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De Giovanni: «Napoli capitale latina dell'Europa. Ma temo la perdita di identità, una narrazione da fiction e il rischio plastificazione»

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Ci hanno provato e ci provano ancora in tanti, ogni giorno. Ma tentare di far entrare Napoli in quei carceri dell'immaginazione che si chiamano definizioni è impresa vana. Perfino goffa. Mentre la città più anarchica d'Italia sfugge con naturale ostinazione alle regole, però, quella da cartolina si consegna tutta intera ai cliché che da una parte la imprigionano e dall'altra le danno da vivere. «Se ti rendi conto che la gente vuole quello, non ti resta che assecondare la domanda: è una questione di necessità». Maurizio de Giovanni, lo scrittore che ha fatto della città lo sfondo dei suoi gialli di successo, accompagna la resa con un sospiro gonfio di disillusione.

De Giovanni, Napoli è un brand? Se sì, perché?

«Se con la parola "brand" intendiamo un marchio commercializzabile, direi senz'altro di sì. Ma credo che lo sia sempre stato: negli anni '50 erano tantissimi i film ambientati a Napoli, per non parlare dell'epoca del Grand Tour, quando intellettuali da tutta l'Europa, come Goethe e Dumas, venivano a Napoli. Direi, senza farmi affascinare dagli inglesismi, che Napoli è peculiare. È l'unica grande capitale del Sud del mondo dei primi otto Paesi più industrializzati, è un'area metropolitana di 3 milioni e mezzo di persone che ha dentro tutto e il contrario di tutto: straordinarie caratteristiche storiche, artistiche enogastronomiche, ma anche clamorose parti di territorio che non sono sotto il controllo dello Stato».

Il fatto che sia un brand non è solo un'opportunità, ma anche una minaccia?

«Napoli tende a vendere se stessa. Poi dobbiamo vedere se quello che vendiamo corrisponde alla realtà. Perché il mercato vuole una Napoli che spara, la Napoli delle baby gang, una Napoli grossolana fatta di cialtroni, ladruncoli e furbi senza lungimiranza. Prodotti che vengono confezionati e venduti. Ma sono solo alcune delle centinaia di aspetti della città, e nemmeno i più rappresentativi. Ho 62 anni, e non mi sono mai trovato in mezzo ad un conflitto a fuoco. Né conosco tanti soggetti come quelli proposti in Made in Sud. In questo senso, il fatto che Napoli sia un brand, non è affatto una cosa buona. Se poi ci riferiamo alla riscoperta da parte del turismo internazionale di una delle città d'arte più belle e complete del mondo, le cose cambiano. Fino a poco fa, Napoli era un posto di passaggio per chi voleva andare a Capri, Ischia, Pompei, Ercolano, alla Reggia di Caserta. Adesso la gente si ferma».

Condannata ad essere in ogni caso straordinaria, Napoli insegue l'assurda ambizione di essere normale?

«Credo che Napoli non ambisca ad essere normale. Si sono sedimentati nelle varie epoche storiche fenomeni diversi: la cementificazione degli anni '50 e '60, poi il contrabbando e infine le grandi piazze di spaccio. Mi fa sorridere il fatto che in tv si parli tutti i giorni del Parco Verde come della nuova grande Scampia, ma nessuno manda l'esercito. Invece lo Stato piazza i soldati nelle strade e nelle piazze come belle statuine che, senza funzioni di polizia, vengono prese in giro dai ragazzini. Questo tentativo umoristico di facciata che non vuole risolvere niente mi diverte. Lo dice anche Marco Demarco nel suo saggio, "Naploitation": come certi afroamericani, tendiamo a calcare certe caratteristiche perché sono quelle che il mercato vuole».

Napoli è una città fortemente iconografica, che si specchia nei suoi simboli: dal Vesuvio alla pizza, dal mandolino ai panni "spasi" nel vicolo, dal babà a Gomorra. Un campionario di "loghi" che incarnano e sintetizzano lo "spiritus loci".

«Certo, Napoli è fortemente stereotipata. Dalla valigia di cartone alla pizza e al mandolino, fino al pacco e al contropaccotto di Nanni Loy e al cavalluccio rosso di Luciano De Crescenzo e Riccardo Pazzaglia, passando per Totò, Eduardo, Troisi, Pino Daniele. Ma Napoli evolve. Le nuove realtà della musica e il cantautorato popolare sono espressioni di questo cambiamento».

Se dovesse scegliere tre suggestioni che inquadrano l'anima di Napoli, quali sceglierebbe?

«Dico che Napoli è ben rappresentata dalla sua squadra di calcio, con la quale - nel bene e nel male - vive un rapporto fortemente identitario, anche perché si tratta dell'unica grande città con una sola squadra di calcio. Ma il Calcio Napoli è anche il simbolo dell'inadeguatezza della classe imprenditoriale della città, in quanto nessun imprenditore napoletano ha avuto la forza di rilevarlo. Un altro simbolo rappresentativo è la genovese, un piatto che a Genova non esiste. Si tratta di una cosa che abbiamo preso da fuori, mettendo insieme le cipolle che arrivano dall'America e la carne, che non è una tipicità del luogo. Infine, James Senese che è un'espressione forte di un meticciato che diventa caratteristico e locale. Senese è più napoletano di tanti napoletani».

Nell'immaginario condiviso, Napoli si identifica soprattutto col suo popolo, con la sua parte "plebea". Ma dove sono la classe media e l'aristocrazia?

