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Jannotti Pecci e la sfida demografica: "Offriamo ai giovani dell’entroterra motivi per restare". E agli imprenditori: "Niente accordi al ribasso con la politica"

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Imprenditore nel campo termale e alberghiero, cavaliere del lavoro e già presidente di Confindustria Campania, Costanzo Jannotti Pecci non ha certo il tempo di annoiarsi: guida Federterme al livello nazionale, è amministratore delegato del Gruppo Minieri (Terme di Telese, Grand Hotel Telese, imbottigliamento dell’acqua minerale “Telese”) e, a Napoli, è Ceo di Palazzo Caracciolo ed ha rilevato lo storico Hotel Britannique, entrato nella “Curio Collection” di Hilton. Un’esperienza manageriale di alto profilo che gli ha consentito di maturare idee chiare sullo sviluppo di quella “Campania di mezzo” ricompresa tra il Tirreno e l’Appennino sannita.

La Campania vanta aree costiere di grande attrattività, alcune delle quali non ancora valorizzate al meglio. Il mare e le isole oscurano un po’ le aree interne?

«Certamente, anche perché la gestione delle politiche di sviluppo territoriale che ha caratterizzato le amministrazioni regionali dagli anni ‘70 ad oggi ha fortemente risentito del dato demografico: sulla linea di costa che va dalla provincia a sud di Salerno al Garigliano, con una proiezione interna di una decina di km, si concentra i nove decimi della popolazione. Il peso sulla rappresentanza politica e sul consenso elettorale, che condiziona le scelte della politica, ha fatto sì che il grande patrimonio delle aree interne venisse sacrificato. L’area di Terra di Lavoro, ad esempio, che ha un andamento collinare ma comprende anche rilievi di una certa importanza, non è stata considerata un’opportunità. Questo ha condizionato anche lo sviluppo sul piano delle infrastrutture: ci sono parti enormi del territorio regionale che vivono condizione strutturale borbonica o post-unitaria. Lo scarso appeal che le aree interne avevano rispetto a grandi operazioni di speculazione edilizia ha condizionato politiche molto discutibili, che hanno accentuato il disequilibrio con conseguenze che sotto gli occhi di tutti. Abbiamo realtà urbane a dir poco sovraffollate, che nel territorio tra Napoli e Caserta e in quello tra Napoli e Salerno si estendono senza soluzione di continuità. Storture figlie anche dell’incapacità di immaginare una distribuzione delle funzioni amministrative: le università e gli enti sono tutti concentrati a Napoli. Quando si è cercato di correre ai ripari, era troppo tardi. Si era già avviato un esodo dalla Campania alle università del Centro Nord come Luiss, Bocconi, Iulm Cattolica e Humanitas, per non parlare dei poli universitari stranieri».

Insomma: alla politica, almeno a quella che coltiva una visione miope, non conviene investire sulle aree interne.

«De Gasperi diceva che il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista pensa al futuro. Ecco, sicuramente ai politici non è convenuto fare certe scelte. Certamente per un’incapacità di visione, ma anche perché i politici regionali non hanno saputo prescindere dalla loro esigenza del consenso, mettendo davanti l’esigenza di creare condizioni più equilibrate sul piano economico e soprattutto su quello sociale. Eppure nelle aree interne si vive una pace sociale invidiabile».

Per parafrasare il titolo di un celebre romanzo di Anna Maria Ortese, però, il mare non bagna l’entroterra.

«Come non bagna Napoli, del resto. Le scelte utilitaristiche della politica non hanno neanche garantito condizioni di sviluppo armonico alle aree costiere. Fatta salva qualche eccezione, come il Cilento, la Costiera sorrentina e quella amalfitana e le isole, siamo in presenza di colata di cemento. Nel Sud del Portogallo, sulle coste atlantiche della Francia e su quelle mediterranee della Spagna, se non altro, l’antropizzazione ha portato un sistema di infrastrutture all’avanguardia che ha innalzato la qualità dei servizi. Questo da noi non è successo».

Per progettare il riscatto delle aree interne, dunque, bisogna lavorare per il ripopolamento?

