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Di Chio: Le Vele sono bellissime, abbatterle è un delitto urbano. Napoli città imbalsamata dalla paura

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Ammainare per sempre le Vele di un quartiere che doveva salpare verso il riscatto ed è rimasto impantanato nella palude della miseria e della disperazione o rilanciare la sfida? Abbattere per dimenticare o ricostruire per riprovare? Intorno a questi interrogativi si sviluppa il dibattito sul futuro di Scampia, nel quale si specchia poi il destino della Napoli marginale, quella che per rimozione chiamiamo "periferia" e che però è sempre Napoli, e con la città si fonde e si confonde ogni giorno, continuamente.

Aldo di Chio, fondatore dello Studio Vulcanica con Marina Borrelli e Eduardo Borrelli, professore a contratto alla Facoltà di Architettura della Federico II e fondatore di "Libria", casa editrice di architettura, non ha dubbi. E descrive l'abbattimento dei monoliti di cemento che si stagliano tra gli stradoni tutti uguali di Scampia come una sorta di esorcismo. Una rinuncia alla modernità che, secondo l'architetto, paralizza l'intero orizzonte dello sviluppo urbanistico partenopeo.

Architetto di Chio, come si restituisce una funzione ai "contenitori" urbani dismessi?

«Dipende dai casi. Proviamo a dare un'accezione più ampia al concetto di "contenitore". Sono contenitori l'Albergo dei Poveri in centro città e i Magazzini Generali nel Porto, Il Mercato del pesce progettato da Luigi Cosenza, lo scheletro dello Sferisterio a Fuorigrotta e il rudere del bellissimo PalaArgento di viale Giochi del Mediterraneo. Ma sono "contenitori" anche i tanti ettari di territorio occupati dai depositi petroliferi a Napoli est, l'intera area di Vigliena a Est e la stessa area di Bagnoli a Ovest. E non sono forse splendidi contenitori per abitazioni le Vele di Scampia a Nord, lasciate marcire dall'incuria e dalla politica, che invece di essere redente con un gesto rivoluzionario si vogliono ancora distruggere, commettendo il peggiore dei gesti reazionari».

Che piaccia o no, però, le Vele sono diventate contenitori di malessere sociale e di emarginazione.

«È successo perché si è deciso di mettere tutti insieme gli esuli del terremoto dell'Ottanta, i più poveri e disperati, perché non si sono fatte le infrastrutture e i servizi che erano previsti e non si è fatta manutenzione. Ma non vi è alcuna ragione né culturale, né sociale, né economica per abbatterle. Sarebbe un errore gravissimo proprio sul piano etico. E anche lasciarne una sola non ha senso urbanistico. Al netto di quello che sono diventate, le Vele sono un patrimonio di tutti noi. Architettonicamente sono belle, la loro bellezza risiede nel loro insieme, e la bellezza non è un valore inutile, né un concetto vago. Grazie alle Vele, lo skyline di Scampia è fantastico».

Diciamo evocativo.

«Sì, per un motivo o per un altro quelle architetture catalizzano l'attenzione anche dei turisti oltre che di artisti, scrittori, registi. Stanno diventando un luogo interessante, anche in senso negativo. Pensiamo a quanto sarebbe coraggioso redimere un pezzo dell'identità di Scampia invece che abbatterlo semplicisticamente».

Ma è sufficiente il concetto di bellezza a sanare le profonde ferite che si sono aperte sul piano della vivibilità e del decoro? Quegli enormi palazzi che svettano al centro di un quartiere dalle strade larghe e tutte uguali sono diventati simulacro del degrado, icone maledette note in tutto il mondo. È difficile dissociarle da quella idea.

«Il ragionamento per simboli è un po' retrogrado, non dovremmo ragionare in questi termini. Da Bassolino a Iervolino, fino a de Magistris, tutti hanno detto, troppo semplicisticamente, che le Vele si dovevano abbattere. A me sembra che si vogliano bruciare le streghe in piazza come si faceva alcuni secoli fa. Del resto, anche il Colosseo era un simbolo negativo, lì avvenivano atrocità, ma nessuno si è mai sognato di abbatterlo».

"Si parva licet componere magnis", direbbero i latini...

