberi rende invece a mio avviso palese il fatto che il verde cittadino va considerato alla stregua di ogni altra infrastruttura di pubblica utilità e, come tale, va manutenuta e curata, facendo comunque i conti con la fisiologica senescenza che, in alcuni caso, ne impone la radicale sostituzione.

Di contro, vi è nel nostro paese una patologica convinzione secondo cui gli interventi prioritari siano quelli realizzativi e non quelli manutentivi; il che, con l’inevitabile invecchiamento delle infrastrutture, porta ai drammatici guasti che, sempre più spesso, occupano le più tristi pagine della cronaca.

I nostri predecessori ci hanno lasciato un enorme patrimonio – realizzato sì in un’epoca caratterizzata da finanze e soprattutto regole di ben più agevole accessibilità -  ma che appare comunque delittuoso disperdere.

La civiltà e le tante conquiste sociali che hanno caratterizzato il più recente sviluppo – a volte purtroppo involutivo ed autoreferenziale -  delle procedure, unite alla differenziata valenza politica degli interventi, hanno determinato una sorta di ansia prestazionale, in cui l’innovazione ha fagocitato o comunque messo in ombra il valore della conservazione.

La risonanza mediatica ed i presunti meriti politici portati dalla realizzazione di una nuova opera, appaiono patologicamente di gran lunga maggiori rispetto ad ogni auspicabile intervento conservativo.

 Ecco perché la nostra classe politica appare ben poco interessata ad impegnarsi in attività mirate alla mera manutenzione, prive di ogni sensazionalismo e che, probabilmente, troverebbero spazi di cronaca estremamente limitati.

Come porre rimedio ad una tale situazione, vieppiù considerando la ristrettezza delle risorse finanziarie utilizzabili?

I punti sui quali ragionare potrebbero essere, tra gli altri, i seguenti:

1) Massima semplificazione delle procedure inerenti gli interventi manutentivi di ogni tipologia ed oggetto;

2) Destinazione obbligatoria a tali interventi di una cospicua aliquota dei finanziamenti stanziati alla realizzazione di opere pubbliche;

3) Istituzione di canali preferenziali di sponsorizzazione da parte dei privati;

4) Istituzione, ai fini della canalizzazione di finanziamenti comunitari e nazionali,  di una sorta di classifica premiale degli enti locali virtuosi che dedicano maggiormente le proprie risorse alla conservazione del proprio territorio;

5) Ampliamento delle deleghe alle municipalità per l’individuazione e l’affidamento degli interventi di specifica competenza territoriale.

    Tutto ciò, beninteso, con l’auspicio di un radicale mutamento della coscienza collettiva, che è augurabile venga adeguatamente supportato dai media, ove si inizi a comprendere che un miglior futuro non può prescindere dalla costante cura della nostre radici.