«Sì. Nell’entroterra, tra l’altro, il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione è ancora più accentuato. A questo proposito, ho sollecitato alcuni amministratori delle aree interne del Sannio affinché condividessero un disegno per una velocizzazione dei trasporti. La Valle Telesina, ad esempio, dista 64 chilometri dalla stazione centrale di Napoli: per collegarla al capoluogo basterebbe un normalissimo treno che fa tre fermate in 45, massimo 60 minuti. Allora, se alle giovani coppie che abitano a Napoli si offrisse la possibilità di vivere in un contesto sano come quello di un paese dell’entroterra, offrendo servizi, teatri, cinema, palestre, campi sportivi e piscine, inizierebbe un ringiovanimento della platea. D’altro canto, questo innescherebbe un processo di decompressione in favore di Napoli e delle aree limitrofe. Certo, sono processi che richiedono tempo. Ma prima o poi bisogna cominciare. Noi abbiamo cercato di farlo con Palazzo Caracciolo: non avremmo mai immaginato che avremmo avuto tanto successo».

Eppure dall’enogastronomia al termalismo, dalla ricchezza paesaggistica all’offerta culturale, la Campania “di dentro” ha tanto da offrire.

«Non c’è dubbio. L’area pre-collinare interna è ricchissima sotto tutti i punti di vista: è un frutto che aspetta solo di essere colto. Ma se facciamo andare via i nostri ragazzi, non ci dobbiamo meravigliare se non tornano. Soprattutto se il territorio di provenienza non è attrattivo. La cosa triste è che prima emigravano le braccia, oggi vanno via i cervelli. Il nostro compito deve essere quello di invertire questa tendenza, assecondando la voglia di restare da parte dei giovani. Nelle aree interne c’è un’energia vitale sorprendente: bisogna solo sostenerla, evitando che l’entusiasmo dei ragazzi venga mortificato».

In questi ultimi anni si è registrato un crescente interesse per un turismo ecosostenibile, per il biologico. Questa riscoperta della natura potrebbe essere l’asso nella manica delle aree interne?

«Se lei va nel fine settimana verso le aree interne, trova interminabili code di auto. Questo significa che c’è una forte domanda di quel tipo. In un mondo che sta finalmente riscoprendo una serie di opportunità che offre l’agricoltura, le aree interne non hanno nulla da invidiare ad altre destinazioni. Inoltre, in Campania e al Sud il turismo si può fare dieci-dodici mesi l’anno, annullando di fatto la stagionalità. E anche sul piano della promozione il mondo dei social ha messo tutti sulla stessa linea di partenza: se un tempo volevo pubblicizzare una cantina del Sannio, i canali erano inaccessibili alle realtà economiche più piccole. Oggi tutto è possibile per tutti. Per carità, Napoli è l’asse portante del sistema sotto i punti di vista, ma corriamo il rischio di avere un tronco senza i rami. La fascia costiera è la colonna vertebrale di un sistema territoriale, ma ad un organismo servono anche le braccia, le gambe e gli altri organi».

Ci sono in Campania isole felici, esperienze che possono essere assunte come modelli di riferimento per lo sviluppo e la promozione delle aree interne?

«Penso a quello che sta diventando il Cilento, un territorio che pure è difficile sul piano della morfologia, o all’Irpinia e alle valli del Sannio. Realtà che dovremmo promuovere soprattutto nella nostra regione. Mi domando: quanti campani sanno che cinque dei borghi più belli d’Italia si trovano qui? Giustamente, rivolgiamo l’azione di promozione verso le altre regioni e l’estero, ma dimentichiamo che i sei milioni di abitanti della Campania e quelli delle aree circostanti formano un mercato non meno significativo: dovremmo cominciare da quello».

Lei è stato anche alla guida di Confindustria Campania. Che cosa possono fare gli imprenditori per migliorare l’attrattività di questi territori? E quali sono, invece, le carenze dell’amministrazione pubblica?

«Gli imprenditori devono fare il loro mestiere, evitando di inseguire la politica. Perché all’imprenditore che sbaglia qualcuno prima o poi presenta il conto: il sistema bancario, il mercato, i dipendenti, i propri soci. Alla politica, invece, questo non accade: non ricordo che il bilancio di una amministrazione sia mai stato il vero metro per valutarne l’azione politica. Dunque, dobbiamo essere rigorosi nei confronti degli imprenditori, ma bisogna trattare con la stessa inflessibilità la politica, senza abbandonarci a calcoli di basso profilo. Anche perchè se ci si misura con un apparato amministrativo e burocratico che invece di aiutarti a fare impresa ti complica la vita, si finisce per gettare la spugna. Ad aggravare la situazione, c’è una conflittualità tra le istituzioni diventata insostenibile. La speranza sta nel ringiovanimento della classe dirigente».