«Come dicevo, Napoli è una capitale del Sud del mondo molto simile a Buenos Aires o San Paolo, ma anche a Istanbul, dove c'è un'enorme concentrazione di capitali nelle mani di pochissime persone, che peraltro si disinteressano del resto della città. La sindrome del portone chiuso di Palazzo Serra di Cassano è il simbolo di questo disinteresse. Il 99 per cento del denaro è nelle mani dell'1 per cento della popolazione. Questo significa che c'è una povertà diffusa. Lo dimostra il fatto che Napoli è una periferia uniformemente degradata: a Firenze hanno Sesto Fiorentino, a Milano hanno Milano 2, a Roma La Camilluccia: posti periferici dove si vive bene. E a Napoli, una città dove vive l'8 per cento degli abitanti del Paese, non ha sede neanche un'azienda quotata in borsa».

In tanti vengono qui per assaporare – in tutti i sensi – l'esperienza multisensoriale di una città unica. Ma Napoli è capace di conservare la propria identità nonostante l'assedio dei turisti?

«Sì, perché quell'identità deve venderla. Certo, poi la ricaduta in termini di vivibilità è pesante. Sono sempre di più le persone che vengono deportate dal centro alla periferia, dove vanno malvolentieri. La gentrificazione è un processo che segna un cambiamento in negativo: basta guardare la fine che hanno fatto Firenze e Venezia».

Lei con il commissario Ricciardi, il personaggio dal quale si è congedato a giugno scorso con "L'ultima alba" e che con la città si identifica completamente, ha creato un marchio nel marchio. Il brand Napoli, però, lo rappresentano anche tante personalità della cultura e dello spettacolo che hanno scelto di vivere altrove. Perché?

«I centri produttivi e le grandi industrie culturali, come le case editrici e le case discografiche, a Napoli non ci sono. In passato, quando la creatività non si poteva esprimere a distanza, c'è stata una vera deportazione dei cervelli. Io non potrei scrivere le mie storie lontano da qui: mi sentirei incompleto. E sorrido quando vedo gente che vive fuori da molti anni e pontifica su Napoli sulla base di un ricordo lontano parlando di una città che cambia quotidianamente».

Quanto è ampio il delta tra la Napoli vista da fuori e quella vissuta da dentro?

«Molto. Girando l'Italia, incontro migliaia di lettori che leggendo i miei libri hanno avuto il desiderio di venire a Napoli. Tutti mi dicono di averla trovata profondamente diversa, e sempre migliore, rispetto a quanto immaginavano. E tanti sono venuti a cercarla ancora».

Il "marchio" Napoli, tuttavia, si nutre degli stereotipi e dei cliché, fino a farne spesso la propria linfa vitale.

«Credo che le caratteristiche che Napoli ha, dalla gastronomia all'arte, dai paesaggi alla cultura, debbano diventare necessariamente un'industria, anche perché non abbiamo niente altro: è fallita la grande industria con l'Italsider, sono falliti i settori della trasformazione e del commercio, con il porto che ormai ha una natura pressoché turistica, ed è fallita la logistica».

Non ha la sensazione che Napoli si adagi sui propri talenti e sull'eredità che la storia le ha consegnato?

«In questa città c'è un serio problema urbanistico: Napoli è fatta così, è stretta. Poi, certo, dobbiamo indignarci per le cose che non vanno e per un livello dei servizi pubblici che è largamente inferiore a quello su cui può contare chi paga le tasse in un'altra parte d'Italia. Dobbiamo pretendere lo stesso trattamento: è una questione di equità. E ci sono clamorose omissioni istituzionali. Se un ministro dell'Interno mi viene a dire che il nostro primo problema sono 50 disgraziati su una nave in mezzo al mare, mentre a Forcella dopo le sei di sera non si può camminare, mi sta prendendo in giro. E poi non dimentichiamo che questa città ha il 34 per cento di dispersione scolastica. Allora, dobbiamo decidere se vogliamo curare il sintomo o la malattia. Se vogliamo curare il sintomo, dobbiamo militarizzare Napoli; se vogliamo curare la malattia, dobbiamo togliere i ragazzi dalle strade. Un dodicenne che non va a scuola devono andare a prenderlo a casa i vigili urbani, esattamente come accade in altre parti d'Italia».

Non si rischia l'effetto vasca dei pesci rossi, con i turisti che vengono a vedere come vive questa strana tribù?

«Napoli è una città molto diversa dal resto d'Italia, questo è evidente. Ma non sarei negativo: mi preoccupa di più il fatto che certe stortura si rubrichino come immutabili, che non si metta mano al cambiamento. La camorra non è affatto una questione genetica, come disse Rosy Bindi, ma deriva dall'assenza perdurante dello Stato sul territorio. Basta incrementare il controllo della polizia per cambiare le cose».

Alla luce di queste considerazioni, come immagina Napoli tra dieci anni?

«Sono ottimista da un lato e pessimista dall'altro. Sono ottimista perché l'unica cosa che non puoi comprare è la bellezza. La Svizzera può essere meravigliosamente vivibile, ma va bene per passarci un fine settimana. Napoli, invece, è piena di bellezza. E sono pessimista perché temo la perdita di identità, la plastificazione della città».

È un rischio che Napoli corre?

«Non tutta la città, ma il centro storico sì, e in futuro anche il Rione Sanità, forse. Ed è un rischio che mi fa paura».