«Certo, il Colosseo è il Colosseo, ma anche quello era un luogo di crudele degrado. Le Vele, che furono progettate da un architetto raffinatissimo come Franz Di Salvo, conosciuto a livello internazionale, sono un pezzo di storia della città e un esperimento urbano interessantissimo. Buttarle giù sarebbe come abbattere un monumento. Non a caso, alla Tum, il Politecnico di Monaco di Baviera, hanno dedicato un corso alle Vele di Scampia. Sono venuti a fare dei sopralluoghi e alla fine nove progetti su dieci ne prevedevano il recupero. Qualcuno di loro mi ha detto che alla Facoltà di Architettura di Napoli avevano sponsorizzato la tesi dell'abbattimento: è assurdo che proprio lì si decida di distruggere le architetture significative».

Secondo lei, che destinazione dovrebbero avere?

«Assolutamente residenziale. Sono perfette e progettate benissimo. Anche dal punto di vista economico la tesi dell'abbattimento non regge. Se ristrutturi una Vela, hai rifatto 250 alloggi. E se è vero che contengono amianto ma una volete recuperarla, vuol dire che tecnicamente questo si può fare neutralizzando i rischi. Oppure, prima di procedere ad un abbattimento che produrrebbe milioni di metri cubi di materiale edile di risulta, da smaltire chissà dove, si potrebbero mettere sul mercato, anche a 100 euro a metro quadro. Magari arriva un arabo che le compra e le rimette a posto. Sono patrimonio pubblico, appartengono a tutti noi, è un dovere valorizzarle.>>

È come se la politica volesse scaricare le proprie colpe sull'architettura?

«Sì, è un modo di pulirsi la coscienza. Le Vele fanno paura. Del resto, le streghe erano le donne più belle e facevano tanta paura che venivano perseguitate. Se poi ci metti dentro tutti i terremotati, i più poveri e disperati, certo che succede l'inferno. Ma quello è il fallimento della politica, non dell'architettura».

Insomma, l'abbattimento sarebbe un'operazione di rimozione?

«Certamente sì, ma molto primitiva. Il disagio di quelle persone è gravissimo, le condizioni in cui vivono sono veramente vergognose. Ma c'è chi mi ha detto "Se le aggiustano, io resto". Ostinarsi nell'abbattimento è una speculazione sulla gente. Abbattere le Vele per costruire quelle casette gialle orribili è l'ultimo insulto al quartiere. Le Vele rappresentano la forza, il coraggio, la capacità di sognare della gente di Scampia, mentre quelle casette basse rappresentano solo mediocrità».

In molte di quelle case, però, non entra molta luce.

«Tutte avevano un doppio affaccio, tra l'altro orientate molto bene, ad Est e ad Ovest. Ogni Vela è fatta di due corpi progettati per stare ad una certa distanza l'uno dall'altro, con un vuoto al centro, in una rielaborazione del vicolo napoletano. Poi, certo, non tutti i progetti vengono realizzati a regola d'arte. Il senso, però, non si perde».

Allargando il discorso agli edifici dismessi, che destino devono avere?

«Chissà perché nella nostra città, in questo periodo storico, si ha tanta paura di fare. Sembra sempre che dire "no" sia meglio che dire "sì", che abbattere sia meglio che ricostruire, senza consapevolezza alcuna di partecipare così alla resa, al suicidio della città. Io non voglio arrendermi all'idea che la nostra epoca sia incapace di costruire architettura contemporanea, monumenti del futuro, così come è avvenuto in ogni altra epoca della nostra storia. Perché dichiarare il fallimento e interrompere l'evoluzione della nostra città come sembra stia succedendo? Noi oggi abbiamo molti più strumenti e maggiori conoscenze rispetto al passato. Sembra, però, che manchi la capacità di sognare, di avere visioni proiettate nel futuro, e proprio qui c'è tanto lavoro da fare, è qui che l'architetto può riappropriarsi del suo ruolo più bello, quello sociale, per il riscatto urbano che è riscatto umano. Dunque è proprio dai "contenitori" di cui abbiamo detto, e dagli altri mille che Napoli possiede, che può prendere forma finalmente la città contemporanea, trasformandosi e rinnovandosi su se stessa, aggiungendo "contenuti" intelligenti, come ha sempre fatto nei secoli questa nostra bellissima "città a spessore" che si è sempre rifatta su se stessa. Resiliente, smart e sostenibile, come si usa dire adesso».

Con "Brin 69" avete realizzato un'operazione esemplare di recupero di un manufatto industriale.

