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Sifola: Quella che chiamiamo fatalità è incuria. Napoli va trattata come un gioiello, per questo è nata Friends of Naples

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Quelle reti verdi incaricate di sostenere il peso della città che si sbriciola sono la rappresentazione di un abito mentale che, nonostante le vittime, proprio non si riesce a dismettere. Intrappolata com'è nella sua proverbiale indolenza, che le fa rimandare puntualmente a dopodomani quello che si dovrebbe fare oggi e qualche volta si doveva fare già ieri, Napoli si abbandona alla comoda illusione che per evitare il peggio basti un cerotto piazzato distrattamente laddove si apre la ferita. «Domani ci pensiamo», fanno spallucce in coro abitanti e governanti, rifugiandosi in quel folkloristico, pilatesco fatalismo che da sempre consegna la buona e la cattiva sorte del popolo napoletano nelle mani di un'entità superiore e insindacabile, che questa si chiami Dio, Re o Destino. Una sorta di sgangherato meccanicismo che solleva da qualsiasi responsabilità, ma intanto trasforma i cittadini in sudditi di un Grande manovratore che dall'alto tutto dispone. Un tiranno elevato al trono a suffragio universale.

Ma quel vezzo confina pericolosamente col vizio. Perché «domani» è troppo tardi, e resta solo il tempo di piangere un altro morto, di battersi il petto per l'ennesima disgrazia annunciata, di «mettere le porte di ferro dopo che hanno rubato» (i detti popolari, d'altra parte, nascono dall'esperienza che si fa consuetudine). Di correre ai ripari, insomma, quando la disgrazia si è ormai consumata. Fatale, allora, è il fatalismo. E tragiche sono le conseguenze di quelle che, per sgravare la coscienza, chiamiamo «fatalità». Anche per questo l'architetto Alberto Sifola e altri soci hanno fondato con uno sguardo rivolto al patrimonio artistico della città l'associazione Friends of Naples.

Architetto, la città continua a perdere pezzi. Bisogna avere paura di camminare per Napoli?

«Mi rifiuto di crederlo. È vero che la Scuola di equitazione, il sito equestre più bello d'Italia, i Gerolamini e gli Incurabili sono casi che ci deprimono in una città che vanta tesori e meraviglie di tale bellezza. Ma la verità è che se si intervenisse subito, tutto sarebbe diverso. Anche per la facciata del San Carlo, infatti, la più bella tra quelle dei teatri lirici italiani, il progetto di restauro è stato approvato, ma i lavori tardano a cominciare. Quanto agli Incurabili c'è un altro problema serio, che è quello di spostare i vasi in ceramica di grande valore. Chi se ne assume la responsabilità? Quali sono i rischi e i costi di una simile operazione? Dove saranno collocati provvisoriamente? E quanto a lungo?».

Di fronte a questo progressivo disfacimento i cittadini avvertono un vago senso di impotenza. Come se ne può uscire? Bisogna obbligare i proprietari a fare manutenzione?

«Un po' si dovrebbe andare in questa direzione. Ma bisogna puntare molto sugli sgravi fiscali, su finanziamenti che coprano l'intera quota dei lavori. Le agevolazioni che ci sono oggi, evidentemente, ancora non bastano. Il privato va aiutato anche con una tassazione differenziata a seconda delle zone. Un palazzo in via Foria non può essere tassato come uno in via Calabritto. E poi, sì, in certi casi ci vogliono le ingiunzioni».

Anche alcuni palazzi storici sono in via di disfacimento.

«Certo. Napoli ha il centro storico più grande d'Europa, e dunque anche innumerevoli edifici di grande valore, ognuno con le proprie peculiarità stilistiche. Palazzo d'Avalos, ad esempio, nella sua precarietà è un caso unico in Italia. Ultima testimonianza del '700 rimasta su via dei Mille, avrebbe bisogno di un tempestivo intervento. Aspettando ancora, farebbe la stessa fine del vicino Palazzo Roccella che, distrutto in una notte da uno speculatore, oggi risplende con una facciata completamente rifatta e non più – ahimè - originale».

E le strade non sono messe meglio.

