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Il progetto sociale di Marco Salvatore: "Più d'una delusione, ma ancora tanta voglia di fare". La proposta: "Diamo computer agli studenti svantaggiati"

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In scienza e coscienza, si dice. Due categorie che non sempre s'incontrano e che, tuttavia, Marco Salvatore ha deciso di far camminare insieme. Se la prima lo ha elevato nell'Olimpo internazionale della diagnostica per immagini (il sito Top Italian Scientist lo ha collocato tra i primi cento scienziati italiani più importanti al mondo), l'altra gli ha fatto esplorare quell'universo di sofferenza e umanità che sta fuori dai laboratori e lontano dai bagliori della città da cartolina.

Così, dismesso il camice, il professore universitario, autore di oltre 600 pubblicazioni scientifiche, si è rimboccato le maniche ed ha provato a colorare di speranza il grigiore lugubre della periferia napoletana. Barbaglii di luce inattesa, nel buio dimenticato della città che langue ai bordi della Città. Il bilancio è agrodolce: tanta soddisfazione, ma anche qualche delusione che ancora brucia. E che tuttavia non è riuscita a fiaccare l'entusiasmo. Intorno a questo slancio civile, Marco Salvatore ha deciso di coagulare le forze della Napoli illuminata.

Professore, da dieci anni il Sabato delle Idee, il "pensatoio" al quale ha dato vita, raccoglie esperienze accademiche, scientifiche e culturali alla ricerca di nuove prospettive per una convivenza sostenibile e inclusiva. L'anno scorso, l'undicesima edizione si è concentrata sulla riqualificazione urbana e sociale delle aree più degradate e marginali.

«Sì, siamo andati a Ponticelli, a Scampia e a San Giovanni a Teduccio, nel Rione Villa. Luoghi difficili, dove è necessario gettare dei semi di speranza. Con il Sabato delle Idee ci stiamo lavorando già dal 2017».

La sfida è portare opportunità dove le opportunità scarseggiano.

«Esatto. In certi quartieri i ragazzi sono abbandonati, non hanno dove andare e diventano facili esche della malavita. Solo impegnandosi molto in periferia, portando in quei luoghi momenti di socialità, si può modificare l'aspetto di una città che purtroppo negli ultimi tempi non è migliorata, anzi. Soprattutto nel rapporto tra le classi».

Secondo lei il divario si è allargato?

«Sulla spaccatura tra le classi sociali partenopee ero già abbastanza pessimista, adesso questa pandemia aggrava la situazione. Spero però che questa vicenda faccia capire alle classi più evolute, che avevano abbandonato ogni controllo pensando ciascuno al proprio orticello, che bisogna avere rispetto di tutto e di tutti: se ognuno pensa di fare il proprio comodo, non andiamo lontano».

Questa riflessione vi ha portati nei sobborghi più dolenti.

«Sì, a Scampia nel 2017 abbiamo fatto diversi incontri nelle scuole, chiedendo a qualche rappresentante delle istituzioni un impegno pubblico: l'abbattimento di una delle Vele, iniziato poi con un anno e mezzo di ritardo. Il Comune ci aveva parlato di un intervento imminente, promettendo che in un altro di quei palazzi avrebbe trovato posto il corso di laurea per le professioni sanitarie. Quelle promesse, purtroppo, sono state disattese, e questo è un grosso danno per il quartiere e per la città: la presenza di un'università contribuirebbe alla ripresa di zone degradate, in cui mancano punti di aggregazione. Scampia, questo va detto, è molto migliorata, soprattutto grazie alle tante associazioni spontanee che lavorano lì. Ma per renderla vivibile c'è ancora molto da fare».

Anche a Ponticelli avete avuto una delusione.

«Purtroppo è vero. Abbiamo organizzato lezioni di musica nel Rione Conocal, il che ci ha permesso di stabilire un dialogo molto stretto con i giovani, che abbiamo fatto incontrare con alcuni esponenti della Polizia, in rappresentanza di quello Stato di diritto che in zone come quelle non sempre è percepito. Abbiamo realizzato dentro le scuole miglioramenti piccoli, ma importanti, riparando un tetto dal quale entrava acqua o un canestro rotto, rendendo di nuovo fruibili degli spazi negati. La sfida più grande, però, è stata la realizzazione di un campetto di calcio in un plesso scolastico completamente abbandonato, in collaborazione con la Fondazione Santobono e con il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho. Lo avevamo inaugurato, eravamo fieri del risultato: per un po' ha funzionato, ma quando siamo tornati abbiamo scoperto che era chiuso. Lo avevano bloccato il Comune o la Municipalità, non so bene: pare mancasse qualche permesso, ma nessuno ci aveva avvisati».

Eppure voi avete agito secondo il principio di sussidiarietà orizzontale, facendo quello che toccherebbe alle istituzioni. In questo caso, oltre a non fare, l'amministrazione pubblica mette i bastoni tra le ruote.

«Proprio così. In compenso, abbiamo visto tanti insegnanti e tanti dirigenti di queste scuole di frontiera attivarsi per far crescere i loro giovani: questo ci dà fiducia e ci spinge ad andare avanti. Anche loro, come è capitato a noi, spesso si trovano davanti un muro di gomma».

E a San Giovanni com'è andata?