«Noi di Vulcanica Architettura, Marina Borrelli, Eduardo Borrelli, io e un bel gruppo di giovani collaboratori, abbiamo avuto la fortuna di progettare e realizzare il recupero di un grande "contenitore" a Napoli est, grazie a Aedifica, Gruppo Prezioso/Di Luggo, Cittamoderna. Oggi Brin69, una grande fabbrica dismessa nell'area ex industriale di Napoli, è una fabbrica delle idee che rappresenta il simbolo di una possibile rigenerazione urbana e accoglie al suo interno uffici e terziario avanzato, alimentazione a km 0 e startup innovative. Per questo edificio abbiamo usato tutta la nostra passione di architetti e dialogato con la particolare geografia dei luoghi, oltre che con la storia. Abbiamo affrontato la tecnologia appropriata insieme a strutturisti (Interprogetti) e impiantisti (Michael Bruno LLC, ing. E.Lanzillo). Brin nasconde un piccolo grande segreto. Salite dentro: in alto, a 5 metri d'altezza, c'è un grande giardino sospeso lungo 200 metri, con alberi d'alto fusto, terra profonda, acqua che scorre. Lì piove, entra il sole e anche il vento. Dentro la fabbrica che inquinava ora ci sono alberi che puliscono la nostra aria e c'è nuova architettura. In questo nostro progetto si trova quello che intendiamo per recupero dell'esistente, qui è racchiusa la nostra ricetta per la rigenerazione urbana, per il riuso innovativo dei contenitori urbani».

Come vede il futuro della città?

«Sono ottimista perché la nostra è una città stupenda, con singole punte di eccellenza: umane, culturali, scientifiche, professionali, imprenditoriali, artistiche, da stupire il mondo. Napoli è un miracolo della natura e dell'architettura degli anni passati, ma purtroppo come si fa a dire sinceramente che qui oggi le cose vanno bene? Qua sono incazzati pure i cornicioni che lasciano cadere le loro pietre sulla gente, c'è un degrado infinito, etico soprattutto, non c'è traccia di una visione urbana complessiva, pochi vecchi cantieri per lo più fermi e pochissimi progetti in corso che possano lasciare il segno della contemporaneità. Non c'è lavoro, non c'è un sistema-impresa condiviso, non c'è rispetto delle regole, la burocrazia è un nemico, camorra, violenza e prepotenza prevalgono sui diritti elementari, un'intera generazione di giovani continua a lasciare la città sempre più povera e al suo posto orde di trolley indifferenti invadono strade, vicoli e palazzi. In tutto questo, le responsabilità della politica sono enormi, superiori a quelle dei cittadini. Poi ci sono sacche di resistenza eroiche e ci sono eccellenze straordinarie, uniche. Lo ripeto: rimango ottimista, ma come si può sostenere che oggi così va bene?».

Parlando di città caotica e degradata, non si può non pensare al centro storico, splendido e al tempo stesso cadente e decadente. Cosa si può fare per arrestarne il disfacimento?

«I cornicioni che cadono sono il sintomo di una decadenza, certo. Un giorno diranno, come per le Vele, qualcuno proporrà: "visto che è degradato, abbattiamo il centro storico". Perché di questo passo il degrado diventerà inammissibile come quello delle Vele. Le responsabilità ci sono: agevolare il recupero delle proprietà private è un dovere, mentre progetti come "Sirena" vengono abbandonati. E basterebbe anche soltanto adoperare le norme sul decoro della città ad obbligare i privati a restaurare i palazzi del centro antico e a giustificare interventi in danno. Questo ai burocrati comunali sembrerà un lusso, ma sono strumenti che nel regolamento edilizio esistono, pur essendo completamente ignorati. Come se ne esce? Innanzitutto bisogna lavorare bene al recupero e poi non bisogna avere alcuna paura di aggiungere cose dell'oggi, certo e solo di grande qualità. Napoli è una città ricostruita su se stessa nei secoli, costruire su ciò che esiste sarebbe in linea con questa storia. Ma in Italia, ad eccezione di Milano, manca la città contemporanea. Il guaio è che siamo terrorizzati dal nuovo».

Per quale motivo?

«Perché, come ho detto, c'è una grande paura di fare. Napoli è piena di creatività e di spunti di grande modernità, ma chi deve decidere trema se dice "sì". Questa assurda cappa di paura ci sta portando verso il suicidio, ci porta ad essere una città-mummia. Dovremmo invece coniugare recupero e innovazione per evitare di diventare un bellissimo cadavere. E dobbiamo fare presto!»