Ferrigno: «Volevo vivere tra i ricchi: pensavo fosse un punto d'arrivo, è un punto di non ritorno》

L'artigiano dei presepi: «Lo snobismo di certi ambienti è insopportabile, l'anima di Napoli non ha padroni. Il turismo? Porta benessere, non capisco chi si lamenta»

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L'identità come un mosaico in divenire. Un puzzle fatto di tante tessere quante sono le persone che abitano un luogo. Un patrimonio di tutti, dunque di nessuno. «Noi napoletani abbiamo dei tratti comuni che non sono solo di una classe sociale. L'anima della città è la somma di tutte queste parti, ciascuno ci mette il suo», argomenta Marco Ferrigno, maestro del presepe e figlio d'arte, custode di una tradizione che affonda le proprie radici nei secoli passati e continua ad ammaliare indigeni e visitatori. Un punto di vista che sfugge alle sovrastrutture antropologiche e finisce per sterilizzare il dibattito intorno all'identità contesa, sulla quale ogni tanto qualcuno avanza un diritto di proprietà. Un diritto esclusivo, manco a dirlo.

Dall'osservatorio della sua bottega, Ferrigno vede scorrere ormai tutto l'anno il fiume dei turisti. Un flusso che attraversa i vicoli e le piazze ma spesso lambisce soltanto l'essenza più profonda di questo popolo che grazie al turismo e alle telecamere del cinema e della serialità televisiva ha trovato il suo riscatto lontano dallo stereotipo a lungo in voga "camorra & munnezza".

Ferrigno, a chi appartiene l'anima di Napoli?

«Si è parlato molto di Geolier, secondo me oggi la rappresenta appieno. È il figlio di questa terra, un ragazzo che venendo da una realtà difficile è mosso da un'ambizione, quel volere di più che ha caratterizzato la mia generazione e che i nostri figli hanno perso. Lui ha trasformato la sua passione un lavoro e sta facendo conoscere una Napoli diversa, una Napoli nuova. Non dobbiamo valutarlo nell'immediato, probabilmente capiremo il suo valore tra molti anni, come è successo per Pino Daniele, che alla lunga ha avuto ragione. L'identità di Napoli, però, è dei napoletani, di tutti i napoletani. Nessuno se ne può appropriare. I napoletani sono generosi, accoglienti, solidali. Ma siamo anche poco disciplinati, poco inclini alle regole. Una stragrande maggioranza dei nostri concittadini non ha molto senso civico. Tutte caratteristiche che non appartengono solo ad una classe sociale».

Vede una disgregazione nel corpo della città? Esistono due Napoli o qualcuna di più?

«Sicuramente. Esistono diverse Napoli, di questo sono sicuro. Anche la divisione in quartieri rappresenta il confine tra le varie anime. L'aspetto economico influisce molto in questa divisione sociale. Basti pensare all'educazione alimentare: se ci fate caso, la gente del centro storico è mediamente più in carne rispetto a quella nata a Chiaia. E non è solo una questione di disponibilità economica, sono proprio abitudini e modelli diversi».

Queste Napoli si parlano o c'è tra loro una po' di incomunicabilità?

«Secondo me esiste un'incomunicabilità dovuta spesso allo snobismo di quelli che si considerano diversi pur essendo nati dallo stesso ceppo di altri. Siamo tutti figli della stessa mamma, ma ho l'impressione che la troppa cultura a volte stroppia, producendo presunzione, che è la cosa più brutta. Eppure lo snobismo non è un tratto tipico dei napoletani. Il nobile d'animo è generoso, è aperto, tutt'altro che snob».

Il turismo di massa ha inquinato l'identità?

«Ha fatto diventare Napoli un po' più commerciale, ma a mio avviso questo è un bene, non capisco chi si lamenta. Il turismo ha portato nuova linfa sotto l'aspetto economico, il che è molto importante. Ben vengano queste contaminazioni, se ci aiutano ad andare avanti. Ma dobbiamo imparare dal confronto con chi viene da fuori a migliorare la nostra città. Siamo solo al 27 per cento della disponibilità immobiliare che possiamo riservare al turismo, il che significa che possiamo ancora crescere molto sul piano delle strutture e soprattutto delle infrastrutture. Abbiamo tante di quella ricchezza storica, culturale e architettonica che a volte la trascuriamo. Il turismo porta ricchezza economica: quei soldi, come faccio io da imprenditore, vanno reinvestiti sulla pulizia, sul decoro, sui servizi. Ad esempio, aspettiamo ancora che venga completata la metropolitana e scarseggiano i bagni pubblici. Se assicuri un'accoglienza migliore, aumentano i visitatori e avrai anche un turismo di maggiore qualità».

Il turismo sta cambiando la nostra mentalità?

«Stiamo cominciando ad avvicinarci ad una mentalità mitteleuropea, questo è fondamentale. Tra i nostri difetti c'è una certa chiusura e quella presunzione di essere migliori degli altri che ci portava a giustificarci quando fregavamo i turisti. Allo stesso tempo, però, manteniamo le nostre caratteristiche migliori. L'identità è rimasta quella di sempre, anche perché i turisti cercano quella Napoli: vogliono vedere i monumenti, certo, ma vogliono anche mangiare la pizza con le mani, la parmigiana di melanzane, la pasta e patate con la provola, girare tra i bassi».

Ha ragione chi sostiene che l'élite culturale ed economica si gira dall'altra parte?

«Da sette anni abito a Chiaia, e dopo una mia personale indagine mi sono fatto un'idea di dove vivo. Ci sono gli indigeni, cioè i nobili, che sono molto snob, hanno la puzza sotto il naso e non ti rivolgono neanche la parola perché si credono superiori agli altri. Ma hanno solo i quadri appesi al muro e magari se ti incontrano al bar ti scroccano pure il caffè. Poi ci sono i cosiddetti "pezzenti sagliuti", tra i quali mi metto anch'io, che ho guadagnato un po' di soldi e ho investito in quella che potrebbe essere una vita migliore soprattutto per mio figlio. Devo dire la verità, oggi comincio a prendere le distanze da questo ambiente e a pensare che forse ho sbagliato. Essendo cresciuto in un quartiere molto più modesto, a San Gregorio Armeno, volevo emergere, volevo di più, una caratteristica che mi ha sempre contraddistinto. Volevo fare soldi per diventare come quelli che vivono nei quartieri bene: pensavo che fosse un punto di arrivo, invece adesso mi sembra un punto di non ritorno. Mio figlio probabilmente diventerà come loro: già vedo che non ha l'ambizione che avevo io, l'altro giorno mi ha spiegato che qui ci sono tante distrazioni. Questo un po' mi dispiace».