«No, sono messe malissimo. E anche quando si fanno i lavori, il manto stradale dura troppo poco: via Tasso era il fiore all'occhiello della città, ma quell'asfalto drenante è durato cinque anni: adesso è distrutta. Lo stesso vale per via Chiaia. I lavori vengono fatti male, in modo non accurato. Per non parlare dei tombini che sprofondano. Ci deve essere un metodo per evitarlo. Se poi il problema è che la città cede, il tema diventa ancora più serio e bisogna capirlo. Non ci si può limitare a rifare l'asfalto».

I palazzi del centro storico soffrono di un generale abbandono. Qual è il bug, il cortocircuito? Che cosa non funziona? E cosa si propone di fare Friends of Naples?

«Questo stato di abbandono è gravissimo, ed è dovuto in gran parte alla noncuranza dei privati. A Napoli non esiste il concetto della manutenzione ordinaria, si pensa che, rimandando, si risparmi. Invece è esattamente il contrario: spendi molto meno se intervieni immediatamente. È come una ferita: se non si cura, la situazione non può che peggiorare. Ho iniziato tramite crowdfunding con il restauro dell'antico portone del Palazzo di Diomede Carafa, risalente al 1460, un progetto realizzato con l'Associazione Dimore Storiche. Raggiunto con successo il risultato abbiamo deciso di proseguire su quel percorso. È arrivato il momento di guardare e curare Napoli come un gioiello prezioso, altrimenti la perdiamo. Per questo abbiamo fondato la onlus Friends of Naples. Il nome in inglese serve a recuperare fondi anche all'estero, a cominciare da Londra e New York. Siamo partiti con il 5 per mille, poi coinvolgeremo anche le aziende, che possono usufruire dell'Art bonus e di una detrazione del 65 per cento. Numerosi sono i progetti di restauro in programma. Quale progetto d'esordio dell'Associazione, che portiamo avanti in totale autonomia, siamo invece attualmente impegnati nel ripristino della Basilica di San Giacomo degli Spagnoli in piazza Municipio, al fine di consentirne la riapertura e la restituzione alla cittadinanza. Sono in corso, infatti, il restauro e la pulitura del cancello di epoca napoleonica ed il portone ligneo cinquecentesco, nonché il restauro e la pulitura di vari portali in marmo all'interno della stessa».

Insomma, vivi a Napoli e poi muori: da queste parti, si può perdere la vita per una buca stradale, per un pezzo di cornicione o un fregio che si stacca dall'alto, per un albero che si spezza, per un lampione che cade o per un proiettile vagante, come stava capitando alla piccola Noemi e come purtroppo è successo.

«Mi dispiace essere obbligato a pensare in tal senso, per me Napoli è una città che si fa amare moltissimo e dalla quale chi ha deciso di restare non riesce a staccarsi. Ma è difficile vivere e soprattutto lavorare qui, in una città così piena di problematiche alle quali non possiamo fare altro che abituarci: nel bene e nel male ci adattiamo passivamente. Questa è una fortuna, ma anche un cappio, perché su questa capacità di adattamento funzionale speculano un po' tutti. Se Napoli cade a pezzi è perché non si fa né la manutenzione ordinaria né quella straordinaria. È assurdo dover radere al suolo gran parte del verde cittadino poiché non è stata fatta una preventiva manutenzione periodica. Ecco, bisognerebbe essere un pochino più attenti, invece noi questa città la usiamo: ognuno prende quello che gli serve. Penso, ad esempio, all'idea di ingrandire un garage sotto il Complesso degli Incurabili senza le dovute cautele».

Il problema, dunque, è soprattutto culturale: siamo una città che eleva a sistema la precarietà e l'approssimazione.

«Il nostro modo di pensare è disarmante. La manutenzione dovrebbe essere attenta e quotidiana: se hai un figlio che ha la febbre, lo curi. Non aspetti che la febbre salga, chiami subito il medico affinché intervenga. Invece da noi c'è la convinzione che rimandare sia la cosa più conveniente».

La morte del quattordicenne Salvatore Giordano, che nel 2014 sconvolse Napoli e l'Italia, non ci ha insegnato niente?

«Credo proprio di no, purtroppo. Anche un dolore così devastante non insegna: abbiamo nel sangue la fatalità. D'altro canto, il nostro golfo di unica e rara bellezza ci ha reso costante oggetto di conquista, e noi siamo sempre stati costretti ad adattarci. Avere un dominatore serve a non assumersi responsabilità, e in questo caso il dominatore lo chiamiamo fato. Ma il suo vero nome è "incuria"».