«Eravamo pronti a realizzare un campetto anche al Rione Villa. Il ministero dello Sport si è fatto carico di concretizzare il nostro progetto con fondi pubblici, ma finora non se ne è fatto nulla. Il fatto è che mentre un'associazione privata si muove piuttosto agevolmente, quando c'è di mezzo lo Stato, tra il dire e il fare c'è la burocrazia».

Dunque, la burocrazia mette nell'angolo l'iniziativa. Quando questo succede, non cadono le braccia?

«Un po' sì. Ma per le periferie bisogna fare assolutamente qualcosa. Fondamentali sono le scuole, come può incidere in senso molto positivo la presenza delle università. Penso a San Giovanni a Teduccio, dove la presenza quotidiana di tanti giovani studenti consente al quartiere di vivere in maniera diversa, lo riqualifica. E poi è indispensabile lo sport: si devono dare campi e palestre ai giovani. Ma nonostante le delusioni ho ancora fiducia, per questo voglio lanciare una proposta».

Prego.

«Mi farebbe piacere, in questo momento critico in cui le lezioni vengono fatte tramite internet, poter garantire un piccolo computer a quei giovani che, soprattutto nelle periferie, non possono permettersi questo sussidio tecnologico. Questa è una delle cose da fare con una certa urgenza, ascoltando le indicazioni dei dirigenti scolastici: oggi chi non ha un computer è handicappato. Darei volentieri il mio contributo, sperando che nasca anche in altri la volontà di collaborare. Sarebbe una cosa concreta e utile per non far pesare troppo la differenza sociale con i loro coetanei più fortunati».

Alessandro Barbano, vicedirettore del Corriere dello Sport e saggista politico, ha sollevato nei giorni scorsi il tema della disparità sociale anche davanti al virus. Anche davanti al Covid-19, insomma, i cittadini non sono tutti uguali.

«Penso che sia così. E questo divario si allarga sempre più: persone che prima riuscivano a vivere dignitosamente ora hanno grandi difficoltà. Passata l'emergenza sanitaria, la diseguaglianza sarà aumentata ulteriormente, e questo sarà molto pericoloso per l'ordine sociale. Vivremo un momento di profonda recessione e a risentirne saranno soprattutto le classi meno abbienti, che ancora di più saranno facile preda della criminalità organizzata. Anche per questo, dobbiamo augurarci di superare presto la fase acuta dell'emergenza. Prima la superiamo, minore sarà il danno economico».

Anche sul piano sanitario, però, non ci siamo fatti trovare pronti.

«Purtroppo scontiamo i guai della disorganizzazione e dei tagli inflitti per tanti anni alla sanità. Noi in Campania siamo stati in disavanzo economico, per cui i ritardi sono stati ancora maggiori».

C'è il rischio che il contagio si diffonda di più nelle aree più popolari e popolose, dove è più basso il livello culturale medio, la gente è abituata a vivere la strada e tanti sono costretti in abitazioni anguste, dove è difficile mantenere le distanze di sicurezza?

«Certamente. In alcune aree il rischio è maggiore ed è notevole. Soltanto l'isolamento può far diminuire il numero di contagiati, e in questo senso le scene che si sono viste in alcuni quartieri disagiati destano molta preoccupazione».

Al di là dell'emergenza, ci si dovrà attrezzare per fronteggiare situazioni di questo genere. Le aree periferiche potrebbero essere adatte per localizzare strutture di eccellenza, specializzate nella cura dei virus?

«Penso che la sanità moderna avrebbe dovuto già da tempo dedicare posti letto principalmente alla terapia intensiva, post-intensiva o sub-intensiva e alla degenza post-operatoria. Il paziente che sta per intere giornate in una stanza d'ospedale è assolutamente inconcepibile. I degenti possono stare molto meglio in una struttura simile ad un albergo, dove costerebbero molto di meno al Sistema sanitario nazionale. Immagino un gruppo di edifici vicini: uno per la ricerca, uno per la didattica nel caso dei policlinici, uno per la terapia intensiva e sub-intensiva, e uno per le degenze, dove la degenza costerebbe un decimo di quanto costa oggi e i pazienti avrebbero un comfort maggiore. Questo sicuramente si può fare in periferia, e in questo senso avevamo avanzato delle proposte».

Quali?

«Andava fatto quanto abbiamo chiesto più volte: delocalizzare alcune strutture dalla zona del Rione Alto, dove sono concentrate diverse strutture ospedaliere in concorrenza l'una con l'altra. Alcune sono a padiglioni, con difficoltà enormi nel trasferimento dei pazienti tra i reparti. Non serve un pronto soccorso al Policlinico: sarebbe un doppione di quello del Cardarelli, che è vicinissimo e funziona bene. Alcune zone, invece, sono prive di questo presidio. Per esempio, visto che adesso la zona Est è servita dall'Ospedale del Mare, mi sembrerebbe una buona idea quella di costruire un nuovo policlinico, non a padiglioni ma con più monoblocchi, e con un pronto soccorso, nella zona Ovest. O anche nell'area Nord. Insomma, in aree distanti dai pronto soccorso che già funzionano. Se pensiamo al numero di scuole di medicina che abbiamo, è un traguardo al quale Napoli può puntare».